Tecnologie, investimenti e terre rare: come la Cina punta alla leadership climatica
Mentre gli Stati Uniti si ritirano e l’Unione europea rallenta, la Cina accelera la transizione energetica e sfrutta il suo potere commerciale per ridefinire gli equilibri della diplomazia climatica globale.
“La Cina è diventata la paladina della cooperazione internazionale sui cambiamenti climatici, lavorando a stretto contatto con altri Paesi per promuovere un’azione collettiva” ha scritto il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, alla vigilia della trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop 30), che si è svolta dal 10 al 22 novembre a Belém, in Brasile.
L’immagine di una Cina leader nella diplomazia climatica contrasta con l’esito della Conferenza che si è conclusa con l’impegno dei Paesi partecipanti a triplicare i finanziamenti per l’adattamento alle conseguenze della crisi climatica entro il 2035, senza però definire una tabella di marcia per eliminare i combustibili fossili, la principale causa del riscaldamento globale. Un risultato segnato anche dal ritiro degli Stati Uniti, che per la prima volta non hanno partecipato ai negoziati sul clima con una delegazione ufficiale, e dalle difficoltà dell’Unione europea di mantenere la leadership climatica ottenuta nel 2019 con l’approvazione del Green Deal. In questo contesto, il ruolo di guida passerà davvero alla Cina?
Il paradosso delle politiche energetiche cinesi
A settembre 2025, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che la Cina ridurrà le emissioni di gas serra del 7%-10% entro il prossimo decennio e aumenterà di sei volte, rispetto ai livelli del 2020, la produzione di energia solare ed eolica. Si tratta di impegni importanti, ma non sufficienti a mantenere l’aumento della temperatura media globale annua sotto la soglia di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. L’annuncio è comunque in forte contrasto con la posizione degli Stati Uniti: solo il giorno prima, infatti, davanti alla stessa Assemblea generale, il presidente statunitense Donald Trump aveva definito il cambiamento climatico una “bufala” e le pale eoliche “patetiche”.
La Cina è il Paese che genera più emissioni di C02 al mondo in termini assoluti, mentre a livello pro-capite è superata da molti altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. Nel 2020 il presidente Xi Jinping aveva annunciato l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060. Secondo l’analisi di CarbonBrief, negli ultimi 18 mesi le emissioni della Cina sono rimaste stabili o sono calate, grazie soprattutto alla diffusione dei veicoli elettrici che ha permesso una riduzione anno su anno del 5% delle emissioni del settore dei trasporti.
La Cina, inoltre, sta investendo nelle fonti di energia rinnovabile più di qualsiasi altro Paese. Il centro studi Ember ha rilevato che, nella prima metà del 2025, la Cina ha installato 250 gigawatt di nuovi pannelli solari, tanto quanto il resto del mondo. Dieci degli impianti solari più grandi al mondo si trovano in Cina. E sta ccelerando anche sull’energia nucleare: con oltre 30 reattori attualmente in costruzione, entro il 2030 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti per capacità installata.

Questi impegni, seppure significativi, rivelano una contraddizione strutturale delle politiche energetiche cinesi: la Cina è il principale Paese consumatore di carbone, la fonte fossile più inquinante e responsabile di gran parte dell’aumento delle missioni globali degli ultimi vent’anni. Solo nel 2024 ha avviato i lavori per costruire nuove centrali a carbone in grado di generare oltre 100 GigaWatt. In molti casi è proprio il carbone a essere utilizzato come fonte di elettricità a basso costo per produrre tecnologie necessarie alla transizione energetica, come pannelli solari, pale eoliche e veicoli elettrici.
Il paradosso della Cina: record di emissioni e leadership nella transizione energetica
Alla Cop29 si chiede maggiore leadership a Pechino. Il Paese è il maggiore inquinatore al mondo ma arrivano segnali di maggiore apertura nel campo della finanza climatica.
I motivi principali per questa svolta ecologica sono due: la sicurezza energetica e le conseguenze del cambiamento climatico. A differenza degli Stati Uniti che sono il primo Paese per produzione di petrolio e per esportazione di gas naturale, la Cina ha disponibilità di risorse fossili limitate e punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni sviluppando le rinnovabili.
La seconda motivazione, forse ancora più urgente è l’esposizione del Paese all’innalzamento del livello del mare, alle ondate di calore e alla siccità, con pesanti conseguenze sull’economia nazionale. Come riporta l’Economist, una ricerca finanziata dal Ministero dell’agricoltura ha dimostrato che la siccità potrebbe ridurre le rese di mais, grano e riso dell’8% entro il 2030, con effetti anche sugli allevamenti di maiali, mucche e polli. Un rischio che il Partito comunista cinese, tradizionalmente ossessionato dalla sicurezza alimentare, non sembra disposto a correre. A questo si aggiunge un cambiamento nell’opinione pubblica: nel 2010 solo il 6% della popolazione riteneva le questioni ambientali come una priorità nazionale, una percentuale salita al 23% nel 2023.
