“L’homo augmentatus? Non sarà per forza meno umano. E il futuro non è apocalittico”
Immaginare i domani preferibili significa interrogarsi sulle conseguenze delle scelte attuali. Alla presentazione del nostro nuovo libro, abbiamo discusso con Luca De De Biase di AI, relazioni e trasformazioni sociali.
Come sarà l’essere umano tra cinquant’anni? Sarà più solo, più libero di esprimere la propria creatività o più dipendente dalla tecnologia? Attorno a queste domande si è sviluppato, il 14 maggio, l’incontro al Salone del Libro di Torino dedicato alla presentazione del volume “2026-2076. Dall’Homo Sapiens all’Homo Augmentatus”, curato dalla redazione di Futura Network.
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Apre l’evento Flavia Belladonna, responsabile della redazione dell’ASviS, che sottolinea l’importanza di parlare di futuro anche se “il futuro genera incertezza e fa paura, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo. La domanda, quindi, è: siamo ancora capaci di immaginare il futuro?”. A dialogare con gli autori del volume è il giornalista e scrittore Luca De Biase: “Il futuro non esiste, nessuno l’ha visto, nessuno ci è mai andato, ma esistono delle teorie molto solide che ci proiettano in avanti”, osserva. “Il tema è parlare delle conseguenze di quello che facciamo e pensiamo oggi. Ci sono molte cose che possono essere sovrapposte, tempi lunghi e tempi brevi. Parliamo di noi, di quello che sappiamo riconoscere, degli spunti di immaginazione”. Ed è per questo che il futuro, per definizione, è aperto e ricco di possibilità.
Donato Speroni, senior expert dell’ASviS e responsabile della redazione di FUTURAnetwork, offre una panoramica generale dei temi affrontati nel libro, dall’evoluzione dei rapporti di genere ai cambiamenti negli stili di vita delle persone, soffermandosi in particolare sull’andamento demografico. La popolazione mondiale ha superato gli otto miliardi di persone e nei prossimi decenni potrebbe raggiungere i dieci miliardi. La crescita però a un certo punto si fermerà perché i tassi di fecondità sono in calo in tutto il mondo, anche nei Paesi in via di sviluppo. La sfida è quindi riuscire a garantire una vita dignitosa a dieci miliardi di persone. “Le disuguaglianze saranno sempre maggiori, come sta già avvenendo ora, tra i Paesi e all’interno dei Paesi oppure ci sarà un punto di svolta perché la situazione diventerà insopportabile?”, si chiede Speroni.
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Flavio Natale della redazione di FUTURAnetwork presenta la sezione del libro dedicata alle interviste a esperte ed esperti. “Abbiamo intervistato, tra l’altro, lo scrittore e giornalista Riccardo Luna sull’evoluzione di internet”, racconta Natale, “e la direttrice dell’area ricerca di Randstad, Rossella Fasola, sul futuro del lavoro e sulla centralità delle soft skills, e poi il direttore scientifico del Cmcc Giulio Boccaletti, e lo scrittore pubblicitario Paolo Iabichino”. Un punto comune emerso dalle interviste è l’importanza delle relazioni tra le persone, delle emozioni, dell’estro e della creatività che rimarranno caratteristiche distintive dell’essere umano. Pietro Speroni di Fenizio, matematico e curatore del blog AI Visions sul nostro sito, racconta il funzionamento di Futures gallery, un sistema che, sfruttando l’intelligenza artificiale, permette di immaginare gli scenari futuri, anche da punti di vista differenti. “È un caleidoscopio che prende elementi diversi su tanti argomenti e li mette insieme per sviluppare gli eventi futuri”, afferma.
Il dibattito si concentra poi su come cambierà l’essere umano. Per Andrea De Tommasi, viceresponsabile di Futura Network, “l’homo augmentatus non sarà per forza meno umano, perché l’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a vivere meglio, migliorare la nostra conoscenza, aumentare il tempo libero, ridurre i compiti ripetitivi e permetterci di occuparci degli altri”.
Accanto alle opportunità emergono anche i rischi, tra cui la perdita della capacità di comunicare e provare empatia, in una società sempre più segnata dalla solitudine. La diffusione delle AI companion, i sistemi di intelligenza artificiale progettati per tenere compagnia alle persone, ne, è un esempio concreto e attuale. Speroni richiama l’attenzione anche su un altro possibile effetto negativo, cioè la concentrazione del potere nelle mani di pochi soggetti in grado di controllare le tecnologie e i dati.
De Tommasi ci tiene però a sottolineare che “il futuro delineato nel libro non è cupo né apocalittico. È un futuro che possiamo costruire, desiderabile e sostenibile”. Anche De Biase ricorda l’importanza del modo di raccontare gli scenari futuri, perché essere catastrofisti rischia solo di allontanare le persone dal dibattito sul futuro preferibile.
Anche il numeroso pubblico presente in sala contribuisce ad ampliare la riflessione, tra chi esprime la preoccupazione per un mondo privo di empatia e chi si chiede cosa potrebbe accadere a una società incapace di funzionare senza intelligenza artificiale. A chiudere l’incontro è Luca De Biase: “Avere un unico futuro è un segno di potere, immaginare molti futuri è un gesto di liberazione”. Una frase che restituire l’idea centrale del dibattito: il futuro non è qualcosa da attendere passivamente, ma un ampio spettro di possibilità il cui esito dipende dalle scelte collettive che faremo oggi.