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Nessuna tregua olimpica, mentre la legge del potere prevale sul potere della legge

Mattarella e Guterres chiedono che lo sport faccia tacere le armi, mentre conflitti, vittime civili e bisogni umanitari sono in aumento e nuove minacce per pace e sicurezza emergono con lo scadere degli accordi Usa-Russia sulle armi nucleari.

lunedì 9 febbraio 2026
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“L'unica lotta tra le nazioni dovrebbe svolgersi sul campo sportivo, non sul campo di battaglia. Invito tutte le parti in conflitto a onorare la tregua olimpica.” Con questa dichiarazione il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres è intervenuto il 6 febbraio a Milano all’apertura dei giochi olimpici invernali, facendo eco al discorso del presidente Sergio Mattarella del 2 febbraio: “Chiediamo - con ostinata determinazione - che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi.”

Le notizie delle ultime settimane dai diversi teatri di conflitto nel mondo vanno nella direzione opposta alla tregua olimpica. Sul fronte dell’Ucraina, gli attacchi russi alle infrastrutture energetiche colpiscono la popolazione nell’inverno più rigido da oltre dieci anni. Come ha avvertito il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) venerdì 6 febbraio, questi attacchi alle infrastrutture, che proseguono ormai da settimane, costituiscono una minaccia alla sicurezza degli impianti nucleari del Paese.

Nello stesso giorno, l’Oms ha lanciato la richiesta di recuperare 42 milioni di dollari per consentire l’accesso la servizi sanitari per 700 mila persone, riportando che dall’inizio della guerra (trascorsi quasi quattro anni), sono stati registrati almeno 2.841 attacchi ai servizi di assistenza sanitaria in Ucraina.

L’accesso ai servizi sanitari e ad altri servizi essenziali resta un tema centrale anche nel teatro della striscia di Gaza. L’Oms riporta che a Gaza più di 18 mila pazienti necessitano ancora di cure mediche specialistiche (tra cui 4 mila bambini), che non sono più disponibili nella Striscia, tra cui persone affette da gravi ferite da trauma, cancro e malattie croniche come il diabete. Queste persone attendono di poter essere trasferite fuori dalla Striscia. Dalla nota di sintesi del portale Onu Un News del 3 febbraio, la riapertura del passaggio di Rafah da parte di Israele ha consentito il passaggio di appena cinque di queste persone, mentre gli altri 18 mila pazienti in attesa continuano a morire nonostante siano disponibili trattamenti salvavita appena oltre confine. La stessa nota riporta che nel complesso gli aiuti umanitari a Gaza hanno consentito il mese scorso di offrire assistenza a oltre 83.500 famiglie, mettendo a disposizione tende, materassi, utensili da cucina e indumenti caldi, mentre sono in corso di allestimento nuovi spazi per l’educazione. Nonostante questi sforzi, le Nazioni Unite hanno ribadito che queste misure hanno carattere provvisorio e che, senza un accesso duraturo attraverso valichi come Rafah, le esigenze umanitarie continueranno a superare la capacità di risposta.

Le violazioni di Israele al diritto internazionale continuano a manifestarsi senza tregua, nella West Bank minando il percorso verso una soluzione a due Stati e allargando le conflittualità alla più ampia regione. È l’ufficio dell’alto Commissario ai diritti umani a denunciare il 6 febbraio lo spargimento da parte di Israele di un erbicida altamente tossico al confine con il Libano. Lo scorso 20 gennaio quale atto simbolico di attacco nei confronti del sistema multilaterale delle Nazioni Unite, Israele ha demolito la sede dell’Unrwa, un’organizzazione di pace legittimamente operante su mandato dell’Assemblea Generale dell’Onu.

Nel frattempo, è notizia del 7 febbraio che in Sud Sudan sono le stesse operazioni umanitarie ad essere oggetto di ripetuti attacchi, mentre dieci milioni di persone, più di due terzi della popolazione, resta in condizioni di bisogno. La situazione del Sudan è definita come la più alta crisi umanitaria sul pianeta con circa 11,7 milioni di persone costrette a sfollare a causa del conflitto, tra cui sette milioni di sfollati interni e 4,5 milioni fuggiti nei paesi vicini.

Oltre a quanto sopra, guardando alle sole notizie selezionate da Un News negli ultimi dieci giorni, conflitti armati e perdite di vite umane continuano ancora nella repubblica democratica del Congo, si sono verificati in Nigeria con attacchi a civili, in Myanmar dove è ancora il portavoce del segretario generale Guterres Farhan Haq a denunciare le violazioni del regime militare che cinque anni fa ha preso il potere e ha “incarcerato arbitrariamente membri del governo democraticamente eletto”, ad Haiti dove non cessano le violenze di gruppi armati che hanno già costretto 1,4 milioni di persone (12 per cento della popolazione) ad abbandonare le proprie case, e gli aiuti umanitari sono sempre più indisponibili.

