Nel 2050 ci sarà ancora una verità? Per salvarla torniamo ai metodi di Gandhi
L’oggettività dei fatti, che pure esiste in natura e in ogni vicenda umana, è oggi minacciata dalle distorsioni nel modo di riferirli, dalle falsificazioni della Storia, da un dialogo pubblico sempre più fazioso e insignificante.
Di fronte a una domanda palesemente assurda, gli scienziati e non solo loro, possono fare un balzo sulla sedia. Per un matematico i numeri primi cominciano con la sequenza 2, 3, 5, 7…; i fisici, nonostante relatività e quantistica, cercano certezze sulla composizione dell’atomo e gli astronomi sulla velocità di espansione dell’universo; anche per l’uomo comune ci sono fatti indiscutibili: la fodera del mio cellulare è rossa e semmai sono io, daltonico, che ne ho una percezione soggettiva distorta e la vedo verde; a rose is a rose…
E allora qual è il problema? È la cancellazione di un elemento base del giornalismo come ho cercato di praticarlo per sessant’anni: i fatti separati dalle opinioni. So perfettamente che anche il modo di raccontare i fatti risente della propria visione, ma ho sempre creduto nella possibilità di un giornalismo “oggettivo” che, con lo stesso impegno che deve avere un giudice nella ricerca della verità, cerca di informare i lettori sull’effettivo svolgimento di quel che è accaduto.
Sul tema del giornalismo in questi tempi strani abbiamo appena pubblicato il resoconto di un convegno interessante dell’Ordine dei giornalisti: è sempre più difficile e sempre più complesso ricercare la verità e darne conto, se in molte testate mancano i mezzi per inchieste adeguate e se l’indipendenza di chi scrive viene messa in discussione dalla prepotenza degli editori (vedi caso Jeff Bezos e Washington Post), al di là del loro legittimo diritto di cambiare direttore. Non solo: la necessità di teatralizzare l’informazione, soprattutto televisiva, porta di frequente a dare pari dignità, per esempio, alle opinioni sulla crisi climatica del grande consesso internazionale di scienziati riuniti nell’Ipcc, a fronte magari di un singolo negazionista o di un politico non si sa bene se disinformato o in malafede.
Andando alle radici del problema, oltre alle sue conseguenze mediatiche, quello che sta avvenendo oggi è molto più grave della mera distorsione delle informazioni, perché la verità è minacciata nelle sue diverse forme: l’accertamento dei fatti; la narrazione storica in cui vanno a sedimentarsi; il modo di raccontarli; il tono dei commenti. Ed è appunto questo che mi porta a interrogarmi se tra qualche decennio tra i popoli del mondo esisterà ancora una verità condivisa o l’umanità sarà divisa in tribù che coltiveranno diverse credenze presunte oggettive.

Il giornalismo è morto? No, ma deve reinventarsi
Presentato il terzo rapporto sul giornalismo digitale: riconquistare la fiducia del pubblico contrastando la superficialità dei social media, anche con un buon uso dell’intelligenza artificiale.
L’accertamento dei fatti. Per un cronista onesto è sempre stato difficile avvicinarsi alla realtà degli avvenimenti che deve raccontare, spesso fra voci e resoconti discordanti. Però il cronista onesto ci prova. Ma il moltiplicarsi delle fake news, alimentate anche dall’intelligenza artificiale, rende questo lavoro ancora più complesso e anche quando è ben fatto, per molti è difficile distinguere un corretto resoconto dalle tante voci complottiste, faziose che magari corrispondono meglio alle idee preconcette di chi legge. Ma su questa situazione e sugli effetti distorsivi di un certo uso dei social media e dei loro algoritmi di selezione e proposta dei testi a target differenziati si è già scritto spesso. Tutto diventa ancora più difficile quando il potere impedisce l’indagine e addirittura di parlare della verità, come accadeva per esempio (lo ha raccontato di recente la scrittrice russa Irina Sherbakova, premio Nobel) alla famiglia di una bambina di Mosca che si era permessa di chiedere a voce alta alla madre, in fila per le uova, se Stalin era già morto, rischiando di far deportare in Siberia tutta la famiglia. Per fortuna nel nostro Occidente non siamo a questo punto, ma la cancellazione di tutte le foto che richiamano il concetto di inclusione dai file del Pentagono mostrano una forte tentazione di consentire la ricerca soltanto sui fatti già accaduti graditi al potere. Con ridicoli (o tragici, visto l’episodio) paradossi come il rischio di eliminazione dagli archivi del Pentagono dei file relativi al bombardiere Enola Gay, che sganciò la bomba su Hiroshima, dove “Gay” era solo il cognome da nubile di Enola Tibbets, la madre del comandante. Nel mondo liberal, come testimonia il New Yorker, ci si interroga anche sulla libertà di parola per la durezza della repressione in corso a seguito delle manifestazioni di qualche mese fa nei campus a favore dei palestinesi.
