Superare o migliorare il capitalismo?

Per un’economia armonica

02 marzo 2021

In un precedente contributo allo sviluppo di questo utilissimo ed interessante ciclo di riflessioni promosso dagli amici Bacci Costa e Valentino Bobbio di NeXt – Nuova Economia per Tutti, Paolo Cacciari ci ricorda, molto opportunamente e con efficace capacità di sintesi, come il capitalismo sia fondato su due pilastri (impresa privata e Stato) in liberto mercato.

Due pilastri che, nel corso dei secoli, combinandosi progressivamente e talvolta evolutivamente secondo forme, modalità e pesi diversi, hanno determinato un sistema macroeconomico egemone che, tuttavia, negli ultimi decenni sta sempre più manifestando fragilità e debolezze strutturali insuperabili.

È giusto premettere che mi avventuro nel solco di questa riflessione con l’approssimazione e la semplicità che mi deriva dal non essere né economista, né storico, né scienziato sociale: porto in dote, dunque, semplicemente qualche idea frutto di elaborazioni personali e pertanto inevitabilmente e necessariamente criticabili da chi ha scienza e competenza consolidata in materia.

A ben vedere però, mi sembra quasi banale evidenziare che i segni dei limiti e delle debolezze della dottrina capitalistica, non possono e non debbono essere considerati una acquisizione recente.

Essi, probabilmente, hanno, infatti, a che fare con la natura stessa del capitalismo.

A tal proposito, abbiamo già scritto, di recente, con Luca De Biase:

“Fernand Braudel, lo storico francese che ha guidato la scuola delle Annales alla metà del secolo scorso, riconosceva una distanza incommensurabile tra la dimensione del capitalismo e quella del mercato. Da storico, vedeva il mercato nella sua manifestazione concreta, ripetuta in mille modi diversi attraverso il pianeta: il mercato era prima di tutto la piazza del mercato. Visto così, studiando i comportamenti dei produttori e dei venditori che vanno al mercato a cercare compratori, osservando i gesti dei compratori che contrattano e confrontano le offerte, il mercato appare per quello che è: un insieme di consuetudini, una struttura di luoghi di incontro, una quantità di regole pratiche che garantiscono la concorrenza e favoriscono una leale competizione economica, in relazione a un sistema produttivo e sociale nel quale nessuno può approfittare più di tanto delle sue risorse e nel quale la redistribuzione della ricchezza è tendenzialmente collegata alla generazione di valore che ciascuno produce e che chiunque facilmente riconosce. Nella dimensione del capitalismo la realtà è totalmente diversa. Braudel ricostruisce i primi passi del capitalismo nelle borse veneziane e nelle speculazioni valutarie genovesi, nel controllo delle grandi vie del commercio globale affidato dalle potenze imperialiste alle compagnie destinate a sfruttare le colonie e molto altro ancora. Nel capitalismo non c’è il mercato: ci sono alcuni finanzieri, grandi mercanti, enormi proprietari terrieri, megaindustriali, che hanno risorse straordinarie, che riescono a costruire alleanze con i poteri politici, che accumulano un potere economico tale da riuscire a mettersi al riparo dalla concorrenza. Il capitalismo si finge concorrenziale ma è vocazionalmente monopolistico. Ed è stato il capitalismo a governare negli ultimi quarant’anni, non certo il mercato.” (tratto da Innovazione Armonica. Un senso di futuro, Francesco Cicione e Luca De Biase, Rubbettino 2021)

Ne deriva che associare il concetto di capitalismo a questo tipo di libero mercato, rischia di assumere le sembianze di una ingenua semplificazione, poiché tale mercato è, forse, per il capitalismo solo un sofisticato paravento da strumentalizzare e piegare ai propri scopi.

“La competizione è peccato” amava affermare John Davison Rockfeller, denunciando una visione del capitalismo (di cui lui è esponente di vertice nella storia contemporanea) più prossima al feudalesimo che non ad una moderna concezione dell’economia al servizio del progresso, per quanto arricchita e contemperata da propositi (formalmente) illuminati.

In questo scenario, lo Stato, depositario delle funzioni regolatorie, si è rivelato, in molte circostanze, inadeguato ed impreparato, sterilizzato e compromesso nella sua efficacia da visioni politiche e sociali fortemente ideologizzate e radicali (o in senso neoliberista o in senso statalista), imprigionate nel pregiudizio asfittico delle camicie di nesso di riferimento e pertanto insufficienti o inadeguate a promuovere forme di società giuste e sostenibili.

Tutto ciò, per alcuni (molti) versi potenziato e per altri (pochi) mitigato nei suoi effetti dalla globalizzazione della governance mondiale, dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla digitalizzazione dei modelli relazionali e produttivi, ha determinato una grave polarizzazione della struttura sociale, generando forme di distribuzione della ricchezza pericolosamente ingiuste e squilibrate che hanno condotto il 2% della popolazione mondiale a detenere il 50% della ricchezza.

Oggi in molti, e tra questi l’economista Raghuram Rajan, ci ricordano che in un periodo storico in cui il mercato (e dunque il primato dell’interesse privato) sembra avere irrimediabilmente vinto sullo Stato (quindi sul primato dell’interesse pubblico), bisogna ripartire dal terzo pilastro, ovvero dalle comunità (il primato del bene comune e della comunione nel bene). È nella comunità che dobbiamo riscoprire la capacità di custodire i processi e le dimensioni relazionali e partecipative, la soggettività territoriale e sociale, la creazione di valore condiviso, il consolidamento del senso di un cammino comune, come antidoto alla crescente espropriazione di sovranità che si sta consumando nei confronti degli stati nazionali: ovvero il localismo differenziato come soluzione per affrontare i costi della globalizzazione, preservandone i benefici. Essere comunità è, forse, la sfida più difficile che ci attende poiché esige capacità di perdonare se stessi e gli altri, capacità di riscoprire l’altro come dono verso se stessi e me stesso come dono verso l’altro. Essere comunità è la sfida più difficile, perché significa ristabilire un patto di fiducia tra le persone, tra le istituzioni e tra di esse; significa far rivivere la necessaria comunione dei talenti; significa riaffermare il primato della dolcezza della correzione fraterna sulla violenza della pena ad ogni costo; significa riscoprire il gusto raffinato del dialogo e dell’amore rispetto al sapore forte delle antinomie, della contrapposizione e della rabbia; significa riscoprirsi veri fratelli; significa riscoprire le regole di una giustizia sociale, economica, civile e penale ricca di misericordia e non di prepotenza; significa avere desiderio di riabbracciarci e di pacificarci; significa unirci in uno sforzo comune di ricostruzione; significa rinunciare alle nostre convinzioni ideologiche e culturali inscalfibili e consolidate; significa affermare di voler essere futuro tutti insieme.

