Viviamo più a lungo, conviviamo con più malattie: come sta cambiando la salute
Tumori in calo, infarti meno letali, demenze in crescita. Pesano le disuguaglianze sanitarie. Dalla diagnosi precoce dell’Alzheimer alle strategie anticancro, ecco le nuove frontiere della ricerca.
Qualche mese fa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha aggiornato i numeri sullo stato della salute globale. Quasi un miliardo e mezzo di persone in più vive in condizioni migliori rispetto al decennio precedente. L’aspettativa di vita è aumentata, il consumo di tabacco è diminuito, la qualità dell’area è migliorata in molte aree del pianeta. Nei Paesi ad alto reddito la salute è migliorata: si muore meno di malattie acute e si vive più a lungo. Mentre in quelli meno sviluppati pesano le fragilità dei servizi sanitari essenziali e della protezione dalle emergenze. Ma quali sono, nello specifico, le patologie con cui dobbiamo fare i conti oggi? E cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi decenni?
Secondo stime recenti, le malattie cardiovascolari restano a livello globale la prima causa di morte (circa il 32% di tutti i decessi), seguite dai tumori e da un insieme sempre più ampio di patologie croniche. Ma un dato importante da considerare riguarda la trasformazione del carico sanitario complessivo.
Le analisi del Global burden of disease, il principale programma internazionale che misura in modo comparabile mortalità e disabilità in oltre 200 Paesi, mostrano che quasi la metà del “burden disease” (il “carico” delle malattie sul sistema economico e sociale) a livello globale è legato a lunghi anni di disabilità, piuttosto che alla mortalità precoce. Insufficienze cardiache, tumori, diabete, malattie respiratorie e disturbi neurodegenerativi producono un numero crescente di persone che convivono per anni, spesso per decenni, con una o più patologie.
Anche in Italia il cambiamento è già evidente. I dati Istat indicano che oltre il 55% dei decessi è concentrato tra malattie circolatorie e tumori, mentre aumentano progressivamente le condizioni legate all’età avanzata, come le demenze e le patologie croniche multiple. È il segnale di una società che vive più a lungo, ma deve fare i conti con fragilità e cronicità sempre più diffuse.
La sfida contro il cancro
Un driver centrale di questa trasformazione è il cancro. Anche se molti fattori di rischio tradizionali (fumo, cattiva alimentazione, pressione e colesterolo) sono oggi tenuti più sotto controllo rispetto al passato, il numero di nuovi casi tende a crescere. Il motivo principale è soprattutto demografico: più persone raggiungono l’età avanzata, più aumenta la probabilità di sviluppare una malattia oncologica.
Secondo Globocan, il database oncologico dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms, nel 2022 si sono registrati circa 20 milioni di nuovi casi di cancro nel mondo. I dati, pubblicati nell’aggiornamento di luglio 2025, mostrano una crescita trainata soprattutto dall’invecchiamento della popolazione, più che da un peggioramento dei comportamenti individuali.
Nei Paesi ad alto reddito, però, l’aumento dei casi non coincide con un analogo incremento della mortalità. Lo studio Eurocare-6 rileva che nel 2020 in Europa erano circa 23,7 milioni le persone vive dopo una diagnosi oncologica, pari a circa il 5% della popolazione europea. Di queste, oltre 14,8 milioni avevano superato i cinque anni dalla diagnosi e circa 9,1 milioni i dieci anni, una quota in crescita rispetto al decennio precedente.
Questi “lungo-sopravviventi” pongono ovviamente nuove sfide ai sistemi sanitari. Convivono per anni con terapie, controlli e conseguenze a lungo termine della malattia, fattori che influenzano la qualità della vita e i bisogni di cura. Per questo gli oncologi parlano sempre più di cure integrate, che includono il follow-up, la riabilitazione e la gestione delle comorbilità (la presenza simultanea di due o più malattie), proprio perché la diagnosi senza l’inizio di una nuova fase di vita.
Allo stesso tempo si sta rafforzando anche l’impegno sulla prevenzione. Un articolo dell’Economist segnala come alcuni gruppi di ricerca stiano spostando l’attenzione non solo sulle mutazioni genetica, ma sulla capacità dei tessuti sani di frenare lo sviluppo dei tumori, rafforzando le difese naturali dell’organismo contro la trasformazione delle cellule danneggiate.
Ad oggi il quadro resta però segnato da forti disuguaglianze. L’accesso a farmaci innovativi, diagnosi precoci e programmi di prevenzione è fortemente sbilanciato verso i Paesi più ricchi, mentre in vaste aree del mondo i tumori vengono spesso diagnosticati in fase avanzata e curati poco, con sopravvivenze molto più basse rispetto alle nazioni avanzate.
