Guerra, data center, Luna: perché il futuro si sta giocando nello spazio
Mentre i satelliti potrebbero decidere il conflitto in Iran, si moltiplicano le iniziative per mandare i data center in orbita e risparmiare energia. Gli Stati Uniti potrebbero perdere la corsa per tornare sul suolo lunare. E la Cina potrebbe arraffare tutto.
Lo spazio non è più quello di una volta. Se prima dei voli orbitali e dell’allunaggio era un’utopia e dopo è diventato terreno di competizione geopolitica, in questi ultimi anni si è trasformato in qualcosa di diverso. La componente geopolitica è rimasta, ma è come se, con il dispiegamento massiccio di tecnologie all’avanguardia, questa variabile si fosse mescolata con l’idea che lo spazio possa rappresentare un’alternativa. Una guerra alternativa, sì, specialmente in questo periodo. Ma anche un’alternativa energetica o di vita. Se queste possibilità potranno tramutarsi in realtà è quello che dobbiamo capire.
Spazio guerra
Quando guardiamo in televisione o sui social le immagini che arrivano dai conflitti – missili che centrano palazzi, navi che prendono fuoco, siti di arricchimento dell’uranio distrutti – raramente pensiamo che sono foto scattate da satelliti che galleggiano nell’orbita terrestre bassa. Non si tratta soltanto di materiale per i giornali, ma di informazioni cruciali che gli eserciti utilizzano per capire quale obiettivo colpire e se un attacco è andato a buon fine. Un vantaggio tattico che gli Stati Uniti (ma non solo) conoscono molto bene.
Giusto qualche giorno fa, il Pentagono ha annunciato che il sistema di intelligenza artificiale “Maven” dell’azienda Palantir è diventato un programma ufficiale Usa. Era già il principale sistema operativo utilizzato dalle forze armate statunitensi, ma dopo lo scontro del governo con Anthropic – che si è rifiutata di rimuovere le restrizioni d’uso ai suoi modelli di AI, in particolare per sorveglianza di massa e armi autonome – Trump ha deciso che il fidanzamento con Palantir dovesse diventare un matrimonio a tutti gli effetti. Stephen A. Feinberg, vice segretario alla Difesa, ha detto che Maven fornirà ai combattenti “gli strumenti più avanzati necessari per individuare, scoraggiare e dominare i nostri avversari in tutti i settori”.
Palantir sta sviluppando anche Titan, un modello di intelligenza artificiale il cui acronimo significa “Tactical intelligence targeting access node”, sistema che consentirà ai soldati di analizzare in tempo reale i dati provenienti da sensori spaziali, aerei e terrestri per identificare e tracciare obiettivi nemici, velocizzando le operazioni decisionali sul campo.
Quando le app diventano armi di guerra
Una piattaforma di preghiera è stata hackerata durante gli attacchi contro l’Iran. Secondo gli esperti gli smartphone potrebbero diventare i nuovi strumenti dei conflitti ibridi.
Dall’altre parte della barricata, secondo Al Jazeera, l’Iran si starebbe appoggiando a dati e servizi satellitari cinesi. “Una delle sorprese di questa guerra è che i missili iraniani sono più precisi rispetto alla guerra di otto mesi fa, il che solleva molti interrogativi sui sistemi di guida di questi missili”, ha insinuato Alain Juillet, ex direttore dell’intelligence estera francese, alludendo al supporto cinese. Questo sodalizio non è stato confermato dai governi, anzi: il ministro iraniano delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione ci ha tenuto a precisare che “l’Iran usa tutte le capacità esistenti nel mondo e non dipende da una sola fonte di tecnologia”. Ma in molti pensano che si tratti di dichiarazioni di facciata.
Anche perché gli Stati Uniti possono disturbare o negare l'accesso al sistema di posizionamento globale (Gps) di proprietà del governo statunitense – su cui l’esercito iraniano faceva affidamento fino a qualche mese fa – ma non possono fare lo stesso con BeiDou, il sistema satellitare cinese alternativo.
BeiDou utilizza più satelliti rispetto agli altri sistemi di navigazione e potrebbe essere potenzialmente più preciso: secondo Al Jazeera, mentre il sistema statunitense si avvale di 24 satelliti (così come il Gps “Glonass” russo e il “Galileo” dell'Unione Europea), quello cinese ne utilizza 45. Questo sistema dovrebbe avere un “margine di errore” inferiore a un metro, e secondo gli analisti permetterebbe di correggere automaticamente la direzione dei bersagli. Quanto è significativo l’eventuale utilizzo di BeiDou da parte dell'Iran? Molto, al punto che secondo gli analisti “se l'Iran ne fosse in possesso, cambierebbero completamente gli scenari”.