Ci troviamo, quindi ed evidentemente, alla fine di una fase storica segnata da semplificazioni, populismi ed ingiustizie (molto probabilmente vi è una forte correlazione con i mali del capitalismo), mentre una nuova non è ancora del tutto iniziata.

L’avvento di una nuova e diffusa sensibilità su questi temi, sui problemi che li caratterizzano e sulle soluzioni possibili, sta, infatti, progressivamente facendo crescere un vasto movimento interessato a promuovere la cultura della sostenibilità, della finanza d’impatto, dell’impresa etica e della nuova economia.

I Ceo delle principali società quotate nella Borsa di New York sono arrivati a firmare insieme un manifesto nel quale affermano: Siamo decisi a liberare l’umanità dalla tirannia della povertà e vogliamo guarire e rendere sicuro il nostro pianeta per le generazioni presenti e future. Siamo determinati a fare i passi coraggiosi e trasformativi che sono urgenti e necessari per mettere il mondo su un percorso più sostenibile e duraturo. Mentre iniziamo questo cammino comune, promettiamo che nessuno sarà escluso”.

Il framework delle policy globali si sta riorientando in maniera radicale: si pensi ai programmi Agenda 2030 ed Addis Abeba dell’Onu, il New green deal e Next generation Eu della Commissione europea, sino alle accorate encicliche Laudato Si' e Fratelli tutti di Papa Francesco.

Si tratta di un percorso ambizioso, necessario ed utile che, tuttavia, interpella la nostra coscienza morale individuale e collettiva con interrogativi fondamentali ed essenziali, se si vuole evitare il rischio di produrre banale storytelling.

Proviamo a tratteggiarne alcuni in maniera sintetica, confidando che farlo, possa risultare utile ad arricchire la nostra riflessione iniziale.

Prima questione. Esiste un modello economico migliore dell’altro? Ogni modello economico è definibile e giudicabile con precisione? Se sì, secondo quali criteri e parametri? Difficile, almeno per me, rispondere con esattezza. Spesso il giudizio rischia di essere ingannevole, gravato da retaggi e sovrastrutture che deformano, finanche in maniera inconsapevole, la prospettiva. Può essere utile, invece, un approccio “possibilista” di impronta “umanistica”. Ovvero: quale che sia il modello, si cerca di orientarlo al bene più grande, ponendo la persona (e solo la persona) al centro. Per uno strano paradosso, ne deriva che proprio i modelli peggiori hanno bisogno di essere umanizzati. Tale approccio implica un esercizio profondo della responsabilità.

Seconda questione. Cosa significa essere sostenibili? Azzardo una risposta: significa essere veri, veri ontologicamente, veri antropologicamente, veri storicamente e cosmologicamente, significa ricomporre la frattura tra verità dell’essere e verità del fine. Oggi si crea per consumare e ciò ha generato la società del consumo. Ma il vero fine è la necessità ed il bisogno essenziale. Consumare in maniera responsabile significa recuperare il vero fine, recuperare la perfetta sintesi tra essere e fine, significa recuperare un rapporto armonico tra uomo e creato, tra uomini e uomini, attingendo a quella sapienza primigenia che in maniera sorprendente ha caratterizzato tutte le più antiche culture della storia.

Terza questione. Come si persegue (e si realizza) la centralità dell’uomo in un modello economico? Giova citare quanto sostiene Nicola Rotundo: “L’odierna bizzarra visione antropocentrica sta facendo di un uomo autonomo ed al contempo despota, la “misura” di tutte le cose. La più grande fragilità oggi non è nell’economia, nell’ecologia, nella politica, nella medicina, nella scienza. Certamente anche in questi ambiti le fragilità sono grandi. Ma ciò che maggiormente è in crisi, oggi, è l’uomo che governa tutti questi ambiti ed è in crisi per carenza di sapienza. Un uomo non sapiente è un uomo “non uomo”. Ed è questo oggi il male più radicale, il punto più debole, la ragione più profonda delle molteplici crisi sociali, finanziarie, ecologiche, politiche che stanno investendo l’umanità. Se è falso l’uomo che fa economia, falso sarà il sistema economico da lui teorizzato e praticato. Se è falso l’uomo che pensa l’economia, mai l’economia sarà o potrà essere sostenibile perché mai sarà pensata e realizzata a servizio dell’uomo e di tutti gli uomini, ma soprattutto a misura dell’uomo e di tutti gli uomini. La vera economia è quella che è pensata a servizio di tutto l’uomo (anima compresa) ed a servizio di tutti gli uomini. Sono economie non sostenibili e come tali sempre andranno in crisi, quei sistemi economici che non rispettano questi due principi. Anche un solo uomo escluso dai benefici di un sistema economico denuncia una carenza del sistema economico sul piano etico.” (L’Uomo al Centro. Per una Ecologia Integrata, a cura di Nicola Rotundo, Rubbettino 2021).

