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Nativi artificiali: crescere tra algoritmi e follower

Mentre i servizi per l’infanzia, anche in Italia, restano insufficienti, la tecnologia conquista spazio nella quotidianità dei bambini. Tra AI toys, chatbot per i compiti e baby influencer, emergono nuove opportunità ma anche rischi per sviluppo, benessere e privacy.

mercoledì 10 giugno 2026
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Un bambino di due anni si rivolge al suo peluche e gli chiede di raccontargli una storia. Il giocattolo risponde, ricorda i suoi personaggi preferiti. Nella stanza accanto sua sorella di sei anni sta girando un video per il suo canale YouTube: vuole far vedere la sua beauty routine.

I primi anni di vita di un bambino sono i momenti in cui il cervello è più plastico e ricettivo. Le esperienze vissute in questa fase hanno un effetto profondo e duraturo sullo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo. Ma è anche la fase in cui le istituzioni fanno più fatica a esserci.

Una carenza strutturale

Partiamo dalla scuola. A livello globale solo quattro bambini su dieci sono iscritti programmi di educazione e cura per la prima infanzia. È un dato in linea con la media europea: nei Paesi dell’Unione frequenta questo genere di servizi educativi il 39,3% dei bambini con meno di tre anni, con divari territoriali enormi (dal 5,1% in Slovacchia al 78,9% nei Paesi Bassi). Nel 2024 in Italia la percentuale si attestava al 39,4%, in aumento rispetto al 34,5% del 2023. Tuttavia, la scarsa disponibilità di posti, le liste di attesa e gli alti costi rappresentano ostacoli concreti per molte famiglie.

Il caso italiano lo conferma. Secondo i dati Istat, nell’anno educativo 2023/2024 in Italia erano disponibili oltre 378mila posti autorizzati per asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia, un aumento del 3,4% rispetto all’anno precedente. Dei circa 12mila nuovi posti, però, quattro su cinque sono offerti da enti privati. Rimangono critiche le liste di attesa: quasi sei strutture su dieci (59,5%) non sono riuscite a soddisfare tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. I criteri di accesso al nido, inoltre, variano da Comune a Comune, creando disparità nel garantire il diritto delle bambine e dei bambini alla cura e all’educazione formale nella prima infanzia.

Qualcosa però sta cambiando. Grazie agli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), a livello nazionale il tasso di copertura degli asili nido, cioè il rapporto tra il numero di posti disponibili e i bambini tra 0 e 2 anni compiuti, è in continua crescita e nel 2024 ha raggiunto il 31,6% (anche se nel Mezzogiorno questa percentuale si ferma al 19%). Significa che ogni 100 bambini ci sono in media 31,6 posti disponibili. Siamo vicini all’obiettivo del 33% entro il 2027 fissato dalla Legge di Bilancio del 2022, ma lontani dal target europeo del 45% entro il 2030. A frenare ulteriormente i progressi è la carenza di educatori: molte strutture hanno necessità di assumere nuovo personale, ma incontrano difficoltà nel trovare personale qualificato.

Un’AI per amica

Mentre i servizi pubblici arrancano, il mercato tecnologico si muove veloce, offrendo una serie di strumenti non paragonabili ai programmi scolatici ma in grado di entrare in contatto con i più piccoli attraverso molteplici forme. L’intelligenza artificiale accompagna i cosiddetti “nativi digitali” per tutta l’infanzia: telecamere che monitorano il respiro del neonato, applicazioni che analizzano il pianto dei bambini, assistenti vocali che cantano ninne nanne.

E poi ci sono i giochi con sistemi di intelligenza artificiale integrata, i cosiddetti AI toys, venduti come una alternativa al tempo passato davanti a uno schermo. L’azienda californiana Curio, ad esempio, crea peluche dotati di un dispositivo vocale e collegato a un modello linguistico di AI in grado di conversare con bambini a partire dai tre anni. Il rischio, però, è che i piccoli inizino a fidarsi di questi dispositivi come se fossero i genitori e i parenti. A questo si sommano le preoccupazioni legate alla gestione dei dati personali: gli AI toys registrano e trascrivono le conversazioni per trasmetterle al genitore o al tutore e il timore che alcune informazioni potrebbero essere vendute a inserzionisti pubblicitari o ad altre aziende. Il New York Times ha osservato come, con questi giocattoli, i genitori possano ascoltare conversazioni private tra i bambini e i giocattoli e modellare le risposte del chatbot.

