allenaMenti di sostenibilità

di Prioritalia, fondazione costituita da Cida e Manageritalia per promuovere l'impegno civile e sociale della comunità manageriale. Con il format “allenaMenti di sostenibilità” intende contribuire al dibattito sulla resilienza trasformativa tramite il confronto e la condivisione di idee, competenze e buone pratiche capaci di orientare al meglio la transizione e il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo dell’Agenda Onu 2030, di cui - con Marcella Mallen e Filippo Salone - coordina il gruppo di lavoro sul Goal 16 in ASviS.

Accordi di interdipendenza generativi

19 gennaio 2021

Sono ancora poche le aziende che agiscono il riconoscimento profondo della propria interdipendenza con altre imprese e con il sistema, come fa ad esempio l’azienda Mondora la quale ha sviluppato nel tempo, attraverso il coinvolgimento dei propri dipendenti, dei veri e propri accordi di interdipendenza integrativi dei contratti con i propri fornitori e clienti.

Accordi finalizzati a intraprendere azioni condivise per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030. Accordi che partono dalla consapevolezza dell’importanza di un'azione collettiva ispirata alla sostenibilità e della capacità di vedersi e percepirsi come attori primari partecipi di un sistema complesso.

Si possono immaginare altri tipi di accordi, quando la visione di sostenibilità che si abbraccia supera il concetto riparativo per agire quello generativo. Questi accordi sono l’oggetto del Laboratorio U.Lab2X 2021, che partirà a breve e che utilizzerà la Teoria U come approccio per far emergere il valore generabile attraverso l’intelligenza collettiva.

Diversamente dai primi tipi, questi accordi hanno l’obiettivo non solo di limitare i danni che l’azienda causa nelle sue attività produttive, o contribuire a risanare quelli procurati da altri, quanto piuttosto creare valore condiviso attraverso l’evoluzione del tipo di relazione tra imprese (non solo di natura economica).

Questi accordi denominabili di interdipendenza generativa, superano il concetto di riparazione dei danni provocati dall’incuranza degli altri, del territorio, della collettività, e focalizzano l’azione su obiettivi di genitorialità (stewardship) come principi imprescindibili per uno sviluppo responsabile nei confronti delle persone, delle organizzazioni e del pianeta.

La volontà di formalizzare questa cultura della reciprocità e della interdipendenza tra soggetti diversi – in particolare tra chi intesse relazioni economiche e produttive che generano significativi impatti sociali e ambientali - deriva dalle dichiarazioni di interdipendenza adottate nel movimento delle B-Corp.

Un movimento di cui fanno parte, a diversi livelli, imprese attente alla sostenibilità (sia B-Corp certificate sia Società Benefit) la cui finalità statutaria non è solo quella “tradizionale” di generare profitti nei confronti degli azionisti ma, anche quella di generare valore aggiunto nei confronti di tutte le persone - dipendenti, clienti, fornitori, le comunità - e in senso più ampio nei confronti del pianeta Terra. Per una spiegazione più approfondita rimandiamo a questo articolo sul blog di Mondora, azienda italiana molto impegnata nell’ambito.  

Considerando questo approccio foriero di innovazioni virtuose che legano comunità manageriale, cultura d’impresa e società civile, Prioritalia patrocina il Laboratorio CSR Accordi d’Interdipendenza generativi (AdIg) per sostenere e migliorare il lavoro.

Il progetto è promosso in partenariato da Manageritalia (associazione di rappresentanza dei manager del terziario) con U.Lab Hub Roma (gruppo di azione civica a promozione della Teoria U), Benefit Innovation (Società Benefit di consulenza su Innovazione, Teoria U e Valutazione impatti) e Impact Hub Ticino (associazione svizzera senza scopo di lucro che promuove lo sviluppo sostenibile).

L’iniziativa, che prende in via mercoledì 20 gennaio con questo incontro, parte dalla costituzione di un gruppo di lavoro per studiare, identificare, creare, sviluppare degli accordi di AdIg contrattualizzabili tra attori economici e sociali. Accordi che dovrebbero avere contenuti “aggiuntivi” rispetto ai normali accordi di fornitura e impatti misurabili sui 17 Goal dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile.

Il laboratorio svilupperà un modello di valutazione dell’impatto degli AdIg sul sistema grazie anche a sperimentazioni con imprese locali e riassumerà i risultati del proprio lavoro con uno story-living handbook da utilizzare per la diffusione e la moltiplicazione degli stessi AdIg.

La prima area di studio si focalizzerà sugli AdIg che impattano sui target del Goal N.8 dell’Agenda Onu, cercando di determinare quelli che potranno avere effetti generativi sulla disponibilità di posti lavoro e sulla qualità del lavoro. A questo primo laboratorio ne seguiranno altri 16, ciascuno dedicato ad uno degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Il metodo utilizzato per affrontare questa sfida generativa di valore condiviso sarà basato sui principi della Teoria U, tecnica sociale di guida al cambiamento adottata in tutto il mondo da imprese pubbliche e private, organizzazioni e istituzioni: dall’UNDG al governo della Scozia, da Decathlon ad Hp ad Alibaba.  

