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Si può far fronte al progressivo degrado cognitivo di giovani e adulti?

Negli ultimi decenni alfabetizzazione e competenze matematiche sono in calo. Smartphone e AI rischiano di aggravare la situazione. Tra limitazioni ai social e incentivi per la lettura, alcuni Paesi corrono ai ripari.

mercoledì 9 settembre 2026
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I giovani non sono mai stati così poco preparati: uno studente quindicenne su cinque (20%) non raggiunge livelli adeguati in scienze, matematica e lettura. Nel 2022 erano il 16%. È quanto emerge dalla recente indagine Pisa (Programme for international student assessment) dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che nel 2025 ha coinvolto 760mila studenti in 91 Paesi. Le giurisdizioni cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang, insieme a Singapore, hanno registrato i risultati migliori nei tre ambiti. Estonia, Giappone, Corea del Sud, Macao (Cina), Taipei e Regno Unito sono tra i dieci sistemi scolastici con le prestazioni più alte.

L’Italia, pur segnando un lieve peggioramento nelle prove di lettura e matematica tra il 2022 e il 2025, si pone per la prima volta al di sopra della media dei Paesi Ocse. Nel 2025 le studentesse e gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio di 474 nella comprensione del testo (media Ocse 461), di 468 in matematica (media Ocse 463) e di 483 in scienze (media Ocse 482).

Nel nostro Paese continua, però, a essere preoccupante il tasso di dispersione scolastica implicita, cioè la quota di chi arriva al diploma pur non possedendo le competenze minime richieste. Secondo le rilevazioni Invalsi 2026, il 45,9% delle studentesse e degli studenti italiani conclude il percorso scolastico con competenze di italiano non adeguate; per la matematica la percentuale sale al 47,9%. Il quadro è sostanzialmente stabile rispetto agli ultimi anni, ma ancora lontano dai livelli precedenti alla pandemia.

Nativi artificiali: crescere tra algoritmi e follower

Mentre i servizi per l’infanzia, anche in Italia, restano insufficienti, la tecnologia conquista spazio nella quotidianità dei bambini. Tra AI toys, chatbot per i compiti e baby influencer, emergono nuove opportunità ma anche rischi per sviluppo, benessere e privacy.

Ma sarebbe sbagliato concentrarsi solo sui giovani. Nell’ultimo decennio il livello medio di alfabetizzazione tra gli adulti è migliorato solo in Danimarca e in Finlandia, mentre le competenze matematiche hanno registrato progressi solo in otto Paesi sui 31 analizzati nell’indagine Piacc (Programme for the international assessment of adult competencies) dell’Ocse.

Quasi un adulto su cinque (18%) non possiede nemmeno un livello elementare nella comprensione del testo, in matematica e nella capacità di risoluzione dei problemi (problem solving). E gli adulti tra i 55 e i 64 anni ottengono punteggi inferiori rispetto ai giovani tra i 16 e i 34 anni. L’Italia si posiziona ben al di sotto della media Ocse: il 35% della popolazione riesce a comprendere solo testi brevi e chiari e a svolgere semplici operazioni matematiche, mentre il 46% ha difficoltà con problemi che richiedono di svolgere più passaggi e monitorare più variabili contemporaneamente.

Attenzione sempre più frammentata

L’indagine Pisa dell’Ocse segnala che i “lettori frettolosi”, coloro che leggono velocemente ma in modo impreciso, sono quasi raddoppiati, raggiungendo il 9% nel 2025. Il 28% delle ragazze e dei ragazzi, inoltre, dichiara che i propri compagni sono spesso distratti dall’uso dei dispositivi digitali; in Italia la percentuale sale al 37%.

Questi dati confermano la graduale riduzione della soglia dell’attenzione della popolazione, causata in gran parte dalla fruizione costante di contenuti brevi e frammentati sullo smartphone. Secondo le stime di Gloria Mark, psicologa e ricercatrice della Columbia University, il tempo dedicato a un singolo contenuto prima di passare ad altro è passato da due minuti e mezzo nel 2004 a 47 secondi nel 2023.