L’era dei single e dei partner virtuali

Mentre i matrimoni calano e le app di dating perdono utenti, milioni di persone sperimentano nuovi modi per cercare amore e amicizia, tra corsi di seduzione e compagni virtuali.

Ma l’AI non si limita a fare compagnia ai bambini. In Cina oltre 172 milioni di persone utilizzano Dola, un chatbot di intelligenza artificiale sviluppato da ByteDance, l’azienda proprietaria di TikTok. Dola controlla i compiti, spiega le risposte sbagliate e crea domande e ragionamenti per correggere gli errori. Ricorda ai bambini di stare seduti composti, di non giocherellare con la penna e di non distrarsi. Molti educatori e ricercatori però sono scettici: ritengono i benefici dell’AI nell’educazione sopravvalutati, con il rischio di limitare le interazioni sociali dei bambini, indebolirne le capacità di apprendimento e rafforzare il divario educativo.

Sharenting e kid-influencer: quando i bambini diventano contenuto

L’infanzia di bambine e bambini è sempre più online. Pubblicare foto e video dei propri figli sui social è diventato per molte persone un gesto naturale. È lo sharenting, dalle parole inglesi share (condividere) e parenting (genitorialità). Una pratica che si è normalizzata insieme alla dissoluzione del confine tra vita offline e online. I rischi sono molti, dalla violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali alle ripercussioni psicologiche sul benessere dei più piccoli. L’intelligenza artificiale, con i deepfake, rischia di amplificare ulteriormente questi pericoli.

Il fenomeno dei kid influencer o baby influencer è, almeno in parte, una conseguenza diretta di questa normalizzazione. I kid influencer sono bambini, in alcuni casi anche molto piccoli, seguiti da decine di migliaia di persone. I loro profili sono interamente gestiti dai genitori che li registrano i video e li montano, scattano le foto, discutono i contratti con i brand. Bambine e bambini sono ripresi in momenti di gioco, mentre cantano o ballano o addirittura raccontano la propria skincare. YouTube è la piattaforma in cui i kid influencer hanno più successo: tra i dieci canali più seguiti al mondo, tre hanno per protagonisti bambine e bambini. Al quinto posto c’è Vlad and Niki con 150 milioni di iscritti, al settimo Kids Diana show con 138 milioni, al nono Like Nastya con 132 milioni.

“L’avvento dei kid influencer ha sollevato diversi dubbi sul loro status legale. Negli ultimi decenni l’industria dell’intrattenimento ha creato regole per proteggere i minori (non sempre efficaci), ma ancora oggi quelli che appaiono su YouTube, dove i video sono spesso registrati dai genitori, si trovano in una zona grigia” scrive il settimanale inglese The Economist. È un fenomeno che solleva molte preoccupazioni: la preparazione e la registrazione dei video sottrae tempo al gioco e allo studio e l’esposizione digitale espone bambine e bambini a critiche e giudizi fin dai primi anni di vita.

A guardare questi video sono soprattutto altri bambini che utilizzano YouTube come fonte di intrattenimento al posto della tradizionale televisione. Secondo una ricerca del Pew Research Center, l’utilizzo quotidiano di YouTube è in continua crescita: tra il 2020 e il 2025 la quota di bambini sotto i due anni che guarda YouTube tutti i giorni è passata dal 24% al 35%. Un aumento ancora più significativo è stato registrato per bambine e bambini tra i 2 e i 4 anni (dal 38% nel 2020 al 51% nel 2025).

YouTube è popolato anche da numerosissimi video generati dall’intelligenza artificiale, di bassa qualità e con contenuti fuorvianti. I canali che li producono dichiarano di insegnare ai “bambini piccoli” e “in età prescolare” a riconoscere le lettere dell’alfabeto e le specie animali. In realtà non va esattamente così. Si tratta di filmati in cui gli animali hanno spesso parti del corpo che non corrispondono alla realtà, le storie sono prive di coerenza e la durata breve (30 secondi circa, gli “Shorts” di YouTube) del filmato lascia poco spazio per sviluppare trame, fornire informazioni e contesto necessari ai bambini per apprendere e sedimentare, con il rischio di sovraccaricare cognitivamente i più piccoli. Ingranaggi di un'economia dell'attenzione che ha imparato a guardare ai bambini come utenti e come contenuto, andando spesso a discapito di altre attività potenzialmente più educative e formative.