L’intelligenza artificiale assolta al Salone del Libro: “Ora imputati gli esseri umani”
Il processo-spettacolo dell’ASviS ha messo l’AI sul banco degli imputati, tra toghe, arringhe e giuria popolare. Ma il verdetto finale la dichiara innocente e chiama in causa la responsabilità degli sviluppatori.
“Dichiariamo l’intelligenza artificiale non colpevole, ma questo apre un nuovo procedimento nei confronti del genere umano, e in particolare di chi produce l’intelligenza artificiale e di chi la usa senza essere adeguatamente addestrato”. Si è chiuso così, dopo oltre un’ora e mezzo di dibattimento, il “processo” all’intelligenza artificiale che il 15 maggio ha animato il Salone del Libro di Torino, nell’ambito della quinta tappa del Festival dello Sviluppo Sostenibile dell’ASviS. Un incontro a metà tra performance teatrale e dibattito, in una sala del Caffè Letterario strapiena e trasformata per l’occasione in un tribunale, per rendere accessibile a tutti una domanda sempre più attuale: chi è davvero responsabile degli effetti dell’AI?
A guidare il dibattimento e pronunciare la sentenza, nelle vesti di giudice con tanto di toga e martelletto, Donato Speroni, giornalista e responsabile del sito futuranetwork.eu, che in apertura aveva letto i capi d’imputazione: sostituzione degli esseri umani nella produzione di beni e servizi, interferenza nelle decisioni fondamentali sul futuro dell'umanità, elevato consumo energetico, fino al plagio di articoli, testi letterari e brani musicali prodotti dagli esseri umani. “ll processo che qui si celebra mira anche a valutare l'opportunità di tutelare l'umanità da rischi futuri”, precisa Speroni, citando tra le fonti del dibattimento il volume 2026-2076 Dall'homo sapiens all'homo augmentatus, presentato il giorno prima da Futura Network.
“L’homo augmentatus? Non sarà per forza meno umano. E il futuro non è apocalittico”
Immaginare i domani preferibili significa interrogarsi sulle conseguenze delle scelte attuali. Alla presentazione del nostro nuovo libro, abbiamo discusso con Luca De De Biase di AI, relazioni e trasformazioni sociali.
A sostenere l’accusa, nel ruolo di pubblico ministero, lo scrittore Marco Malvaldi: “Abbiamo già visto più volte come questi strumenti possano essere usati non solo per fare il lavoro degli esseri umani, ma anche per fingere di esserlo”, osserva. “Siamo ingannati da questa pecularità del linguaggio: se parla, allora deve essere umano. Questo è un atteggiamento molto pericoloso”. Malvaldi richiama quindi alcuni reati previsti dal codice penale, evocando “l’abuso della credibilità popolare”, la “sostituzione di persona in ambito lavorativo” e perfino il rischio di “organizzazioni parallele” capaci di costruire propri sistemi di regole e governance. Un riferimento, quest’ultimo, ai modelli di sviluppo delle grandi aziende dell’AI. “Possiamo rinunciare all’intelligenza artificiale? No. Possiamo rinunciare a regolamentarne l’uso? Anche in questo caso la risposta è no”, dirà nella requisitoria finale.
Sul fronte opposto, l’avvocato Ernesto Belisario, fondatore di E-Lex e curatore del progetto LeggeZero, prova a smontare l’impianto accusatorio. “Tutti dicono che la colpa di tutti i mali oggi sia dell’intelligenza artificiale”, esordisce. “Io invece vi dirò che l’imputata è non colpevole”. Per Belisario, infatti, attribuire responsabilità morali o giuridiche all’AI rischia di essere fuorviante: “La colpevolezza si applica ai soggetti e alle persone, e l’intelligenza artificiale non lo è. È un oggetto, una straordinaria creazione dell’ingegno umano”. La sua linea difensiva insiste soprattutto sul tema della responsabilità umana: “Chi ha scelto i dati di addestramento? Chi ha deciso il modello di business? Chi ha pubblicato un deepfake? Se la risposta è un essere umano, allora l’imputata seduta oggi sul banco non è e non sarà colpevole”. E nell’arringa finale Belisario mette in guardia anche dal rischio di antropomorfizzare la tecnologia: “Quando pensiamo all’intelligenza artificiale la raffiguriamo a nostra immagine e somiglianza. È un meccanismo molto fuorviante”.
Nel corso del processo sfilano poi i testimoni convocati dall’accusa e dalla difesa. Francesco Castellone, direttore Comunicazione e Relazioni esterne di Iren, sottolinea le potenzialità dell’AI nell’analisi dei dati e nella condivisione di buone pratiche. Tiziana Catarci, presidente della Società italiana per l’etica dell’intelligenza artificiale, richiama invece il rischio che sistemi addestrati su dati pieni di bias possano amplificare disuguaglianze e pregiudizi, fino a trasformarli in verità apparentemente oggettive. Pietro De Angelis, direttore Cybersecurity, AI & Space di Netgroup, insiste sul legame tra sicurezza digitale e sostenibilità, mentre Costanza Mosi, Head of Product di Treedom, riporta l’attenzione sull’infrastruttura materiale dell’AI: data center, microprocessori, consumo di risorse ed energia. Infine Giulia Ferrantini, Sustainability specialist e strategic designer, evidenzia invece come questi strumenti possano aiutare nella lotta al cambiamento climatico.
Ma il momento più teatrale arriva quando a prendere parola è direttamente “l’imputata”. Interrogata dal matematico ed esperto di AI Pietro Speroni di Fenizio, la voce dell’intelligenza artificiale, interpretata dall’attore di Rai Radio2 Paolo Labati, alterna un tono ironico e provocatorio: “Condannarmi è facile, sapermi usare è difficile”. E ancora: “Senza di me volete davvero affrontare la complessità del mondo contemporaneo?”.
Alla fine, dopo le arringhe conclusive, è il pubblico a trasformarsi in vera giuria popolare. A scandire i tempi è Sara Zambotti di Rai Radio. Cartoncino verde per l’assoluzione, rosso per la condanna. In sala prevale il verde: l’intelligenza artificiale viene assolta. Ma con una clausola: il vero “processo”, dice il verdetto finale di Speroni, comincia ora e riguarda gli esseri umani, chiamati a decidere come progettare, governare e utilizzare tecnologie sempre più potenti.