Il progetto si innesta inoltre nel percorso internazionale promosso dal Presencing Institute denominato “U.Lab 2x 2021” che supporta gruppi di lavoro impegnati in progetti/prototipi di leadership del cambiamento sostenibile eco-sistemico applicando principi, processo e tecniche sottese dalla Teoria U.

L’iniziativa è condotta da un core team di specialisti di Teoria U e delle tematiche trattate, che guida e accompagna un team esteso che include stakeholder come organizzazioni dei quattro settori: aziende, associazioni di rappresentanza, istituti accademici, enti della Pubblica Amministrazione, realtà del terzo settore.

Parafrasando l'annuncio di Shakleton per il viaggio al Polo Sud - “Cerchiamo esploratori curiosi di scoprire e generare insieme semi di un futuro migliore, attraversando ignoti percorsi ad U. Nessun salario, lunghe settimane di problemi e dilemmi, costante impegno personale e collettivo. Chi arriverà al compimento, non sarà più lo stesso. Forse onori e qualche riconoscimento in caso di strepitoso successo, ma consapevoli di aver contribuito a generare un futuro migliore per il proprio Paese e oltre” – ci rivolgiamo a tutti i manager e gli innovatori sociali ispirati interessati, che possono contattarci tramite Prioritalia per informarsi e partecipare al progetto.

di Paolo Fedi, co-founder Benefit Innovation SB e Manuela Pagani Larghi, co-founder Impact Hub Ticino

Educare alla sostenibilità per una vita phygital

17 dicembre 2020

La pervasività della dimensione digitale rende fondamentale essere consapevoli del modo in cui le ICT vengono usate come strumento di mediazione dei rapporti tra gli individui, la società e le istituzioni e dunque - specialmente per i più giovani – nel modo in cui esse incidono sulla formazione dell’identità e dell’agire civile.

Ambito privilegiato di interesse per Prioritalia, l’etica digitale è al centro di varie nostre attività degli ultimi mesi, come la pubblicazione degli atti della Summer School 2019 all’evento nazionale organizzato il 2 ottobre per il Festival dello sviluppo sostenibile.

Facendo seguito agli intenti emersi in questa ultima occasione, abbiamo chiesto a Social Warning Movimento Etico Digitale (con cui la nostra Fondazione lavora in sinergia) di illustrare ai lettori di Futuranetwork gli obiettivi della campagna nazionale con cui si promuove l’educazione digitale come “antidoto" per affrontare la “dipendenza” da smartphone.

“Una dipendenza su cui abbiamo condotto una ricerca", ha spiegato Gregorio Ceccone, coordinatore dei formatori e referente dell’Osservatorio Scientifico del Movimento Etico Digitale, "che rivela come il 79% dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni trascorra più di 4 ore al giorno sui social, che il 52% ha “tentato invano” di ridurre il tempo online e che il 33% è “abbastanza consapevole” di usare eccessivamente lo smartphone, sbloccato in media 120 volte al giorno e tenuto in funzione fino a tarda notte, rispondendo male o alzando la voce in caso di “disturbi esterni””.

“Sono tutti segnali che rimandano alla dipendenza dallo smartphone, detta anche nomofobia: i ragazzi sono talmente assorti mentre sono on line da percepire ogni interferenza esterna come un’intromissione indebita o un attacco personale; sentono la necessità di portare lo smartphone con sé ovunque si vada; hanno difficoltà a lavorare, concentrarsi, relazionarsi con gli altri a causa del ricorso continuativo ai dispositivi usati per sopperire a sensazioni di ansia e tristezza", ha affermato Davide Dal Maso, il fondatore del Movimento Etico Digitale, secondo cui "l’unico antidoto alla dipendenza da smartphone è leducazione digitale, anche in classe".

Partendo da questi presupposti, la campagna – articolata anche tramite un crowdfunding - mira a organizzare cento interventi in altrettante scuole di tutta Italia per promuovere l’uso consapevole e sereno di internet e degli smartphone da parte dei ragazzi, formare migliaia di genitori attraverso materiali dedicati e incontri con esperti.

Un impegno con cui si consolida il lavoro del Movimento che, nei suoi primi due anni di vita, ha creato una rete di formatori volontari con cui ha raggiunto tramite incontri in presenza e corsi e-learning oltre 30mila ragazzi e 10mila genitori e portato la rivista Forbes a inserire Del Maso tra i primi cinque under 25 italiani più influenti nel campo dell’educazione.

Sul piano divulgativo, il Movimento ha preparato un vademecum articolato su “quattro consigli per contrastare la dipendenza da smartphone”.

