Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Costruire data center nello spazio potrebbe essere più economico?

La diffusione dell’AI rende indispensabile chiedersi dove nasceranno i prossimi centri. Costo del lancio, efficienza e rischio radiazioni i principali ostacoli per l’opzione spaziale. Ma potrebbero essere meno onerosi del previsto.

venerdì 6 marzo 2026
Tempo di lettura: min

I data center sulla Terra, si sa, sono un bel problema: consumano molta acqua, ottenere i permessi richiede tempo, l’opposizione pubblica è comprensibilmente sempre maggiore, il costo dell’elettricità sta salendo alle stelle. Perciò c’è chi sta pensando di inviarli nello spazio.

Secondo Elon Musk, che ha fuso da poco SpaceX (l’azienda spaziale) a xAI (la startup di intelligenza artificiale) con l’obiettivo di costruire data center orbitanti, questo progetto sarà realizzabile “entro due anni, forse tre al massimo”, mentre per Sam Altman di OpenAI è un pensiero “ridicolo”, dato che “non ci siamo ancora arrivati”. Google è meno disfattista di Altman e prevede di cominciare i test il prossimo anno. Ma la domanda è: quest’alternativa ha veramente senso?

L'ostacolo primario, secondo l’Economist, è il costo del lancio. SpaceX trasporta carichi in orbita a un prezzo di circa 1.500 dollari al chilogrammo con il suo Falcon Heavy, o di 3.400 dollari al chilogrammo con il suo Falcon 9, non proprio bruscolini. Oltre a questo, ci sono altre due variabili da tenere in considerazione: la potenza specifica, ovvero quanti watt di potenza di elaborazione possono essere forniti per chilogrammo di satellite, e l’effetto delle radiazioni sui chip di intelligenza artificiale, con il loro possibile deterioramento. Sull’altro piatto della bilancia pesano però energia solare pressoché illimitata per alimentare i data center (dotati di pannelli solari) e raffreddamento quasi naturale grazie alle bassissime temperature dell’orbita terrestre bassa.

Zero debris: i piani dell’Esa contro la moltiplicazione dei rifiuti spaziali

I rottami in orbita sono più di un milione e si moltiplicano con una reazione a catena. Nuovi obiettivi condivisi dovrebbero evitare il peggioramento della situazione.

di Tommaso Tautonico

Andrew McCalip, ingegnere che lavora nella startup spaziale Varda, ha creato un calcolatore online che mette a confronto il costo di data center terrestri e orbitali. Il risultato? Costruire una struttura da un gigawatt e gestirla per cinque anni sulla Terra costerebbe 15,9 miliardi di dollari, mentre lanciandola nello spazio si sale a 51,1 miliardi.

Philip Johnston, capo di Starcloud, azienda fondata nel 2024 per perseguire l’obiettivo di data center orbitali, non è della stessa opinione. La sua società punta a una potenza di 70 watt per chilogrammo e a un costo del satellite di cinque dollari per watt (a oggi, quelli di Starlink costano 22 dollari/W, in calo rispetto ai 32 dollari/W dei precedenti modelli). Modificando queste variabili, il prezzo cambia: dai 51,1 miliardi previsti da McCalip si scende a 16,7, ovvero il 5% in più di quello terrestre.

Inoltre, aggiunge Johnston, il costo di lancio potrebbe calare, dai 1500 dollari al chilogrammo attuali a 500, grazie a migliorie nelle attrezzature e frequenza delle spedizioni. E il nuovo razzo Starship di SpaceX potrebbe andare anche oltre le più rosee aspettative, attestandosi a 100-200 dollari al chilo. Inserendo queste variabili il costo del centro dati orbitale arriverebbe a 12,1 miliardi di dollari, inferiore a quello terrestre. Se tutti gli astri si allineano, naturalmente.

Ma anche il costo dei data center terrestri potrebbe diminuire. Secondo il calcolatore di McCalip, queste strutture utilizzano al momento soprattutto generatori a gas naturale per garantire l’elettricità della struttura, ma un uso diffuso delle rinnovabili renderebbe il processo più economico, con una riduzione di circa 1-2 miliardi di dollari sul costo totale. In questo senso, economie a basso costo e con abbondanti quantità di sole come l’India sarebbero il posto ideale dove costruirli.

Naturalmente, dello sfruttamento del territorio, come d’altro canto del rischio di intasare l’orbita terrestre bassa, con tutti quei satelliti a galleggiare lassù, nessuno sembra preoccuparsene.

Copertina: Planet Volumes/unsplash