Quarta questione. È solo una questione di equa distribuzione della ricchezza o anche di equa produzione di valore economico diffuso? Il Pil mondiale, rappresentato secondo le regole del diagramma di Voronoi, è stimato in 87,8 migliaia di miliardi di dollari. Attualmente la popolazione mondiale è di 7,8 miliardi di persone e quella attiva dal punto di vista lavorativo è di circa cinque miliardi. Questo vuol dire che mediamente ogni individuo attivo produce ogni anno ricchezza per 17.918 dollari. Tuttavia, poiché sappiamo che il 50% della ricchezza mondiale (che non è il Pil ma comunque è un indicatore significativo) è concentrato nel 2% della popolazione mondiale, dobbiamo dedurne che il 98% della popolazione mondiale attiva (ovvero 98 milioni di persone) producono 43,9 mila miliardi di ricchezza (ovvero circa 447.959 a testa) mentre, i restanti 4,9 miliardi di persona producono i restanti 43,9 mila miliardi (ovvero circa 9.142 a testa). Se non vi sono bug nel ragionamento, mi domando: il tema è solo quello delle diseguaglianze (tanto e giustamente approfondito) oppure vi è (anche) un tema di produttività (e responsabilità) dei singoli e di modello di sviluppo?

Queste premesse portano ad alcune conclusioni sommarie che, traslando il concetto di innovazione armonica che siamo impegnati a promuovere come Entopan, potremmo riassumer in una idea: l’economia armonica.

Come l’innovazione armonica anche l’economia armonica può e deve essere “nobile e gentile”.

Come l’innovazione armonica anche l’economia armonica può e deve essere etica (senza macchia, tersa, inoffensiva, amante del bene, benefica, libera, incontaminata, autentica); intelligente (sottile, acuta, amica dell’Uomo, stabile, sicura, utile, nuova); generativa (performante, emanazione della potenza creativa, nel contempo unica e molteplice); pervasiva (penetrante, mobile, agile, multidisciplinare); sostenibile (circolare, riflesso dell’equilibrio perenne).

Come l’innovazione armonica anche l’economia armonica può e deve credere nell’economia che “dopo aver interrogato la ragione è disponibile ad aprirsi ad una luce più grande, ispirata da un approccio sapienziale costantemente rivolto a perseguire l’incontro tra immanenza e trascendenza, tra finitudine e infinitudine, tra presente ed eternità, tra ricerca scientifica e ricerca morale, nella costante valutazione delle implicazioni etiche di ogni intervento, accettando di confrontarsi con il concetto di “limite” e, più ancora, disponibile ad assumere il concetto di “limite” come centrale nello sviluppo di una coerente, efficace e sana teoria e pratica economica, poiché l’economia “si è”, non la “si fa”.

Noi tutti siamo chiamati a promuovere una economia armonica, nel tempo, nello spazio, nelle relazioni ad ogni livello.

L’economia è uno scambio mirabile: si produce una cosa per avere un’altra cosa. È il seme che muore che produce molto frutto: ancora una volta mirabile scambio. Nella vera economia si consuma la vita per rimanere in vita, si offre il sudore del proprio lavoro per guadagnare il pane quotidiano. Ogni diritto è un dovere maturato. E non il contrario. È una economia che esige la purificazione dal vizio, dai tanti vizi che producono sprechi ed ingiustizie. I piccoli vizi generano sempre gravi squilibri macroeconomici. È certamente questa vera economia etica dai frutti eterni e universali, poiché il frutto prodotto è sempre infinitamente ed eternamente più alto del dono offerto. Oggi, invece e purtroppo, molte economie sono per la morte: si mortifica o finanche si uccide l’uomo solo per sete di guadagno disonesto. Quando per un profitto maggiore si conduce un uomo alla perdita della dignità ed alla morte non si produce vera economia. Il Vangelo ci fornisce, forse, uno degli esempi più esemplari in tal senso: il ricco cattivo, detto un tempo ricco epulone, che usò i beni solo per se stesso e non vide Lazzaro, il povero coperto di piaghe e affamato, seduto dinanzi alla sua porta. Lazzaro invece che visse la sua economia di povertà e di miseria secondo onesta e verità ed ebbe in cambio la sua eternità di gloria: il guadagno è altissimo.

Ma oggi chi crede in questa economia di vera comunione, vera condivisione e vera eternità?

Non credendo né nell’eternità come frutto di un presente armonico ed autentico, l’economia umana tende a definire le proprie regole con l’obiettivo di massimizzare il momento attuale e l’utilità di pochi.

Questo difetto di “trascendenza”, reca, a mio avviso, conseguenze gravi anche in chi si impegna nella promozione di forme orientate a creare un mondo più giusto, poiché è manchevole di una verità piena ed audace.

È necessario, dal mio punto di vista, uno sforzo collettivo di ripensamento dei fondamentali più autentici: senza una riflessione libera ed aperta su di essi il rischio di restare intrappolati nel perimetro limitato di formule, teorie e propagande, sterili ed infruttuose, è altissimo.

Non si sprechi la lezione della storia, dunque: si abbia il coraggio di un cambiamento ontologico.

L’emergenza da Covid-19 ci offre (e ci impone) una grande possibilità (e necessità) di cambiamento.

Oltre il capitalismo, oltre ogni modello economico, per l’affermazione di un paradigma generativo, coesivo, sostenibile, inclusivo ed armonico.

Per l’Uomo e per l’Umanità, nell’autenticità.

 

di Francesco Cicione, founder e presidente di Entopan

La sfida di un nuovo orizzonte partecipativo basato sull’uguaglianza

24 febbraio 2021

L’ultimo saggio di Piketty dimostra come l’elemento decisivo per il progresso umano e lo  sviluppo economico sia la lotta per l’uguaglianza e l’educazione, senza trascurare il tema cruciale della redistribuzione del reddito.

Si può o si deve riformare il capitalismo? E quale capitalismo? La domanda, gravida di pensiero e di stimoli all’azione negli anni successivi alla grande depressione del 1929, si è riproposta riacutizzata dopo la crisi del 2007, senza tuttavia produrre grandi cambiamenti in tema di finanziarizzazione delle imprese e dell’economia, relative posizioni di rendita, riforme fiscali più progressive, paradisi fiscali, separazione tra banche di investimento e banche di risparmio, e diverse altre riforme richieste e non attuate, e molte neanche ancora pensate.