  1. Tenere d’occhio il tempo d’uso: esistono numerose funzionalità e app che ci permettono di tenere traccia delle ore passate davanti allo schermo. È possibile anche impostare notifiche e/o blocchi quando si eccede un determinato numero di ore (utile specialmente nel caso di dispositivi utilizzati dai più giovani).
  2. Stabilire delle “no-smartphone-zones”: creare delle vere e proprie zone della casa dove il telefono “non può entrare” può dare un aiuto significativo nel limitarne l’uso. Possiamo stabilire, ad esempio, di lasciare lo smartphone in camera quando ci spostiamo in cucina o in sala per mangiare, e così via. Vietato tenere il telefono sul tavolo durante le occasioni conviviali!
  3. Tenere lontano il telefono quando siamo alla guida: in auto è opportuno mantenere lo smartphone fisicamente distante da noi, possibilmente chiudendolo ad esempio nel vano portaoggetti. In questo modo limiteremo al massimo eventuali distrazioni, tenendoci al riparo da multe e da rischi per la nostra vita e quella altrui.
  4. Disattivare le notifiche: un accorgimento all'apparenza banale, ma che può davvero fare la differenza. Silenziare le notifiche delle app non indispensabili è un modo semplice ed efficace per frenare il circolo vizioso che ci spinge a controllare il telefono in continuazione. Senza i continui suoni, bagliori, vibrazioni dello smartphone avremo modo di dare al nostro cervello un po’ di meritato riposo e di concentrarci su ciò che vogliamo fare davvero.

Quattro consigli che valgono tanto per i giovani quanto per gli adulti ovvero per tutti coloro che, con la pratica e l’esempio, possono indirizzare i comportamenti di persone ed organizzazioni.

 Richiamare l’attenzione su questa iniziativa, per Prioritalia significa coinvolgere la propria rete, a partire dalla comunità manageriale di riferimento e dagli interlocutori di ASviS, per diffondere nella società italiana una sempre consapevolezza dei rischi ma soprattutto delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali, imprescindibili strumenti per guidare la transizione verso modelli di sviluppo sostenibili.

Coltivare diversità per affermare la sostenibilità

2 novembre 2020

Tanti passi in avanti sulla strada verso la parità di genere e l’equità intergenerazionale sui luoghi di lavoro sono stati annunciati nel recente passato ma non sono stati compiuti nella realtà. Fra la teoria delle road map e la realizzazione concreta persiste un forte divario, pieno di ostacoli difficili da superare, stereotipi di genere e di età. È notizia degli ultimi giorni, per esempio, che in Italia il reddito medio delle donne rappresenta circa il 59,5% di quello degli uomini a livello complessivo e che, nonostante i progressi registrati degli ultimi anni, siamo ancora in fondo alle classifiche europee del Gender equality index nel mondo del lavoro, con elevati picchi che affliggono in particolare le giovani del Mezzogiorno.

Impegnarsi per accorciare questa distanza, tramite la comunità manageriale, significa agire affinché il dibattito pubblico e le tante buone pratiche a cui possiamo attingere possano tradursi in un’evoluzione sistemica. Per superare modelli obsoleti occorre fare un salto culturale, un passaggio che acceleri la riconfigurazione dei legami tra i generi e le generazioni, partendo dagli ambienti lavorativi.

Ma da dove riprendere l’analisi? Quali chiave di lettura adottare?

Insieme a Giuditta Alessandrini, condividendo l’urgenza di tornare a riflettere su questi temi, abbiamo negli scorsi mesi realizzato uno studio sfociato nel libro “Diversity management, genere e generazioni per una sostenibilità resiliente”, pubblicato da Armando editore. Siamo partite dalla convinzione che l’Agenda Onu 2030 sia l’architettura cognitiva con cui interpretare il fenomeno della diversità, il tramite per elaborare nuovi modelli capaci di mobilitare e guidare tutte le componenti della società verso il cambiamento che auspichiamo. Sia tramite il perseguimento specifico del Goal 5 e dei suoi target sia, in generale, come un elemento trasversale di tutti gli SDGs.

Definita la cornice di riferimento, abbiamo cercato di valorizzare le tracce del paradigma verso cui tendere, quello della sostenibilità. Un orizzonte vasto delineato dagli scenari dell’economia verde e della rivoluzione digitale, dalla finanza etica, dagli investimenti Esg, dall’apertura dei confini tra pubblico e privato, il ruolo del terzo settore per l’innovazione del welfare. Soffermandoci su alcune esperienze aziendali evidenziamo l’importanza della consapevolezza maturata dalla business community rispetto all’inclusione e alla diversità. La prospettiva di impegno che proponiamo di seguire si basa sulla capacità di diffondere in persone e organizzazioni la consapevolezza, la responsabilità e la capacità di partecipare alla costruzione di un nuovo benessere diffuso e durevole, oltrepassando gli interessi individuali in favore del bene comune, fornendo risposte plurali a sfide sempre più complesse e interdipendenti.