La distorsione della Storia. I cronisti lavorano sull’urgenza del momento, ma spetta agli storici, per quanto possibile, ricostruire e analizzare la successione dei fatti. La verità (mai completa nella ricostruzione delle vicende umane, ma lo sforzo di avvicinamento ad essa) va poi a risiedere nelle enciclopedie. Da tempo, accanto alle storiche gloriose Treccani, Britannica, Larousse e altre, è cresciuta Wikipedia, l’enciclopedia online scritta “dal basso”, per i suoi metodi di elaborazione e revisione collettiva. Nonostante la diffidenza iniziale per le sue palesi imprecisioni, nel tempo è diventata la fonte più consultata da molti di noi, con un’attendibilità ormai riconosciuta. Ne abbiamo parlato anche su Futura network. Sappiamo che non è perfetta, che ci possono essere errori, che forse in futuro le ricerche su Wikipedia saranno sostituite da quelle tramite le piattaforme di intelligenza artificiale. Ma oggi se cerco notizie su un luogo, un fatto, un personaggio, un film, le cerco innanzitutto su Wikipedia e non credo di essere il solo.
A Elon Musk, però, questo processo non va bene. Ha sprezzantemente offerto un miliardo di dollari perché cambi il suo nome in “Dickipedia” (letteralmente: “Enciclopedia del c…”. O in “Wokepedia”, alludendo alla presunta faziosità di chi collabora alla sua stesura e revisione). In realtà, nelle mie frequenti consultazioni di Wikipedia, pur essendo profondamente avverso agli eccessi della cultura woke, non ho mai notato la faziosità denunciata da Musk. Certo c’è una maggiore presenza di collaboratori che sono culturalmente orientati in un senso diverso da come vorrebbero la nuova dirigenza della Casa Bianca e i tycoon della Silicon Valley, ma questo è probabilmente un fatto di cultura. Chi scrive per Wikipedia è più colto e meno fazioso di altri.
Ci sono fondati motivi per dire che l'oggettività dei fatti disturba i suddetti protagonisti della nuova politica americana, che tendono nella loro comunicazione a presentare una loro verità come abitualmente facevano e fanno i dittatori: notizie palesemente false, commentando con irritazione il fact checking che li smaschera (per esempio i dati sui benefici per il bilancio americano derivanti dalle azioni del Doge, il nuovo Dipartimento dell’amministrazione Usa diretto da Elon Musk), fino alla proibizione alle ambasciate di acquistare i giornali che presentano punti di vista diversi dal loro, come il New York Times e via dicendo.
Le mezze verità di una comunicazione superficiale e faziosa. Si arriva così al terzo attentato alla verità: il modo di parlare della realtà. Qui purtroppo il discorso si allarga molto perché la cattiva abitudine di parlare per slogan non viene da oltreoceano, ma era già ampiamente praticata in Europa e anche (o forse soprattutto) in Italia da politici che presentano solo la parte della verità che loro interessa, nascondendo la complessità e le diverse sfaccettature dei temi; slogan riportati coscienziosamente da certi Tg senza mai un effettivo sforzo di approfondimento. Con tutti i suoi difetti, nella Prima Repubblica non era così: esisteva quello che Enrico Giovannini chiama “il dialogo pubblico” auspicandone il ripristino, esistevano sedi di confronto locale attraverso le sezioni dei partiti e campagne elettorali effettivamente giocate sul territorio con una più ampia possibilità di scegliere chi eleggere attraverso le preferenze. Una qualità di dibattito pubblico che, parafrasando quanto detto da Giuliano Amato al più recente ASviS live, era ben diverso dalle attuali interazioni sui social media, paragonabili a un salotto di persone selezionate perché la pensano tutte nello stesso modo. Della Prima Repubblica ricordiamo tribune politiche con giornalisti di opposte tendenze che facevano domande scomode, e non politici che nei talk show di oggi impongono di scegliere chi sono i loro interlocutori. Difficile, con questi mezzi di informazione, formarsi un’opinione approfondita sulle questioni, a meno di non andare a leggere validi pezzi di approfondimento e testimonianza sui quotidiani di informazione che pure esistono, ma sono sempre meno frequentati.