Nel suo ultimo libro “Capitale e ideologia” (La nave di Teseo, 2020), l’economista francese Thomas Piketty propone una diversa distribuzione dei diritti di proprietà per superare l’attuale sistema capitalistico fondato sul principio della massimizzazione del profitto per i proprietari e sulla riduzione della tassazione pubblica, soprattutto dei grandi patrimoni.

In sintesi, Piketty ribadisce: “il modello di socialismo partecipativo proposto è fondato su due principi che mirano a superare l’attuale sistema della proprietà privata:

  • da un lato, la proprietà sociale e la condivisione dei diritti di voto nelle imprese;

  • dall’altro, la proprietà temporanea e la circolazione del capitale.

Combinando i due principi, si istituirebbe un sistema di proprietà molto diverso dal capitalismo privato come lo conosciamo oggi, e che costituirebbe un vero e proprio superamento del capitalismo stesso” (p. 1117).

L’autore ritiene che vi sia una correlazione tra capitale, potere e diritti di voto nelle imprese, progressività fiscale e circolazione permanente della ricchezza, che ha trovato diversi equilibri nel passato e che può trovare, nel futuro, nuovi e diversi assetti. Quali siano questi equilibri diversi, Piketty non lo dice, consapevole che non sono gli studiosi a determinare il futuro, ma le azioni e le scelte di milioni di persone che si possono coalizzare per raggiungere nuovi obiettivi, da tradurre poi in leggi e istituzioni. Così è stato nel passato e così sarà nel futuro.

Piketty è conscio dell’originalità della sua proposta di socialismo partecipativo, ma soprattutto è consapevole di due fattori decisivi:

  • la struttura sociale cristallizzata in un dato tempo storico in leggi e sistemi di potere non è immutabile, ma frutto di un processo storico in evoluzione, che viene dal passato e va verso un futuro in modo non deterministico, in cerca di un equilibrio possibile tra diversi fattori, per giungere a una maggiore uguaglianza e giustizia;

  • le sue sono proposte, che auspica siano sottoposte a un processo decisionale pubblico, partecipato e democratico.

Piketty, sulla base di una approfondita analisi storica (sulla base dei dati a disposizione), non assume un atteggiamento ideologico, ma mostra come nel passato alcune esperienze verso una maggiore giustizia siano già state attuate con ottimi risultati. Per esempio, ricorda (e commenta con dovizia di dati) come una tassazione molto elevata negli Usa e in Inghilterra, ma anche in Francia, dei patrimoni del 10% più ricco, abbia, in passato, ridotto le disuguaglianze e favorito la crescita, e come le attuali disuguaglianze siano determinate dalla bassa tassazione dei grandi redditi e patrimoni.

Inoltre, sottolinea come il sistema di partecipazione dei dipendenti ai consigli di amministrazione in atto in Germania e Svezia non abbia ridotto l’efficacia delle aziende, ed anzi sia ormai accettato e condiviso pacificamente sia dagli azionisti che dalla società, oltre che dai dipendenti. Queste due “rivoluzioni” del passato, trovano radici nella Costituzione degli Usa (tassa federale sul patrimonio) e della Germania (co-gestione).

La concretezza e la fattibilità delle proposte, in particolare quella di un regime di tassazione progressiva sui redditi e sul capitale (vedi cap. 17, con una proposta radicale di tassazione progressiva, riportata nella tabella), permetterebbe di:

  • finanziare uno stato sociale più equo (istruzione, sanità, previdenza, reddito minimo, ecc.);

  • pervenire ad una maggiore distribuzione della ricchezza, più a favore dei giovani (che propone a 25 anni di dotare di un capitale pari al 60% del patrimonio medio) per rendere ancora più dinamiche le società che l’adottino.

In un momento in cui, in Italia, le istituzioni lavorano a una riforma fiscale, facendo i conti con un debito pubblico e un’evasione fiscale elevati (l’autore ha proposte concrete anche per un tracciamento esauriente dei capitali e delle proprietà), le indicazioni di Piketty – che si rivolge in prima battuta alle forze di sinistra – possono essere utili anche per altre formazioni partitiche e della società civile che vorrebbero una maggiore giustizia sociale e una riduzione delle disuguaglianze. Anche la Costituzione italiana collega l’iniziativa economica all’utilità sociale: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (Art. 41).

Rimane il problema di declinare questo principio - sapientemente introdotto in Costituzione dai nostri padri costituenti - nella normativa e nella prassi, così da renderlo veramente effettivo.

La delicata questione della traduzione normativa dei principi di giustizia è posta con forza anche da Marco D’Eramo nel suo ultimo scritto “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”. D’Eramo mostra come la destra neoliberale e religiosa negli Usa abbia vinto la sua battaglia ideologica, avviata quasi clandestinamente alla fine degli anni ’50 del secolo scorso. Tale percorso ha iniziato finanziando, tramite fondazioni, corsi di impostazione neoliberista di economia, ed anche di giurisprudenza, che hanno “prodotto” – in senso letterale – quattro giudici della Corte Suprema degli Usa e oltre 200 giudici federali, tutte cariche a vita, in cui i detentori hanno fatto giurisprudenza a favore delle idee neoliberali. D’Eramo porta l’esempio di Anthonin Scalia che ha affermato: “Il trucco è usare lo Stato accortamente”, fino a giungere alla sentenza della Corte Suprema che ha riconosciuto le corporations come persone con un illimitato diritto di parola politica, e che, quindi, possono finanziare in misura illimitata i politici, con evidenti sproporzioni rispetto ai normali cittadini.

A questo punto si pone la questione del potere e del conflitto. Fabrizio Barca ed Enrico Giovannini ne parlano a più riprese nel loro libro “Quel mondo diverso. Da immaginare, per cui battersi, che si può realizzare”. La loro riflessione è frutto dell’esperienza concreta di due attori che hanno avuto importanti ruoli istituzionali e realizza un dialogo tra due culture differenti, che si pongono però obiettivi comuni.

