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Il nobel Omar Yaghi e la macchina che estrae acqua dall’aria secca

Produrre mille litri al giorno grazie a un dispositivo alimentato solo da energia termica ambientale. In un mondo entrato nell’era della “bancarotta idrica globale”, questa invenzione apre nuovi scenari di resilienza.

martedì 3 marzo 2026
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Produrre acqua senza pozzi, senza reti, senza impianti centralizzati. L’invenzione del chimico Omar Yaghi, premio Nobel per la chimica 2025, utilizza la chimica reticolare per creare materiali molecolarmente ingegnerizzati capaci di catturare l’umidità presente nell’aria e trasformarla in acqua potabile, anche in condizioni aride e desertiche. Questi materiali, funzionano come una sorta di “spugna” microscopica, attraggono e trattengono le molecole d’acqua anche in condizioni di bassa umidità. Una volta saturi, è sufficiente una minima quantità di energia termica ambientale per rilasciare l’acqua intrappolata, che viene poi condensata e raccolta in forma liquida.

Le unità sviluppate dalla società Atoco, grandi quanto un container da sei metri, funzionano interamente grazie a energia termica ambientale a bassissima intensità e possono generare fino a mille litri di acqua pulita al giorno. Il punto cruciale non è solo la produzione, ma l’autonomia: la tecnologia può operare anche quando elettricità e sistemi idrici centralizzati vengono interrotti da uragani o siccità.

L’era della scarsità

L’innovazione arriva mentre un Rapporto delle Nazioni Unite segnala che il pianeta è entrato in una “era di bancarotta idrica globale”. Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi classificati come idricamente insicuri o criticamente insicuri. Circa 2,2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, 3,5 miliardi mancano di servizi igienico-sanitari adeguati e 4 miliardi affrontano grave scarsità idrica almeno un mese all’anno. In questo contesto, la produzione di acqua dall’aria non è solo un’innovazione tecnologica, ma una risposta a una vulnerabilità sistemica. Se la crisi climatica intensifica tempeste e periodi di siccità, la continuità dell’approvvigionamento diventa una questione di resilienza territoriale.

Le isole come laboratorio del futuro

Nei Caraibi, uragani come Beryl e Melissa hanno lasciato migliaia di persone senza accesso all’acqua, distruggendo infrastrutture e coltivazioni. Sull’isola di Grenada, e in particolare a Carriacou e Petite Martinique, la combinazione di tempeste, siccità ed erosione costiera rende l’approvvigionamento idrico sempre più fragile. Oggi queste isole sono costrette a importare acqua durante le stagioni secche, affrontando costi elevati, rischi di contaminazione e un’impronta di carbonio significativa. La possibilità di installare unità capaci di funzionare off-grid, utilizzando solo energia ambientale, viene considerata una leva per rafforzare strategie di recupero e resilienza.

Oltre la desalinizzazione

Yaghi indica la sua invenzione come alternativa sostenibile ad altre soluzioni come la desalinizzazione, che può comportare il rilascio in mare di salamoie concentrate con potenziali impatti sugli ecosistemi. L’estrazione atmosferica, alimentata da energia termica ambientale, propone un modello a basse emissioni e potenzialmente meno invasivo. In un’epoca in cui adattamento climatico e tutela ambientale devono procedere insieme, la compatibilità ecologica diventa parte integrante della strategia idrica.

Cosa cambia nei prossimi anni

Se tecnologie di questo tipo verranno integrate nelle politiche di adattamento climatico, la sicurezza dell’acqua potrebbe evolvere da sistema centralizzato a rete distribuita di micro-infrastrutture autonome. Comunità isolate, territori colpiti da disastri naturali e piccole isole vulnerabili potrebbero dotarsi di capacità locali di produzione, riducendo dipendenze e tempi di risposta. In un mondo in cui quattro miliardi di persone sperimentano scarsità idrica ogni anno, la possibilità di “reimmaginare la materia” per generare acqua dall’aria non è solo un’innovazione scientifica: è un cambio di paradigma. Se l’acqua può essere prodotta dove l’infrastruttura fallisce, la resilienza del futuro potrebbe non basarsi solo su grandi reti, ma sulla capacità di trasformare l’ambiente stesso in risorsa.

Immagine: ansa.it