L’affermarsi di tali prospettive nella pratica, nei sistemi produttivi e sociali, richiede la promozione di “leadership civiche” basate sulla collaborazione, la relazione con gli altri, l’agilità esecutiva. Alcuni esempi positivi di questo modus operandi sono forniti da realtà associative e network in cui Fondazione Prioritalia agisce come snodo: dalla rete #InclusioneDonna ad Ashoka, da Parole O_Stili alla stessa ASviS, realtà dove il nostro impegno come piattaforma civica della comunità manageriale passa dalla possibilità di innescare processi generativi di innovazioni sulle questioni della diversità di genere e di età. Processi che ci sforziamo di attivare seguendo logiche di scambio, di restituzione, di contaminazioni cross over professionali e generazionali, anche tramite l’organizzazione di iniziative come gli allenaMenti di sostenibilità.

Queste “buone intenzioni” si confrontano con le enormi trasformazioni in atto nel periodo attuale: le donne e i giovani, sul piano economico e sociale, sono particolarmente vulnerabili di fronte alle crisi innescate dalla pandemia che hanno enfatizzato le note criticità strutturali circa l’accessibilità del mercato del lavoro in Italia. Le scelte che l’avvento del Covid-19 ci impone rappresentano una preziosa opportunità per ripensare agli equilibri tra generi e generazioni, orientare gli investimenti, le politiche sociali, le modalità di usare le tecnologie digitali e costruire percorsi di ri-formazione professionali.  

Se davvero non vogliamo tornare a lavorare, produrre, consumare e vivere il nuovo presente con gli stessi schemi del passato, dell’epoca pre-pandemia, abbiamo oggi la possibilità di agire per cambiare il futuro.

Va in questa direzione il Manifesto con cui si conclude il libro sopra citato, un decalogo di indicazioni-chiave valoriali verso cui orientare le decisioni politiche, imprenditoriali, manageriali, educative e formative, di cui propongo il testo in conclusione anche di questa lettura.

  1. Leggere la diversità come fattore biologico irrinunciabile della natura del creato (ambiente e persona).
  2. Sviluppare le possibilità di emancipazione delle donne in tutti i settori lavorativi ed i contesti, come condizione essenziale di sviluppo democratico e di crescita economica della società contemporanea e futura.
  3. Concepire la formazione come strumento fondamentale di mediazione, portatore di nuovi convincimenti e capacità di riflettere sulle idee ed i comportamenti considerati giusti e condivisi in riferimento all’idea di diversità nella società futura.
  4. Coltivare l’idea di parità dei generi come condizione di sostenibilità dello sviluppo, contrastando gli stereotipi sui ruoli di genere e i comportamenti sociali che producono discriminazione, promuovendo iniziative culturali e civiche atte a rimuovere barriere organizzative, sociali e personali.
  5. Promuovere e sostenere il dialogo intergenerazionale come forma di civic engagement, per sviluppare, sempre di più, una cultura della responsabilità che riguarda tutti e trasmettere la fiducia ai giovani, ai quali va, al tempo stesso, affidata responsabilità.
  6. Presidiare in un’ottica di attenzione alla giustizia sociale della dignità della persona qualunque possa essere la sua identità, nella consapevolezza di essere intrinsecamente legati l’uno all’altro, pur nella nostra diversità, dall’identità che ci deriva dall’essere umani-
  7. Contrastare ogni forma di vilipendio delle persone più mature manifestate attraverso l’esclusione da ruoli o impegni a partire dalla mera rilevazione del dato anagrafico e non dalle competenze, mettendo in atto processi culturali e politiche inclusive verso chi può trovarsi arretrato sulla frontiera del cambiamento.
  8. Coltivare l’alterità come linfa vitale della prospettiva di convivenza umana: ascolto, rispetto, empatia, riconoscimento sono tutti aspetti relativi all’idea di coltivazione dell’alterità.
  9. Perseguire il benessere (wellbeing) nei contesti organizzativi come garanzia di qualità della vita umana, garantendo un equo e paritario approccio da parte di tutti alle opportunità disponibili (conciliazione vita privata e lavoro, lavoro “decente”, riconoscimento del merito ed apertura allo sviluppo delle carriere), implementando forme di welfare condivise e negoziate tra imprese, parti sociali e responsabili di risorse umane che tengano conto della domanda proveniente dalle diverse istanze presenti.
  10. Costruire resilienza rispetto a situazioni di messa in difficoltà o, addirittura, di messa a repentaglio di valori consolidati ed obiettivi raggiunti sul terreno del mainstreaming di genere ed altresì di una prospettiva di equità nei rapporti intergenerazionali.