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In Europa il cancro cala
“Nell’Unione europea stimiamo circa 1 milione e 130mila decessi per tumore nel 2026”, spiega Carlo La Vecchia, ordinario di Statistica medica ed Epidemiologia all’Università degli studi di Milano. “Rispetto a cinque anni fa c’è una diminuzione di quasi l’8% negli uomini e di circa il 6% nelle donne. È da più di 35 anni che i tassi stanno scendendo. In questo periodo sono stati evitati circa sette milioni e trecentomila morti per cancro. Il motivo principale è il calo del fumo: gli uomini fumavano di più e hanno smesso prima, per questo la riduzione è stata più marcata”.
I numeri citati sono contenuti nello studio “European cancer mortality predictions for the year 2026: the levelling of female lung cancer mortality”, pubblicato nel 2025 su Annals of Oncology, che analizza l’andamento della mortalità oncologica nell’Unione europea fino al 2026. “La notizia più recente”, continua La Vecchia, “è che, per la prima volta, anche nelle donne il tumore al polmone femminile non sta più aumentando. Riflette il fatto che le generazioni più anziane hanno smesso di fumare e che le più giovani fumano meno delle loro madri. Anche per tumori come quello della mammella e dell’intestino c’è stata una diminuzione significativa della mortalità, superiore al 30%, grazie agli screening, alla diagnosi precoce e al miglioramento delle terapie”.
Il cuore: meno morti improvvise, più cronicità
Ma il cambiamento non riguarda solo il cancro. Secondo l’Oms, nel 2022 le patologie del cuore e dei vasi sanguigni hanno provocato circa 19,8 milioni di morti nel mondo, con la stragrande maggioranza dei decessi attribuibili a infarti e ictus. Nei Paesi più sviluppati, però, la mortalità è diminuita in modo consistente rispetto agli anni Ottanta e Novanta, grazie al controllo dell’ipertensione e del colesterolo, alla diffusione delle terapie d’urgenza e al miglioramento delle reti ospedaliere.
“Fino alla fine degli anni Ottanta l’infarto praticamente non si curava”, ricorda La Vecchia. “Se si arrivava in ospedale spesso non si poteva fare nulla. La svolta è stata prima con i trombolitici e poi soprattutto con gli stent. Oggi, se una persona arriva in tempo, nella maggior parte dei casi non muore più. Per questo i nostri padri morivano a 50 anni d’infarto, oggi è molto più raro”.
Questo successo ha anche un rovescio della medaglia. Sempre più persone sopravvivono agli eventi acuti, ma fanno i conti per anni con insufficienze cardiache, problemi circolatori e altre condizioni croniche. La riduzione delle morti improvvise si accompagna così a un aumento dei pazienti fragili e delle comorbilità.
Negli ultimi anni, intanto, la ricerca ha iniziato a esplorare strade nuove. Uno studio dell’Università di Sidney, pubblicato pochi giorni fa su Circulation Research, ha mostrato per la prima volta che alcune cellule del muscolo cardiaco umano possono rigenerarsi dopo un infarto, seppur in misura limitata. Una scoperta ancora lontana dall’applicazione clinica, ma che apre nuove prospettive per terapie rigenerative.
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Alzheimer e demenze: quali prospettive?
Con l’allungamento della vita, uno dei capitoli più delicati riguarda le malattie neurodegenerative. Oggi oltre 55 milioni di persone nel mondo convivono con una forma di demenza. Un numero destinato a superare i 130 milioni entro il 2050. A differenza di quanto avvenuto per il cuore e per molti tumori, in questo campo i progressi terapeutici restano limitati. I farmaci disponibili riescono al massimo a rallentare temporaneamente il decorso della malattia, senza modificarne in modo sostanziale l’evoluzione.
Tuttavia le prospettive per una diagnosi precoce stanno cambiando. Alcuni studi recenti hanno evidenziato che è possibile rilevare biomarcatori dell’Alzheimer nel sangue con una precisione crescente, aprendo la strada a test meno invasivi rispetto alla puntura lombare o alla Pet cerebrale tradizionale. Ciò lascia pensare che un giorno gli esami del sangue potranno aiutare a diagnosticare l’Alzheimer prima che compaiano i sintomi clinici.
Un'altra ricerca pubblicata su Nature Medicine ha evidenziato come campioni di sangue essiccati prelevati da una semplice puntura al polpastrello possano consentire di misurare biomarcatori chiave, con risultati analoghi a quelli ottenuti su sangue venoso o liquido cerebrospinale. Per gli esperti è un passo verso test accessibili e su larga scala.
Una prospettiva importante, anche perché l’impatto delle demenze non riguarda solo i pazienti. Questo studio apparso su PubMed Central analizza il ruolo dei caregiver per le persone con demenza. Oltre il 40% dei familiari che assistono una persona con Alzheimer sviluppa sintomi di stress cronico, ansia o depressione, e una quota significativa lamenta difficoltà lavorative ed economiche legate all’assistenza continuativa. Un tema destinato a diventare sempre più centrale anche nel nostro Paese, dove l’età media continua a salire.
Copertina: Getty Images/unsplash