Va, infine, notata la consonanza delle proposte di Piketty con alcuni aspetti della dottrina sociale della Chiesa; solo per fare qualche esempio, la destinazione sociale della proprietà privata (e dei beni), la scelta preferenziale per i poveri.

Papa Francesco, nella sua enciclica “Fratelli Tutti”, ribadendo il suo magistero sociale, auspica anche un cambiamento delle strutture giuridiche: «Vorrei insistere sul fatto che “dare a ciascuno il suo”, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La distribuzione di fatto del potere – politico, economico, militare, tecnologico e così via – tra una pluralità di soggetti e la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi, realizza la limitazione del potere. Oggi il panorama mondiale ci presenta, tuttavia, molti falsi diritti, e – nello stesso tempo – ampi settori senza protezione, vittime piuttosto di un cattivo esercizio del potere» (n. 171).

Papa Francesco propone la gestione intelligente e appassionata del conflitto, non la sua rimozione. Il dialogo resta lo strumento principe della gestione del conflitto, sapendo che ciascuna parte porta una parte sia del problema che della soluzione, e che occorra trovare una sintesi condivisa.

Il conflitto è inevitabile, fa parte della vita, e dunque bisogna aprire conflitti, non solo sulle questioni cruciali e l’idea di capitalismo che viviamo oggi e che vogliamo cambiare, ma anche sui contenuti e le forme che attengono alla regolamentazione giuridica per una maggiore giustizia ed equità.

di Marco Bonarini, formatore, collabora con il Dipartimento Terzo settore delle Acli nazionali.

 

L’articolo è già stato pubblicato il 9 dicembre 2020 su lavoce.info

Perché non credo alla svolta etica del capitalismo

16 febbraio 2021

L’amico Giovanni Battista Costa, presidente di NeXt - Nuova economia per tutti, mi onora chiedendomi una opinione sulla sua idea circa la possibilità di un superamento del capitalismo dall’interno, per così dire, capace di autoriformarsi. Un capitalismo buono, rivolto al bene comune – afferma – non è già più un sistema economico capitalista, cioè finalizzato alla massimizzazione del profitto.  Giustissimo, ma se non vogliamo rimanere prigionieri di un ragionamento nominalistico tautologico, dobbiamo rispondere ad un’altra domanda: può un sistema socioeconomico fondato su una modalità produttiva di tipo capitalistico garantire il benessere di tutte e di tutti?  Il capitalismo, nelle sue infinite varietà spaziali e temporali, rimane fondamentalmente una modalità di relazioni sociali produttive fondata su due istituzioni: impresa privata e libero mercato. Il terzo pilastro, lo stato, è chiamato a far funzionare al meglio i primi due.

Da qualche secolo questo schema è diventato un sistema che si è imposto a livello globale andando però  in conto a diversi e sempre più gravi problemi: crisi ecologica (biocidio e cambiamenti climatici); aumento delle diseguaglianze (distribuzione asimmetrica della ricchezza sociale), della disoccupazione e dei “lavori poveri” (a chiamata, discontinui, senza tutele, ecc.); crescita delle popolazioni povere, loro ammassamento nelle megalopoli e migrazioni; svalutazione del lavoro umano;  conflitti armati per l’accaparramento delle risorse naturali sempre più rare ed altre intollerabili “contraddizioni”, tra cui l’emergere di nuovi nazionalismi aggressivi e  di forme di “democrazia autoritaria” (post-democrazia) vincenti sul terreno della competizione economica (vedi Cina), ma poco attrattive per chi è abituato agli standard occidentali.  

Ora, anche dall’interno del mondo capitalistico, cresce la consapevolezza della insostenibilità della situazione. Non passa giorno che grandi imprenditori, amministratori delegati, Ceo e persino banchieri, soli o associati in organizzazioni di stampo filantropico, non ci grazino con dichiarazioni che perorano la causa della sostenibilità, del bene comune, delle generazioni future e persino della bellezza. Il tema del World economic forum di Davos dello scorso anno era il Great Reset (titolo anche del libro del suo fondatore Klaus Schwab). Quest’anno è un nuovo patto sociale e una New Deal per le imprese capace di “ricostruire urgentemente le basi del sistema economico e sociale per creare un futuro post-Covid più equo, sostenibile e resiliente”. Più impegnative ancora  le parole di lady Lynn Foreter de Rothschild, ereditiera dell’omonimo colosso finanziario, amministratrice, tra l’altro, della società proprietaria della rivista The Economist, fondatrice di un gruppo di multinazionali chiamato Coalition for Inclusive Capitalism (tra cui British Petroleum, Saudi Armaco, Bank of America, Fondazione Rockefeller, Johns & Johnson e via dicendo) che è stata recentemente ricevuta in Vaticano dal papa in persona: “Il capitalismo ha creato una ricchezza immensa nel mondo,  ma ha anche lasciato troppe persone indietro. E ha portato al degrado il nostro pianeta.

Stiamo rispondendo alla sfida di Papa Francesco di creare economie più inclusive che diffondano i benefici del capitalismo in modo equo e consentano alle persone di realizzare il loro pieno potenziale”.  Attenzione, qui non si sta facendo filantropia! Doug McMillon, ceo di Walmart (la più grande catena al mondo di distribuzione organizzata), a detta di chi è bene informato, sarà uno degli uomini più ascoltati da Biden. McMillon è anche presidente della Us Business Roundtable, il gruppo di lobby aziendali più influente d’America che comprende Apple, JP Morgan, Amzon, General Motor e così via. Il loro manifesto sostiene la necessità di “combattere l’aumento estremo delle sperequazioni anche reinterpretando il capitalismo in chiave più sociale: l’azienda deve produrre benefici non solo per gli azionisti ma anche per gli stakeholders: dipendenti, clienti e la comunità circostante” (M. Gaggi, Economia & Politica del Corriere della Sera, 18.1.2021). Insomma, come titolava lo scorso anno il Financial Times, saremmo in presenza di una “svolta etica del capitalismo”.