 

di Marcella Mallen, presidente Prioritalia

Comunicazione e cittadinanza responsabili per pace, giustizia e istituzioni solide

25 settembre 2020

Le parole danno forma al pensiero.

Le parole hanno conseguenze.

Virtuale è reale.

Queste tre affermazioni, semplici e non banali, fanno parte del Manifesto della comunicazione non ostile: un decalogo di stile e comportamenti che Prioritalia porterà all’attenzione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, durante l’evento nazionale per il Goal 16, nell’ambito di una riflessione su come l’accessibilità della conoscenza e la promozione di una cittadinanza responsabile siano determinanti per raggiungere l’Obiettivo dell’Agenda Onu 2030 su Pace, giustizia e istituzioni solide.

Al centro dell’incontro, in programma il 2 ottobre, ci sarà la condivisione delle esperienze di alcune organizzazioni - istituzionali, produttive e della società civile – che lavorano in Italia e nel mondo su progetti accomunati dalla volontà di affrontare ovvero curare l’infodemia.

Infodemia s. f. Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

Accelerate dalla pandemia, le dinamiche attuali della comunicazione sono fenomeni complessi e spesso incontrollabili, “virali”, che hanno rapporti interdipendenti di causa ed effetto con tante questioni che coinvolgono i singoli e la collettività: dalle relazioni sociali all’azione politica, dall’alfabetizzazione digitale ai diritti e doveri di cittadinanza, dall’etica alla ridefinizione delle frontiere della legalità.

Su questi argomenti si apriranno gli approfondimenti del 2 ottobre con Gherardo Colombo, fondatore dell’associazione Sulle Regole, impegnata con studenti e insegnanti nella diffusione della cultura della legalità quale fattore funzionale a garantire la libertà e l'uguaglianza, lo sviluppo personale e la partecipazione di tutti alla vita democratica.

La riflessione proseguirà con Eleonora Sirsi, docente all’Università di Pisa e attiva nel Cisp, Centro interdisciplinare di scienze per la pace, che segue nelle scuole iniziative di prevenzione dei conflitti tramite laboratori sulla comunicazione e la non violenza e propone un’alfabetizzazione digitale mirata alla gestione dell’odio online.  

Odio e discriminazioni sono spesso accompagnati da misinformazione e disinformazione, aspetti su cui si soffermerà Giuseppe Vitiello, direttore dell'European bureau of library, information and documentation associations (Eblida), illustrando funzionamento e risultati di NewsGuard, un’applicazione informatica che valuta l’attendibilità delle notizie e la credibilità dei media online.

Sulla correttezza dell’informazione quale “anticorpo” contro le fake news si concentrerà anche Francesca Rispoli, responsabile nazionale formazione di Libera, illustrando i programmi dedicati a bambini e adolescenti e i progetti editoriali della rete contro le mafie, tra cui Lavialibera, trattando di hate speech e del ruolo identitario assunta dall’odio, tanto nella sfera digitale quanto nella vita reale.

Sul ruolo dell’odio si interrogano sempre di più media e opinione pubblica, come accaduto all’indomani dell’omicidio di Willy Monteiro a Colleferro. Al funerale del ragazzo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha affermato che quello appena iniziato “deve essere l'anno scolastico dell'inclusione, del contrasto al bullismo", condannando il linguaggio dell'odio e violenza, perché "le parole sono pietre”.

La scuola è uno dei fronti su cui maggiormente pesano tanto l’incertezza legata al Covid quanto le potenzialità negative dell’infodemia, di fronte alla quale i più giovani sono particolarmente esposti e vulnerabili. Tornati in classe dopo oltre sei mesi di assenza in cui hanno sperimentato i limiti di una didattica a distanza gestita in emergenza e si sono immersi a tempo pieno nella socialità digitale, i bambini e gli adolescenti, così come le loro famiglie e gli insegnanti, vivono un periodo difficile, segnato dal sovraccarico cognitivo.

Sulla situazione della scuola porterà la sua testimonianza Licia Cianfriglia, vicepresidente di Cida e responsabile partnership e relazioni istituzionali di Anp, l’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola, coinvolta in iniziative per la promozione dell’educazione civica e la prevenzione di bullismo e cyberbullismo

La diffusione di competenze civiche tra i giovani come leva per arginare le prevaricazioni online è ciò di cui parlerà Davide Del Maso, 25enne innovatore digitale e sociale, fondatore dell’Associazione Social warning che con il suo Osservatorio, partendo dai dati di realtà pubbliche e private impegnate nell’educazione, offre una panoramica articolata sulle abitudini dei nuovi cittadini digitali.

La promozione di una cittadinanza digitale responsabile è tra le attività della più grande impresa mondiale che si occupa di dati: Martina Colasante, Government affairs & public policy Google Italia, racconterà come da Montain View all’Italia ci si rivolge ai bambini e ragazzi, coinvolgendo genitori e docenti, con programmi come Vivi Internet al meglio e videogiochi come Interland.

