Tecnologie, nuovi protocolli e comunità attive: così i musei si preparano alle catastrofi
Il cambiamento climatico sta costringendo i siti culturali a ripensare infrastrutture e modelli di conservazione. Dalle ricerche internazionali alle esperienze locali, ecco i nuovi modi per proteggere la memoria collettiva.
La crisi climatica sta riscrivendo la geografia della tutela culturale. Incendi più intensi, alluvioni improvvise, mareggiate, stress termici ed erosione stanno mettendo a rischio opere d’arte in tutto il mondo, costringendo i musei a deciedere cosa salvare in caso d’emergenza. I casi documentati dagli approfondimenti dell’Economist e del National Geographic delineano un quadro allarmante: ciò che per secoli è stato considerato stabile oggi è vulnerabile. In situazioni critiche, le priorità di evacuazione si basano spesso sul valore economico delle opere, relegando in secondo piano patrimoni non valutati dal mercato. Ma molti musei minori non hanno risorse per adeguarsi: talvolta, segnala il settimanale britannico, i kit di emergenza risultano inutili, gli edifici non possono essere riprogettati o le assicurazioni diventano proibitive.
Quando il clima irrompe
Gli impatti sono molteplici e diversi tra loro. Negli Stati Uniti, le alluvioni che hanno messo a rischio musei e archivi in Iowa mostrano quanto velocemente l’acqua possa superare barriere considerate sicure: nel 2008 il fiume Iowa ha invaso in poche ore il museo universitario, costringendo a evacuare migliaia di opere. In California, il rogo di Palisades del 2025 ha lambito la Getty Villa e altre strutture storiche, distruggendo migliaia di edifici nell’area circostante.
In Europa, il cambiamento climatico sta colpendo sia le istituzioni culturali sia i siti storici. Il Louvre a Parigi ha dovuto spostare parte delle collezioni a causa delle infiltrazioni nelle aree vicine alla Senna. La Tate e la National Gallery a Londra hanno segnalato rischi crescenti legati a tempeste e alluvioni. Il Mauritshuis all’Aia rivede regolarmente i protocolli di sicurezza per proteggere celebri opere come La ragazza con l’orecchino di perla.
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Il problema riguarda anche l’Italia. A Venezia, il Centro internazionale di studi e ricerca per il cambiamento climatico (Csrcc) segnala che acqua alta, salsedine, infiltrazioni e sbalzi termici stanno erodendo il patrimonio diffuso della città: bassorilievi, statue, iscrizioni ed elementi lapidei che hanno già perso porzioni di superficie e dettagli. Venezia è oggi uno dei casi più critici a livello nazionale e uno dei più osservati a livello mondiale, proprio perché il cambiamento climatico coinvolge un’intera città e la sua comunità.
Fuori dall’Europa, gli effetti sono a volte ancora più visibili. Nel sito indonesiano di Maros-Pangkep, le pitture rupestri più antiche del mondo stanno perdendo strati interi a causa dell’erosione salina legata all’aumento delle temperature: i depositi di sale si espandono e si contraggono in continuazione, generando microfratture che fanno staccare superfici dipinte risalenti a oltre 50 mila anni. A Miami il Vizcaya Museum and Gardens affronta l’innalzamento del livello del mare, mentre a Petra la crescente aridità e la pressione del turismo stanno accelerando la disgregazione della roccia rossa su cui è scolpita la città.
Il filo rosso che collega questi luoghi così diversi è la velocità del cambiamento, che supera le capacità di protezione tradizionali. Sistemi pensati per eventi rari devono ora fronteggiare fenomeni ricorrenti e sempre più intensi.
Architetture più resilienti e coinvolgimento delle comunità
Le istituzioni culturali stanno sperimentando strategie diverse per adattarsi a un contesto più instabile. Negli Stati Uniti, il Getty Museum di Los Angeles ha allestito un piano strutturato: pareti rinforzate, sistemi di filtrazione dell’aria, gestione del verde pensata per contenere la propagazione degli incendi e protocolli d’emergenza testati regolarmente.
Nel nostro continente, molti musei stanno aggiornando procedure e infrastrutture per affrontare rischi ricorrenti. Il Mauritshuis all’Aia, ha predisposto piani di evacuazione e spostamento delle opere in caso di alluvione, mentre altre istituzioni rivedono periodicamente la loro capacità di risposta a tempeste, infiltrazioni e innalzamento delle acque.
A livello urbano, l’adattamento riguarda intere comunità. A Venezia, il Csrcc offre un ottimo esempio di come la resilienza possa passare anche da iniziative diffuse: volontari che catalogano i “beni erratici” del patrimonio minore, scuole e associazioni coinvolte in programmi educativi e cittadini che partecipano alla Climathon Venezia 2025 per contribuire alla progettazione di soluzioni locali. Accanto alle misure fisiche e organizzative, si stanno diffondendo strumenti di tutela basati sulla documentazione digitale: laser scanner, archivi ad alta risoluzione e modelli 3D permettono di conservare almeno la memoria e la conoscenza delle opere e degli edifici più vulnerabili, qualora non fosse possibile recuperarli in futuro. Non rappresentano una soluzione definitiva, ma aiutano a non disperdere informazioni fondamentali.
Copertina: Amy-Leigh Barnard/unsplash