Quando l’ideologia vince sulla realtà: siamo nell’epoca della post-verità?
Dopo che Zuckerberg ha scelto di consegnare il fact-checking in mano alla comunità di Meta, si è riacceso il dibattito su libertà di parola e censura. Le big tech della Silicon Valley sempre più orientate verso la deregolamentazione.
The tone of voice. Infine, l’ultimo aspetto dopo parzialità delle affermazioni politiche e faziosità delle affermazioni, riguarda la violenza dei toni, tale da far passare la voglia di cercare di introdurre nel dialogo pubblico voci di buon senso, nel timore di essere strumentalizzati.
Faccio un esempio. Pur non essendo ebreo, ho visitato Israele per la prima volta a diciott’anni nel1960 con amici israeliti, nella magica vacanza che segue l’esame di maturità. Abbiamo girato il piccolo Paese in lungo in largo (più in lungo che in largo per la verità perché prima della Guerra dei sei giorni la dimensione longitudinale era di pochi chilometri), in autostop e anche lavorando in un kibbuz, Netzer Sereni, a forte impronta socialista, visionaria e italiana. Da allora mi è rimasto un grande amore per quella terra e quel popolo, ma ho idee molto precise sulle terribili responsabilità di vent’anni di governi Netanyahu e della destra bigotta che condiziona le politiche attuali a Gaza e Cisgiordania. Che si chiami o no genocidio poco importa, il tentativo di espellere tutti i palestinesi è una politica criminale. Però conosco un po’ di storia a differenza di molti “ProPal” e condanno non solo lo sterminio del 7 ottobre 2023, ma anche il modo in cui quasi tutti i governi arabi, persa la guerra del ‘48 (e le successive) hanno deliberatamente evitato di arrivare a una soluzione gestibile per i profughi palestinesi, lasciando che la striscia di Gaza fosse in mano alla dittatura sanguinaria di Hamas e alimentandola con aiuti che i terroristi al potere nella Striscia trasformavano in tunnel e armi. Ma come dirlo senza essere attaccati da una parte o dall’altra? Esempi analoghi si potrebbero moltiplicare, parlando dell’Ucraina, delle migrazioni o della magistratura italiana.
In conclusione, credo che esista veramente il rischio di scivolare in un mondo di opposte fazioni e di opposte verità, in cui la Verità che risiede nella Terra di mezzo (che non è necessariamente il centro dello schieramento politico perché oggi spesso anche il centro può essere fazioso quanto la destra e certa sinistra) è sistematicamente cancellata dalle scorribande degli eserciti contrapposti. Forse siamo di fronte a un nuovo Medioevo e, come i monaci benedettini, dobbiamo custodire gelosamente la fiammella della cultura e i codici della corretta informazione. Ma anche senza andare troppo indietro nei secoli ricordiamo la resistenza non violenta basata sulla centralità della verità di Mahatma Gandhi nella lotta per l’indipendenza dell’India. Una resistenza che chiamò “Satyagraha”. Cito da un testo di mio figlio Pietro Speroni di Fenizio:
Questa parola sanscrita, che si traduce letteralmente come “insistenza sulla verità”, racchiude l’essenza del principio gandhiano. “Satya”, in sanscrito, non si riferisce semplicemente alla verità nel senso fattuale, ma indica un principio metafisico e morale più profondo. Per Gandhi la ricerca della verità non era un mero esercizio intellettuale o una questione di oratoria. Era un impegno fondamentale, un modo di vivere che doveva guidare ogni aspetto dell’azione politica e sociale. La Satyagraha quindi non era solo tattica politica ma un modo di vita che richiedeva un impegno costante per la verità, la non violenza e l’autodisciplina”.
Ricordiamo che anche le battaglie politiche di Marco Pannella erano da lui considerate come “Satyagraha”, azioni non violente (Pannella rifiutò sempre il termine “pacifista”) di affermazione della verità contro i tentativi di nasconderla. Non c’è bisogno di condividere tutte le sue idee per farsi forti di questo metodo.
Nella speranza che la notte passi presto.
Copertina: Ansa