L’ultima tappa dell’approfondimento sarà dedicata al Manifesto della comunicazione non ostile, con l’intervento di Rosy Russo, presidente dell’associazione che lo ha realizzato e lo promuove, Parole O_Stili, che ne illustrerà le sette declinazioni derivate dalla versione originale destinate a pubblici diversi: politica, pubblica amministrazione, aziende, infanzia, sport, scienza e inclusione.

Dedicando l’evento nazionale del Goal 16 ai temi dell’informazione e della cittadinanza, in qualità di coordinatrice del Goal 16, Prioritalia afferma la necessità di rafforzare i legami tra la comunità manageriale -di cui i comunicatori di aziende e istituzioni sono una componente importante - la rete di ASviS e l’opinione pubblica che partecipa al Festival, nell’ottica di una contaminazione di culture e di competenze funzionale all’affermazione di modelli di sviluppo più sostenibili e resilienti.

L’Italia non è un Paese per giovani (reloaded)

8 settembre 2020

Alla vigilia del Covid l’occupazione dei giovani tra i 25 e i 34 anni era inferiore dell’8% rispetto al 2008 e negli ultimi mesi è scesa di altri due punti percentuali. Dodici anni fa l’occupazione giovanile in Italia era superiore a quella dei 50-64enni mentre oggi è più bassa, attorno al 17%.

Alcune settimane prima dell’autorevole prolusione di Mario Draghi sul futuro dei giovani e del copioso dibattito scaturitone, con Prioritalia avevamo raccolto e condiviso un’accorata richiesta di attenzione sul tema da parte di Linda Laura Sabbadini , direttora dell’ISTAT , intervenuta al webinar “La sostenibilità economica è sociale” il 14 luglio.

A confermare la perdurante e progressivamente peggiorata condizione occupazionale dei giovani italiani, amplificata dalla pandemia, sono due recenti rapporti. Il primo è il bollettino Istat “Occupati e disoccupati” di luglio 2020 che, a livello di analisi quantitativa, conferma la cupezza dello scenario: "su base annua, il tasso di occupazione diminuisce in tutte le classi d’età tranne gli ultracinquantenni per i quali è stabile; quello di disoccupazione cresce tra i minori di 35 anni e cala nelle altre classi”.

Il secondo, più focalizzato su sentiment e percezioni qualitative, è il rapporto “La Silver Economy nella società post Covid-19” realizzato dall’Osservatorio Tender Capital con il Censis, in cui emerge che “diretta conseguenza della pandemia è una netta spaccatura intergenerazionale. Nei giovani è emerso un nuovo rancore sociale alimentato e legittimato da un'inedita voglia di preferenza generazionale nell'accesso alle risorse e ai servizi pubblici legata alla visione degli over 65 come privilegiati dissipatori di risorse pubbliche".

Il Rapporto mette peraltro in evidenza come il 90,7% degli over 65 nel lockdown abbia continuato a percepire gli stessi redditi, a fronte solo del 44,5% dei millennial.

Che vi sia un’ampia fetta della popolazione giovanile inoccupata e magari arrabbiata per le poche opportunità non lo si scopre certo oggi. Su tale argomento si può menzionare per esempio l’apprezzabile lavoro di analisi demografica messo in campo da Alessandro Rosina con l’Istituto Toniolo che, anche con interventi ospitati su questo sito, ha sovente sottolineato le difficoltà dell’Italia a garantire un orizzonte radioso alle più giovani generazioni.

E pensare che già nel 2009 Rosina pubblicava il volume “L’Italia non è un Paese per giovani” in cui si parlava di “muri da abbattere” per aprire alle nuove generazioni la strada verso il futuro, come spiegato in un articolo sull’Avvenire del dicembre 2019: “A dieci anni di distanza i muri non solo sono ancora tutti lì, ma nel complesso appaiono più insormontabili. Il libro, scritto a quattro mani insieme a Elisabetta Ambrosi, nasceva come un pamphlet, con un titolo d’effetto per scuotere l’opinione pubblica. Invece negli anni successivi, complice la crisi economica, il titolo è via via diventato uno slogan che ritrae una condizione di fatto. Con il rischio ora di tramutarsi nella profezia che si autoadempie di un Paese condannato ad un ineluttabile declino”.

“L’Italia non è un Paese per giovani” è ormai un dato di fatto. Un assunto che si è quindi evoluto negli anni in vera e propria saga, degna dei successi di Matrix. Una saga alla quale anche con Prioritalia e con il sistema di rappresentanza della dirigenza abbiamo partecipato all’interno del Meeting 2018 “Costruire un patto generazionale nell’economia dell’innovazione e delle competenze”, creando una piattaforma con policy maker ed esponenti della comunità manageriale per facilitare analisi e proposte, tra l’altro, sul tema “Welfare, demografia e patto tra generazioni”.