Controllare lo smartphone e i social media con frequenza, in particolare durante i compiti e prima di dormire, provoca distrazione e sovraccarico cognitivo. E le conseguenze si vedono anche sui risultati scolastici. Lo rileva uno studio condotto dall’Università Milano Bicocca condotto su oltre 5mila studentesse e studenti nelle scuole del Nord Italia e pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour. I risultati mostrano che, a partire dalla terza media, chi ha aperto un account social già a 10 o 11 anni ha ottenuto risultati peggiori sia in italiano sia in matematica alle prove Invalsi, con punteggi inferiori di circa 0,2 “deviazioni standard”, pari a sei mesi di scolarizzazione in meno. Lo studio mostra, inoltre, che l’apertura precoce di un account social è correlata a una maggiore probabilità di ripetere l’anno e a una minore probabilità di ottenere voti eccellenti (cioè pari o superiori a 8/10) alla fine delle scuole secondarie di primo grado. 

Un numero crescente di Paesi sta adottando misure per limitare l’utilizzo dei social a ragazze e ragazzi sotto una certa età. A partire da dicembre 2025, l’Australia ha introdotto un blocco generalizzato per gli under 16; a giugno 2026 la Malaysia ha adottato una misura simile. Proposte analoghe sono in discussione in altri Paesi, come la Spagna, il Regno Unito, la Norvegia, la Danimarca e la Francia. Questi divieti sollevano però un problema pratico non da poco: oltre alle difficoltà di applicare le restrizioni, rendono più difficile studiare gli effetti reali della misura su chi trova comunque il modo di aggirarla, creando un punto cieco proprio nella fascia di popolazione più a rischio.

“Il punto non è soltanto decidere quando un ragazzo possa entrare nel mondo dei social, ma in quale mondo digitale lo facciamo entrare” ha scritto Flavia Belladonna in un recente editoriale pubblicato su ASviS, proseguendo: “Se chiediamo ai giovani di usare la tecnologia in modo responsabile, dobbiamo prima pretendere che chi la progetta, la governa e la accompagna faccia altrettanto. La sicurezza dei minori non può essere un limite aggiunto al digitale: deve essere il principio con cui lo costruiamo”.

Verso una società post-alfabetizzata?

Le prove di lettura dell’indagine Pisa 2025 dell’Ocse hanno mostrato cali particolarmente marcati negli ultimi tre anni, anche per quanto riguarda le competenze più importanti nell'era dell'intelligenza artificiale: valutare le informazioni, collegare fonti diverse e riflettere in modo critico su ciò che si legge. La lettura, infatti, è associata a numerosi benefici cognitivi, tra cui una migliore memoria e capacità di attenzione, un pensiero analitico più sviluppato, una maggiore fluidità verbale e tassi più bassi di declino cognitivo in età avanzata. “Il futuro non appartiene soltanto a chi ha accesso alle informazioni, ma a chi sa interpretarle e collegarle” si legge nell’indagine.

Il tempo dedicato alla lettura nel tempo libero è in calo un po' ovunque, Italia compresa. Secondo i dati dell’Istat, nel 2024 il 57,1% delle persone ha dichiarato di aver letto almeno un libro nel corso dell’anno, una percentuale in diminuzione rispetto al 59,4% del 2015. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, però, leggere è un’abitudine diffusa soprattutto tra i ragazzi di 11-14 anni (78,9%), che diminuisce progressivamente con l’avanzare dell’età (raggiungendo il 37,5% tra gli individui di 75 anni e più). Alcuni osservatori sostengono che il declino della lettura, unito alla pervasività di smartphone e social, ci stia portando verso una post-literate society (società post-alfabetizzata). Una trasformazione definita una “tragedia intellettuale” dal giornalista del Times James Marriott.