Almeno una buona notizia arriva negli stessi giorni in merito all’allentamento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, accolta con una dichiarazione del segretario generale del 6 febbraio.  Lo stesso giorno l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), chiede un'indagine sulle uccisioni e altre violazioni avvenute durante le recenti proteste in Iran. Le autorità iraniane hanno pubblicato un elenco dei nomi di oltre 2.900 persone la cui uccisione è stata confermata, ma "altre fonti suggeriscono che il numero totale sia molto più alto", ha dichiarato il portavoce dell'Ohchr Thameen Al-Kheetan.

Nel frattempo, la mancanza di risorse per rispondere ai bisogni di assistenza umanitaria a fronte dei conflitti in corso (ma non solo) e del taglio delle risorse ai servizi delle Nazioni Unite è sempre più allarmante: l’Alto Commissario per i diritti umani Volker Türk il 5 febbraio ha lanciato un appello per recuperare 400 milioni di dollari per consentire al suo ufficio di continuare ad operare almeno in “modalità di sopravvivenza”. Il 2 febbraio è ancora il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus a riportare le evidenze della profonda crisi in cui versa la sua organizzazione e i sistemi sanitari globali. I dati indicano che 4,6 miliardi di persone non hanno ancora accesso ai servizi sanitari essenziali, mentre 2,1 miliardi devono affrontare difficoltà finanziarie a causa dei costi sanitari.

In questo contesto, lo stato degli accordi globali per la pace e la sicurezza sono altamente preoccupanti. Guterres il 5 febbraio ha puntato l’attenzione con estrema preoccupazione per la scadenza del trattato “new Start” tra Russia e Stati Uniti così esprimendosi: “Per la prima volta in più di mezzo secolo, ci troviamo di fronte a un mondo senza limiti vincolanti per gli arsenali nucleari strategici della Federazione Russa e degli Stati Uniti d’America, i due Stati che possiedono la stragrande maggioranza delle scorte globali di armi nucleari […] Esorto entrambi gli Stati a tornare al tavolo dei negoziati senza indugio e a concordare un quadro successivo che ripristini limiti verificabili, riduca i rischi e rafforzi la nostra sicurezza comune”. Il mancato rinnovo di questi accordi, nell’attuale travagliato contesto geopolitico, rischia di sgretolare un sistema di controllo degli armamenti, costruito attraverso decenni di negoziati scrupolosi, come afferma Gaukhar Mukhatzhanova, ricercatrice presso l'Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo (Unidir), sottolineando: “Siamo tornati a un periodo di grave sfiducia tra i principali attori, probabilmente peggiore di quello della Guerra Fredda”.

Il 26 gennaio Guterres aveva esposto le priorità del suo ultimo anno di mandato, riprendendo gli argomenti già presentati il 15 gennaio all’Assemblea Generale dell’Onu. Il segretario generale ha descritto la gravità di una situazione planetaria in cui “la legge del potere prevale sul potere della legge” supportata da un’”epidemia d’impunità”, in cui “assistiamo a quello che forse è il più grande trasferimento di potere del nostro tempo: dai governi alle multinazionali tecnologiche private”, in cui “ogni azione [umana] che riscalda il pianeta innesca una reazione violenta: tempeste, incendi, uragani, siccità, innalzamento del livello dei mari”.

Diversi quesiti posti dai giornalisti a Guterres hanno riguardato i temi della pace e della sicurezza, sia rispetto a contesti specifici che in merito alle proposte di riforma del Patto sul futuro, tra cui la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Alla domanda in merito alla possibilità concreta di perseguire la soluzione due popoli/due Stati tra Israele e Palestina, citando Jean Monnet, Guterres si è dichiarato ne ottimista ne pessimista ma “determinato”. La “determinazione” nell’affrontare le sfide epocali cui assistiamo è un punto cardine nelle diverse risposte del Segretario. In un altro passaggio chiave, Guterres così si è espresso: “È ovvio che il fatto che i membri del Consiglio di Sicurezza siano essi stessi violatori del diritto internazionale non rende la vita facile all'Onu nei suoi sforzi. Ma questo non significa che il Segretariato dell'Onu non si impegni il più possibile, e io stesso non mi impegni il più possibile, nel tentativo di creare le condizioni affinché la pace prevalga nelle situazioni drammatiche che affrontiamo. Purtroppo, c'è una cosa che ci manca. È la leva finanziaria. È il potere che altri hanno, prima o poi, di costringere i Paesi e i leader a rispettare il diritto internazionale. Ma non avendo il potere, abbiamo la determinazione e faremo tutto il possibile con la nostra persuasione, con i nostri buoni uffici e costruendo alleanze per cercare di creare le condizioni […] affinché queste tragedie cessino”.