Da quella giornata, anche sulla base di un’indagine a monte effettuata da Astra Ricerche e Manageritalia, uscì forte la consapevolezza che: “In Italia il patto intergenerazionale e sociale basato sull’assunto che le condizioni medie delle famiglie sarebbero andate sempre migliorando si è rotto da tempo. Oggi, anche a causa della crisi congiunturale della nostra economia, questo patto sociale è molto meno riconosciuto che in passato. È dunque fondamentale riaffermare la necessità di un dialogo tra le generazioni, di uno scambio di esperienze, conoscenze, entusiasmi e passioni in grado di generare reciproco valore e beneficio”.

Per i manager, due anni dopo, vista l’evoluzione delle dinamiche occupazioni e sociali generate dalla pandemia, questa è ancora di più una priorità su cui la politica deve necessariamente dare risposte e soluzioni.

Guardando alle possibili strade da intraprendere, dal Meeting 2018 emerse una proposta radicale che rilanciata oggi potrebbe generare un autentico shock in grado di abbattere quei muri sopra richiamati e superare il comodo rifugio delle dichiarazioni di intenti succedutesi negli ultimi anni.

La proposta è quella di capovolgere la piramide tra salario di ingresso e progressione di carriera, disegnando una nuova politica retributiva che parta dalla formazione e dalle competenze, abolendo il parametro dell’anzianità di lavoro.  

Una più moderna regolazione del lavoro sarebbe utile ad incoraggiare nelle imprese la propensione ad assumere, a promuovere lavori di qualità attraverso l’investimento continuo nelle competenze e a riequilibrare le retribuzioni, collegandole alla produttività e non più ai cosiddetti “scatti di anzianità”.

Perché, infatti, in uno dei Paesi più anziani del globo, dobbiamo ancora continuare a premiare l’anzianità?

Introdurre degli “scatti di competenza”, agganciare le retribuzioni non più al criterio anagrafico temporale ma a requisiti di formazione e competenza, potrebbe essere la pillola rossa di questa infinita saga.

 

di Filippo Salone, affari pubblici Prioritalia

Il potenziale trasformativo delle imprese pubbliche

25 agosto 2020

Le imprese pubbliche italiane hanno un potenziale trasformativo ampiamente inespresso che, se adeguatamente valorizzato, potrebbe trainare uno sviluppo più equo e sostenibile generando benefici sistemici per l’economia, la società e l’ambiente. Per concretizzare questo potenziale, tra l’altro, si dovrebbero individuare obiettivi di lungo periodo e rivederne i meccanismi di governance, investendo sulle competenze e la managerialità, anche creando commissioni di esperti indipendenti cui affidare l’incarico di gestire le imprese pubbliche in maniera più coordinata tra loro e indipendente dalla politica rispetto a quanto accade attualmente. È quanto propone il rapporto Missioni strategiche per le imprese pubbliche italiane, pubblicato all’inizio di luglio dalla Commissione Imprese e Sviluppo del Forum Disuguaglianze e Diversità al termine di un lavoro durato nove mesi che ha coinvolto in prima persona i vertici delle principali imprese pubbliche italiane, tra cui Cdp, Enel, Ferrovie dello Stato, Fincantieri, Gse, Leonardo, PagoPA, Poste Italiane, Saipem, Snam, Terna.

Nel Rapporto, che si focalizza sulle controllate dal ministero dell’Economia o dalla Cassa Depositi e Presiti ed esclude quindi le municipalizzate e le società controllate da enti locali, si trovano alcune informazioni quantitative che rivelano l’ampiezza e il peso delle imprese pubbliche nel contesto del sistema economico-produttivo e occupazionale nazionale. Sei delle prime dieci organizzazioni produttive attive in Italia in termini di fatturato sono controllate dallo Stato centrale. Queste imprese impiegano oltre 350mila persone, generano 17% degli investimenti fissi e il 17% della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese italiane, pesano per circa il 29% sulla capitalizzazione complessiva della borsa di Milano, hanno portato allo Stato dividendi per circa 3 miliardi di euro all’anno (nel 2018), presidiano settori strategici come energia, difesa, trasporti, logistica, telecomunicazioni. Collegate a doppio filo alle filiere produttive delle piccole e medie imprese private, di cui sono allo stesso tempo fornitori e committenti di beni e servizi, le imprese pubbliche sono secondo il rapporto un volano per attivare quel balzo in avanti che il sistema-Italia necessita per cogliere le opportunità di questa fase ed accelerare la transizione verso la sostenibilità.

Un balzo coerente con gli Obiettivi dell’Agenda Onu 2030, in particolare col target del Goal 16 sull’efficacia e la responsabilità delle istituzioni, che potrebbe creare e redistribuire benefici, sostenibilità e innovazione su diversi livelli: nello specifico dei territori e delle filiere, nel quadro sistemico dell’economia nazionale e anche nella prospettiva europea, nel momento in cui l’Unione è chiamata a rafforzare la propria integrazione anche sul piano delle strategie industriali.