Alcuni Paesi stanno adottando misure per invertire questa tendenza: in Francia, ad esempio, le riforme del programma scolastico nazionale hanno riportato in primo piano la letteratura e la comprensione del testo come competenze fondamentali trasversali alle diverse discipline. Altri Paesi stanno tornando ai testi cartacei che, secondo molti studi, favoriscono l’elaborazione e la memorizzazione delle informazioni, riducendo gli stimoli e le distrazioni offerte dai dispositivi digitali. Il caso più esemplare è la Svezia: dopo essere stata tra i primi Paesi al mondo a introdurre le competenze digitali nei programmi scolastici e i computer e i tablet nelle scuole, dal 2023 ha cominciato a finanziare l’acquisto di libri cartacei e interventi per migliorare le biblioteche scolastiche.

Libri ed e-book sono destinati a coesistere ma si diversificherà l’approccio alla lettura

La carta mantiene la centralità, ma web ed e-commerce influenzano la promozione. Il ruolo dei social, con TikTok a dettare i tempi, e i libri scritti dall’intelligenza artificiale.

E poi c’è l’intelligenza artificiale

I chatbot di intelligenza artificiale stanno diventando uno strumento sempre più importante per lo studio: il 46% delle studentesse e degli studenti li utilizza una o più volte a settimana. Ma ci sono preoccupazioni per il loro impatto sullo sviluppo cognitivo e sulle capacità di apprendimento dei più giovani. Uno studio condotto da due ricercatori della University of Hong Kong hanno monitorato i risultati scolastici di oltre 27mila studenti tra i 12 e i 18 anni. Dopo sei mesi, le alunne e gli alunni che utilizzano l’AI hanno registrato un aumento del 18% nella media dei voti dei compiti da svolgere a casa. Negli esami, però, gli stessi studenti hanno ottenuto risultati inferiori del 20% rispetto a chi non aveva fatto ricorso all’AI.

Anche i risultati dell’indagine Pisa 2025 dell’Ocse confermano questa tendenza. “Proprio come non si raggiunge la forma fisica guardando lo sport, ma praticandolo, l'apprendimento non avviene attraverso la semplice fruizione di contenuti, bensì grazie a un produttivo sforzo cognitivo della mente alle prese con nuovo materiale. Se la tecnologia favorisce o potenzia tale sforzo cognitivo, gli studenti progrediscono; se invece lo aggira, ostacola lo sviluppo” si legge nel documento.

Con l’AI si cresce in modo diverso e cambia il ruolo degli educatori

Chatbot, tutor virtuali e giocattoli intelligenti trasformano studio, gioco e relazione di bambini e ragazzi, sollevando interrogativi sulle funzioni di genitori e insegnanti nello sviluppo delle nuove generazioni.

Ma la diffusione dell’intelligenza artificiale ha anche un altro risvolto: l’AI slop (letteralmente “brodaglia di intelligenza artificiale”). Si tratta di immagini, grafiche o video di bassa qualità, ripetitivi, incoerenti e ambigui. L’obiettivo è indurre gli utenti a guardare e riguardare lo stesso contenuto. Non è un caso che nel 2024 l’Oxford University Press, la casa editrice del vocabolario di lingua inglese Oxford English Dictionary, abbia scelto brain rot (putrefazione cerebrale) come parola dell’anno. Per brain rot si intende “il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, specificatamente come risultato di un consumo eccessivo di materiale (in particolare contenuti online) considerato superficiale o poco stimolante”.

YouTube, in particolare, è popolato da numerosissimi video di questo tipo generati dall’intelligenza artificiale. I canali che li producono dichiarano di insegnare ai “bambini piccoli” e “in età prescolare” a riconoscere le lettere dell’alfabeto e le specie animali. In realtà non va esattamente così. Si tratta di filmati in cui gli animali hanno spesso parti del corpo che non corrispondono alla realtà, le storie sono prive di coerenza e la durata breve (30 secondi circa, gli “Shorts” di YouTube) del filmato lascia poco spazio per sviluppare trame, fornire informazioni e contesto necessari ai bambini per apprendere e sedimentare, con il rischio di sovraccaricare cognitivamente i più piccoli.

Copertina: Vitaly Gariev/unsplash