C’è da dargli credito? In molti lo fanno. La filosofia della “responsabilità (allargata) dell’impresa” (e degli investitori) sta prendendo piede. Le politiche di sviluppo (in chiave green e resilience, si intende) della Commissione europea si basano sull’ipotesi che vi sia un interesse delle imprese a migliorare le loro performace ambientali e occupazionali. Un’enorme produzione normativa è stata varata per invogliare la “grande transizione” del sistema economico: indici Esg (Environmental Social Governance), “tassonomia” degli Impact Investing (regolamento sui Sustainable and responsible investment), classificazioni delle Corporate social responsability, etichette e certificazioni per ogni prodotto, ecc. L’idea è sempre quella: trovare dei meccanismi di mercato che rendano miracolosamente compatibili le tre “P”: Profit, People, Planet. Pardon, ora, in preparazione del G20, la “p” di Profit è stata pudicamente mutata in Prosperity. Basterà?

Non lo credo. Non solo perché c’è molto restyling e green washing nei colossi industriali e finanziari impegnati nel recuperare “capitale di reputazione”, ma perché temo che dietro l’apparenza di una autocritica vi sia una strategia di rilancio del loro potere accreditandosi presso l’opinione pubblica come capaci di risolvere i problemi che loro stessi hanno creato. Vale adire: non servono nuove regole, non serve un ruolo degli stati più stringente, sia nella pianificazione dell’economia, sia nei controlli dell’operato degli attori. Non serve riequilibrare la leva fiscale, eliminare i paradisi fiscali, tassare gli utili finanziari, ripubblicizzare il sistema del credito… Bastiamo noi con la filantropia, con le Fondazioni bancarie, con il Terzo settore tappabuchi, con il welfare aziendale e così via, caritatevolmente operando.  (Vedi l’ottima ricerca di Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni. Le trame oscure del filantrocapitalismo, Emi, 2020).

C’è da fidarsi? Non credo. E non per le sole ragioni etiche e morali, ma per l’impossibilità strutturale, funzionale, implicita nell’impresa capitalistica di operare per qualche fine che non sia quello di remunerare il capitale investito. E non solo perché così sancisce il Codice civile di origine napoleonica e borghese (pena il fallimento e l’uscita dal sistema economico di mercato), ma perché anche l’imprenditore con il cuore più grande del mondo e di fede cristiana è obbligato a restituire con gli interessi il capitale che gli è stato imprestato. Si genera così un moto perpetuo a spirale che spinge ogni impresa a produrre sempre di più, a prezzi sempre più vantaggiosi, in competizione con gli altri produttori. La crescita del valore monetario delle merci vendute sul mercato è la misura di ogni cosa. Questo è il capitalismo. Lo si può temperare, lo si può regolare imponendo qualche laccio (rispetto dei diritti minimi dei lavoratori, dell’ambiente, ecc.), ma questo rimane. (Consiglio l’ultimo impegnativo libro del sociologo dell’economia Paolo Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, 2020).

Per queste ragioni ritengo che “Una nuova economia basata sulle persone e sull’ambiente” come quella giustamente prospettata da NeXt non sia realizzabile all’interno di un ambiente economico, istituzionale, sociale e politico di stampo capitalistico.

In particolare, la trovata del "voto con il portafoglio" mi pare davvero uno slogan infelice. (Sulla presunta sovranità del consumatore ho dedicato un capitolo del libro Ombre verdi, Altreconomia, 2020). Significa forse che chi ha il portafoglio vuoto non ha diritto di voto? Che solo le persone solvibili sul mercato possono orientare l’offerta? I consumi sono sempre condizionati dall’offerta, tramite i prezzi, la pubblicità, l’industria culturale che manipola stili di vita e persino i desideri.  Una reale autonomia e libera scelta delle persone potrebbe instaurarsi solo in un contesto socioeconomico comunitario, in un sistema di autogoverno delle popolazioni afferenti ambiti territoriali autosufficienti: economie di condivisione, diceva Kumarappa, economie solidali partecipate, diceva Michael Albert, in generale economie altre descritte da Roberto Mancini.

Temo che il capitalismo bon possa essere né buono, né umano, né sostenibile, né nulla di diverso da quello che è: un determinato rapporto sociale di produzione che prevede strutturalmente una disparità di potere tra chi detiene i mezzi di produzione (capitali, brevetti, patrimoni...) e chi no. Ti sembrerò molto duro e vetero-comunista, ma credo che ci sia ancora molto bisogno di "conflitto" (lo scrive benissimo Bergoglio nella Fratelli tutti). In un mondo così ingiusto la "collaborazione" serve solo a chi ha il potere. Felice di essere smentito dalle magnifiche e progressive sorti del capitalismo. Per onestà intellettuale, diciamo però, che per ora, la dura verifica della storia mi sta dando ragione.

di Paolo Cacciari, deputato eletto alla Camera nel 2006 per Rifondazione Comunista

L'economia libera e il presidio della democrazia, di Marco Vitale

Non mi imbarcherei mai in una disperata sfida a definire il capitalismo, per poi cercare di identificare le vie per una “evoluzione/reinvenzione del capitalismo e su cosa è il capitalismo e cosa non lo è. Gli storici dell’economia che più amo, Braudel e Cipolla, mi hanno insegnato che ci sono mille capitalismi diversi nei luoghi e nel tempo e che cercare di identificare un capitalismo da compattare o da proporre è una battaglia astratta e senza speranza come quelle che combatteva Don Chisciotte contro i mulini a vento. Lo stesso mi ha insegnato la mia esperienza professionale.

Sono cresciuto nell’impresa americana e nel management americano degli anni ’50 e ’60 ed ho vissuto, passo dopo passo, la trasformazione del management americano a partire dall’inizio degli anni ’70 per poi, dopo un decennio di lavoro serio, impadronirsi dell’America negli anni ’80 e cambiare profondamente (cioè nei principi), dall’interno, l’America che avevo conosciuto. Non ho il minimo dubbio nell’affermare che i grandi manager americani che ho conosciuto e frequentato negli anni ’50, ’60, ’70 non hanno più niente a che fare con il sistema economico americano di oggi e con i suoi valori odierni. Nell’America di oggi sarebbero del tutto sperduti. E allora? Era capitalismo quello degli anni’60 o quello di oggi? O nessuno? O tutti e due? Queste sono domande legittime per gli storici o per i sociologi. Ma per un movimento di opinione che vuole incedere nel sociale l’approccio deve essere meno astratto e teorico, e più concreto e operativo.