Per concretizzare queste potenzialità, il Rapporto individua tra l’altro alcune proposte che coinvolgono direttamente il management e la cultura manageriale, tra cui: costruire un forte ponte tecnico, anche tramite un Consiglio degli Esperti, che consenta un dialogo continuativo e permetta di fare squadra fra le imprese pubbliche e gli azionisti, in primis lo Stato; elaborare missioni strategiche, condivise dal Parlamento e fissate nel medio-lungo periodo in atti europei, relative alle sfide della società nell’immediato futuro come innovazione tecnologica e digitale, cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione.  

Proposte che, si legge nel Rapporto, “vengono apprezzate da molti amministratori intervistati come garanzie rispetto a improprie torsioni dirigiste e a un non ammissibile appiattimento su obiettivi di breve respiro”. Dal confronto con gli amministratori delegati intervistati, basato sul metodo Chatham House Rule emerge la consapevolezza che le imprese pubbliche hanno una significativa capacità organizzativa e tecnologica, un notevole potenziale innovativo e di ricerca, una sviluppata efficienza manageriale e una conoscenza approfondita dei processi produttivi e dei mercati in cui operano.

Nello spirito degli allenaMenti di sostenibilità, per contribuire al dibattito sulla resilienza trasformativa si segnaliamo di seguito alcuni estratti e parole chiave del rapporto dedicato alla managerialità, utili ai lettori per approfondire ed “allenarsi”.

 

  • Continuando un’ormai centenaria tradizione italiana di forte capacità innovativa, ingegneristica e manageriale, esse [le imprese pubbliche] hanno spesso resistito al generale declino del Paese.

 

  • Le imprese pubbliche possono in alcuni casi perseguire missioni strategiche, ma ciò non avviene in modo sistematico e coordinato, bensì per iniziativa dei singoli manager.

 

  • I gruppi manageriali che hanno guidato le imprese pubbliche in questi anni hanno spesso realizzato scelte strategiche significative che hanno concorso, non solo a risultati aziendali buoni o brillanti ma anche a favorire l’innovazione e il presidio di attività ad alto contenuto tecnologico.

 

  • Dovrà instaurarsi una costante interlocuzione tra gli organi delle imprese e il Consiglio degli Esperti (configurata secondo le diverse competenze settoriali che questo esprime), regolata e assistita dai doverosi presidi di correttezza e riservatezza, affinché venga preservata la funzione manageriale. Si tratta di assicurare che l’assegnazione di indirizzi strategici espliciti attraverso giustificate e competenti nomine, non leda l’autonomia di quegli stessi manager, bensì la valorizzi, assicurando loro un percorso certo entro cui muoversi con risolutezza.

 

  • Il processo con cui attuare questo disegno deve assicurare che le missioni strategiche abbiano i tratti prima richiamati: essere tecnicamente rigorose e frutto di pubblico confronto, rimanere aperte all’autonoma interpretazione dei manager, mantenersi stabili ma adattabili in base agli esiti del monitoraggio.

 

  • Nonostante la forte attrezzatura tecnologica, organizzativa e manageriale esistente, emerge la consapevolezza di una certa sua sottoutilizzazione. Questo sembra essere fondamentalmente legato all’assenza di forti missioni strategiche pubbliche, a loro volta impossibili a definirsi senza le necessarie competenze tecniche in seno alle strutture amministrative dello Stato azionista. In assenza di questi requisiti, il management diventa autoreferenziale, vuoi a protezione di obiettivi di interesse pubblico costruiti isolamento, vuoi utilizzando la natura di impresa quotata come motivazione unica e limitante di ogni altra missione, in una lettura restrittiva delle opportunità di azione.

 

  • Il campione delle interviste si divide quasi a metà, fra quelli che percepiscono le implicazioni degli SDGs come degli inevitabili oneri da soddisfare, ove possibile, in modo procedurale e coloro che colgono questa opportunità per orientare le loro linee di attività entro binari condivisi dalla pluralità degli attori produttivi. In quest’ultimo caso, gli SDGs assumono il ruolo di cornice dentro cui prendono forma le più specifiche missioni, già intraprese autonomamente dal management.

 

  • Il rapporto con gli azionisti sembra essere in parte caratterizzato da alcuni fra questi atteggiamenti. Il cosiddetto management by numbers risalta dall’enfasi riposta sui KPI (Key Performance Indicators), parametri di natura prevalentemente finanziaria, presenti all’interno dei piani industriali pluriennali e pubblicati periodicamente nelle relazioni sui risultati trimestrali. Questo risulta particolarmente accentuato per le imprese quotate.

 

La sintesi del Rapporto

Il Rapporto completo

 

di Niccolò Gori Sassoli, giornalista