Tecnologie verdi e terre rare: il potere commerciale
La Cina produce tra il 60% e l’80% dei pannelli solari, delle turbine eoliche, delle batterie e dei veicoli elettrici, dominando questi settori a livello globale. Detiene oltre 700mila brevetti per l’energia pulita, più della metà del totale globale. E la tecnologia migliora sempre di più: a giugno 2025, ad esempio, l’azienda cinese Contemporary amperex technology (Catl) ha lanciato la tecnologia Choco-Seb (Swapping electric block), un sistema di batterie intercambiabili installate nei veicoli elettrici e progettate per essere rimosse e sostituite in pochi minuti presso apposite stazioni, eliminando così la necessità di attendere una ricarica tradizionale.
Batterie sostituibili: la rivoluzione della mobilità passa di nuovo dalla Cina
L'azienda Catl diffonde sul mercato la tecnologia Choco-Seb. Un’innovazione che accelera la ricarica e riduce costi, tempi e impatto ambientale. Mille stazioni di scambio entro la fine del 2025.
di Ilaria Delli Carpini
Grazie alla concorrenza delle aziende cinesi (finanziate anche con sussidi pubblici), i costi di produzione delle energie rinnovabili si sono abbassati, diventando accessibili anche per i Paesi più poveri. Attraverso le esportazioni di tecnologie a basso costo e ingenti investimenti green, la Cina sta rafforzando le relazioni economiche e politiche con gli altri Paesi, contribuendo, più o meno direttamente, alla transizione energetica nei Paesi del Sud globale.
In Pakistan la Cina sta costruendo quella che sarà la centrale nucleare più grande del Paese, in Brasile installa turbine eoliche, in Indonesia vende veicoli elettrici e in Kenya ha realizzato il più importante parco eolico dell’Africa. Questi investimenti riflettono la strategia “piccolo, ma bello” (小而美项目 xiǎo ér měi xiàngmù), annunciata nel 2023, che prevede investimenti in progetti ridotti in termini di dimensione e di rischio e volti a favorire la transizione energetica dei partner internazionali. Anche nel 2024, durante il nono vertice sulla cooperazione sino-africana, il presidente Xi Jinping aveva rilanciato l’impegno della Cina nell’investire in settori green, come l’estrazione mineraria e lo sviluppo di energie rinnovabili.

Oltre al vantaggio tecnologico, la Cina ha una posizione quasi di monopolio nel mercato globale delle terre rare, un gruppo di 17 metalli fondamentali per la transizione ecologica e digitale. In un’automobile elettrica, ad esempio, ci sono circa 500 grammi di terre rari. In Cina viene lavorato e raffinato all’incirca il 90% delle terre rare, oltre al 60% del litio e del cobalto. Un vantaggio competitivo che aumenta il potere commerciale del Paese: a ottobre del 2025 la Cina ha introdotto nuove limitazioni, dopo quelle di aprile, per l’esportazione e la lavorazione delle terre rare, con profonde conseguenze sulle attività industriali di tutto il mondo. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni, l’Unione europea si sta muovendo verso l’apertura di nuove e vecchie miniere e verso una nuova cultura del riciclo dei rifiuti elettronici che permetta di recuperare i metalli preziosi contenuti in beni tecnologici. Questi cambiamenti, però, potrebbero impiegare anni: ripristinare l’industria mineraria richiede molti investimenti, l’estrazione delle terre rari è complicata e la tecnologia cinese è così avanzata da rendere difficile una reale concorrenza.
E l’Europa?
Con l’introduzione del Green deal nel 2019, l’Unione europea aveva assunto un ruolo di leader nel contrasto al cambiamento climatico, fissando l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 e spingendo altri Paesi, tra cui Giappone, Corea del Sud, Sudafrica, India e Cina, a stabilire i propri impegni per la decarbonizzazione.
In questi anni, però, la transizione è stata percepita come un percorso costoso e complesso, alimentando resistenze sociali e politiche che hanno trovato espressione nelle elezioni europee del 2024 e nella crescita del consenso per i partiti di estrema destra. Sei anni dopo l’idea che la transizione energetica possa essere una leva per la crescita, la competitività e l’innovazione del continente sembra essersi affievolita, almeno in parte.
Non è un cambiamento solo retorico: l’Ue ha indebolito significativamente i suoi piano per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2040, inserendo clausole di revisione in caso di crisi economica e introduce la possibilità di utilizzare i crediti di carbonio, e posticipato l’espansione del sistema di scambio delle emissioni (emission trading system) all’edilizia e ai trasporti. Nathalie Tocci sul Guardian l’ha definito un “atto di autodistruzione” per l’Europa. Un avvertimento che riassume bene il rischio di perdere la leadership climatica costruita negli ultimi anni, proprio a favore della Cina.
Copertina: ダモ リ/unsplash