Io sostituisco tutte queste domande con quella del numero 42 della Centesimus Annus. Qui c’è già l’unica domanda che conta e c’è anche la risposta. E nel secondo paragrafo del 42 c’è la distinzione fondamentale tra “economia d’impresa” ed “economia libera” e quello che molti chiamano “capitalismo”. E nel finale dell’ultimo paragrafo del 42 c’è la visione profetica di quello che è poi successo nel mondo dopo il 1989 e che dobbiamo combattere e, se ci riusciamo, correggere.

E allora? Riassumo i miei pilastri che ho scoperto, passo dopo passo, in cinquant’anni di ricerca e di lavoro.

  • l’economia libera (come la chiama Papa Wojtyla che ha ben conosciuto il suo contrario) è il primo pilastro da proteggere sempre e in ogni epoca e in ogni territorio;
  • ingredienti essenziali dell’economia libera sono: a) il mercato che non deve essere truccato e manipolato come sono la maggior parte dei mercati oggi e soprattutto quelli dei big data e dell’informazione; b) la libera impresa deve avere, se di grandi dimensioni, una governance che garantisca la presenza al vertice di tutti i soggetti che in essa operano (le grandi imprese sono enti politici e come tali vanno regolamentate);
  • la libera impresa e il libero mercato sono sempre a rischio e tendono a degenerare in strutture di potere non controllate;
  • per contenere queste degenerazioni la risposta è una sola: la democrazia, trasparente, solidale, efficace.

Quindi, dobbiamo impegnarci sempre ed in ogni momento per l’economia libera, per il libero mercato, per l’impresa responsabile, per il vaglio democratico sul funzionamento di tutti i citati pilastri (compresa la grande impresa).

Questa è stata la mia rotta in tanti decenni e lo è anche oggi e lo sarà per il piccolo futuro che mi resta. Il padre di Italo Calvino, che era un eccellente botanico, diceva che bisogna fare come le piante che immettono nell’aria milioni di semi, con la certezza (non la semplice speranza) che qualcuno attecchirà.

Poiché sarebbe troppo lungo sviluppare, in questa sede, questi concetti, propongo alcune letture:

  • Carlo Cattaneo, Industria e Morale, con mia introduzione, nella quale si scopre che i temi del rispetto dell’uomo (omnium rerum mensura homo) e il rispetto dell’ambiente non sono solo del nostro tempo e non li ha scoperti Papa Francesco;
  • L’Impresa Responsabile, che è una sintesi del mio pensiero sull’impresa e che illustra che la distinzione da fare non è tra impresa più o meno capitalista ma tra impresa responsabile e impresa irresponsabile;
  • un bel libro (che è una tesi di laurea) su Economia Sociale di Mercato, dove a pag. 247 c’è un mio ampio scritto su “l’economia sociale di mercato e la Dottrina Sociale della Chiesa”, cioè degli unici due filoni di pensiero che resistono e sopravvivono al crollo di tutti gli altri filoni di pensiero, dal collettivismo al neoliberismo;
  • una mia raccolta di scritti sui rapporti tra Chiesa ed economia che sono vecchi ma non datati. Essi contengono molti spunti, ancora oggi interessanti, ma, soprattutto, servono a capire che aveva ragione Goethe quando scrisse. Tutti i rimedi sono già stati scoperti e sono conosciuti; quello che ci rimane è solo di applicarli.

di Marco Vitale, economista d'impresa, presidente di VitaleZane&Co.

Perché un blog sul futuro del capitalismo?

18 dicembre 2020

Perché un imprenditore prima metalmeccanico, poi nel settore crocieristico ed ora nell’edutainment si interroga sul futuro del capitalismo?

Dieci anni fa ho costituito NeXt Nuova Economia per Tutti insieme a Leonardo Becchetti perché mi rendevo conto che le ingiustizie e le sofferenze delle persone aumentano e che il degrado ambientale si aggrava rapidamente.

Ero e sono insofferente e addolorato, e la mia esperienza di vita d’impresa mi portava e mi porta a dire che la causa di tanto dolore e di tanta distruzione nasce dall’attuale modello economico che, non essendo in grado di risolvere i problemi dell’uomo e dell’ambiente, è pertanto sbagliato.

Il modello economico in cui viviamo è il Capitalismo. Era stato moderato nel secondo dopoguerra da uno Stato sociale che interveniva sulle criticità e cercava di colmare le disuguaglianze. Lo Stato sociale realizzava grandi investimenti anche per allontanare le masse sofferenti dal modello antagonista del socialismo di Stato. Il crollo del modello comunista tolse ogni freno. L’impresa poteva rivendicare il massimo di libertà senza timore di una contestazione dell’unico modello rimasto: un capitalismo che senza più confronti poteva sprigionare i suoi istinti primordiali esternalizzando tutti i costi possibili sull’ambiente, sulla società e sulle persone. Con vantaggio per gli azionisti e sovente per i consumatori, ma con sofferenza dei lavoratori, dei fornitori e dell’ambiente.

Abbiamo così visto all’opera il turbocapitalismo, accompagnato da un capitalismo finanziario che mira a fare sempre più denaro col denaro, dimenticando che il fine dell’impresa e dell’economia è soddisfare bisogni e dare servizi utili agli esseri umani.

Che cosa è il capitalismo? Secondo Wikipedia, “il capitalismo è un sistema economico in cui imprese e/o privati cittadini possiedono i mezzi di produzione, ricorrendo spesso al lavoro subordinato per la produzione di beni e servizi …, al fine di generare un profitto attraverso la vendita diretta o indiretta”.

Secondo il Dizionario di Oxford è un “Sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dalla separazione tra la classe dei capitalisti-proprietari e quella dei lavoratori.”

Il capitalismo viene sovente confuso con l’economia di mercato, contrapposta all'economia pianificata, questa caratterizzata da una pianificazione centrale da parte dello Stato.

L'economia di mercato, sempre per Wikipedia, “è un sistema economico in cui le decisioni in materia di investimenti, produzione e distribuzione vengono guidate dai segnali di prezzo creati dalle forze della domanda e dell'offerta. La principale caratteristica di un'economia di mercato è l'esistenza di mercati dei fattori che svolgono un ruolo dominante nell'allocazione dei beni capitali e dei beni di produzione.” Dunque, l’economia di mercato è una semplice piattaforma, più o meno regolamentata, per una migliore gestione delle risorse. Tale piattaforma è di grande utilità, e può essere utilizzata in modi molto diversi.

L’impresa capitalista, per esperienza, non ama il libero mercato e cerca in ogni modo, se possibile, di sfuggirgli, per costruire condizioni di “potere di mercato” più favorevoli verso i propri clienti, talvolta con ogni mezzo. Le stesse aziende però cercano le condizioni di mercato migliori quando si rivolgono ai propri fornitori. Tra capitalismo ed economia di mercato si verifica una dialettica di odio/amore tutta da esplorare.

Aprendo questo blog, che vogliamo sviluppare con l’apporto anche degli associati di NeXt, poniamo alcune domande che riguardano il futuro del capitalismo, o meglio di un nuovo modello economico per il prossimo futuro, che tanto in ASviS quanto in NeXt vogliamo equo per tutti e sostenibile, e dunque ben diverso dal capitalismo che abbiamo sotto gli occhi.

In economia, come in ogni ambito della vita, quando si cambia l’obiettivo si cambia non solo la direzione ed il percorso, ma la stessa sostanza e, quindi, il suo senso profondo e pertanto non è più quella di prima.

A questo punto pongo ai prossimi che interverranno sul blog 10 domande di fondo per cambiare il paradigma economico:

  1. se in economia si incorporano gli indicatori ESG così come ora intesi a livello internazionale, e, quindi, se le imprese cambiano i loro obiettivi di massimizzazione del profitto e mirano a soddisfare i criteri di sostenibilità sociale ed ambientale, siamo ancora in una economia capitalistica?

  2. E se a questi indicatori aggiungiamo un clima di rispetto e di crescita delle persone e di partecipazione alle decisioni aziendali, e realizziamo quindi una sostenibilità integrale (allo stesso livello di rilevanza: economica ambientale e sociale), siamo ancora in una economia capitalistica?

  3. L’azienda capitalista classica ha per obiettivo la massimizzazione della soddisfazione degli shareholder (il massimo profitto per gli azionisti), mentre l’azienda multistakeholder mette sullo stesso piano gli interessi di tutti gli attori dell’impresa, clienti, azionisti, fornitori, società locale, ambiente. In questo secondo caso siamo ancora in una economia capitalistica?

  4. L’economia multistakeholder chiede all’impresa di riequilibrare non solo i vantaggi economici e non economici, ma anche di redistribuire il potere tra i diversi attori. Nell’economia è possibile redistribuire il potere?

  5. Un’azienda che dialoga con tutti gli stakeholder in atteggiamento di ascolto riesce a generare anche valore economico e remunerare gli azionisti, rimanendo sul mercato dei capitali?

  6. Sentiamo spesso parlare di “capitalismo buono”, contrapposto al capitalismo attuale predominante evidentemente ritenuto “cattivo”, presupponendo che il capitalismo sia riformabile dall’interno. E’ realistica una riforma del capitalismo senza forti e persistenti pressioni esterne all’impresa?

  7. La nuova economia che punta al bene comune e fa crescere le persone e rispetta l’ambiente non è certamente il capitalismo che conosciamo. Si può dire che se diventa “buono” non è più capitalismo?

  8. In sintesi, per una società più giusta e sostenibile, si deve puntare ad una evoluzione oppure al superamento del capitalismo?

  9. Sovente constatiamo “fallimenti del mercato” e l’abbiamo visto nel corso di questa pandemia. Il capitalismo, accusato sovente di premiare i forti e di creare disuguaglianze ed ingiustizie, può generare valore aggiunto per tutti e favorire il bene comune? Quanto e come regolare il suo potere di mercato?

  10. Oltre al rispetto dell’ambiente, degli obblighi col fisco e dei diritti umani, rilevati dagli indicatori ESG, per la sostenibilità integrale occorre tutelare la dignità e il rispetto delle persone e quindi favorire la partecipazione e la condivisione arrivando ad un nuovo rapporto tra capitale e lavoro per cui le società passano da essere società di capitali a comunità di persone. In quest’ottica il profitto non è più l’unico obiettivo dell’economia. Quante realtà di questa nuova economia vediamo, e ne abbiamo esempi convincenti e che siano anche economicamente profittevoli?

Con questo blog, curato da Next con ASviS, ci proponiamo di cercare, insieme ai lettori attivi, risposte a questi quesiti, consapevoli che l’attuale modello economico prevalente capitalistico è insostenibile e indifendibile, e che molte imprese pioniere nella nostra società stanno esplorando, sovente con risultati molto interessanti, strade nuove. Questo è superamento del capitalismo o evoluzione?

Comunque, è molto importante per NeXt, nell’ambito del suo impegno attivo all’interno di ASviS, ragionare sul modello economico dominante per giungere a prospettare una nuova economia, evitando di cadere nella trappola di promuovere esperienze pur costruttive e belle, ma destinate a restare di nicchia. Sovente vediamo tante imprese parlare di sostenibilità per darsi un tono di modernità ed evitare di rivedere e cambiare i propri obiettivi.

Siamo molto ambiziosi, quasi folli, ma tanti giovani sono molto aperti e pronti a capire, e perseguire questo profondo cambiamento.

 

di Giovanni Battista Costa, imprenditore, presidente di NeXt Nuova Economia per Tutti