La Cina ne guadagnerebbe su alcuni fronti: oltre a supportare una forza antiamericana, otterrebbe un logoramento degli Usa per una guerra più lunga del previsto e al contempo testerebbe l’efficacia dei propri sistemi di difesa contro quelli di attacco americani, raccogliendo dati preziosi sulla capacità degli Stati Uniti di intercettare missili e droni iraniani guidati dal sistema BeiDou. Come ricorda ad Al Jazeera Elijah Magnier, analista politico e militare con sede a Bruxelles, “l’evoluzione della navigazione satellitare ha trasformato il panorama della guerra moderna”.
Spazio center
Lo spazio è diventato un terreno di scontro, ma soprattutto un’alternativa, anche per i data center. Dato che quelli sulla Terra consumano molta acqua, fanno salire i prezzi dell’energia e si stanno trovando davanti un’opinione pubblica sempre più indiavolata, c’è chi sta pensando di inviarli nello spazio.
Il costo del lancio potrebbe essere inizialmente proibitivo, così come altri due fattori: la potenza specifica – ovvero quanti watt di potenza di elaborazione possono effettivamente essere installati sul satellite – e l’effetto delle radiazioni sui chip. Ma questi data center, dotati di pannelli solari, avrebbero energia pressoché illimitata e raffreddamento quasi naturale grazie alle bassissime temperature dell’orbita terrestre bassa.
Sui tempi per realizzare questo progetto ci sono opinioni diverse. Se per Elon Musk, che ha fuso da poco SpaceX (l’azienda spaziale) a xAI (la startup di intelligenza artificiale) con l’obiettivo di costruire data center orbitanti, sarà realizzabile “entro due anni, forse tre al massimo”, per Sam Altman di OpenAI è un pensiero “ridicolo”, mentre Google prevede di cominciare i test per il prossimo anno con il progetto Suncatcher, senza assicurare nulla.
Costruire data center nello spazio potrebbe essere più economico?
La diffusione dell’AI rende indispensabile chiedersi dove nasceranno i prossimi centri. Costo del lancio, efficienza e rischio radiazioni i principali ostacoli per l’opzione spaziale. Ma potrebbero essere meno onerosi del previsto.
Intanto, la startup statunitense Aetherflux, che sviluppa tecnologie per sfruttare l'energia solare nello spazio, ha annunciato che nel 2027 lancerà il suo primo satellite per data center in orbita (il primo tassello di una costellazione più ampia chiamata “Galactic Brain”). Così come Starcloud, azienda fondata nel 2024 per perseguire l’obiettivo di data center orbitali, ha assicurato che sta lavorando sull’abbattimento dei costi per i lanci, in modo da rendere l’alternativa spaziale più economica di quella terrestre. Naturalmente, del rischio di intasare l’orbita con tutti quei satelliti – a marzo dell’anno scorso se ne contavano circa 11mila attivi, più 13.660 di vecchie spedizioni – nessuno si sta preoccupando.
Spazio Luna
Altro terreno di gioco è l’allunaggio. Gli Stati Uniti sarebbero dovuti tornare sul satellite entro il 2027, ma a quanto pare non andrà così. Secondo una recente dichiarazione della Nasa, la missione Artemis III, che avrebbe dovuto ripercorrere il grande passo compiuto l’ultima volta nel 1972, servirà invece come volo di prova nell’orbita terrestre, mentre l’allunaggio vero e proprio sarà affidato ad Artemis IV, missione prevista per il 2028.
Questo rinvio è sintomatico di alcuni problemi che nella Nasa vanno avanti da un po’. Per gli esperti di settore si tratta di un segnale chiaro che il programma spaziale statunitense è in ritardo rispetto a quello cinese, con cui si sta giocando la corsa contro il tempo per tornare (o arrivare, nel caso di Pechino) per primi sulla Luna. “Con la concorrenza credibile del nostro principale avversario geopolitico che aumenta di giorno in giorno, dobbiamo accelerare i tempi, eliminare i ritardi e raggiungere i nostri obiettivi”, ha detto Jared Isaacman, amministratore della Nasa (il funzionario più alto in grado dell’Agenzia).
Il programma Artemis ha sofferto di una serie di ritardi e problemi tecnici. Il più recente si è verificato il mese scorso, quando l’Agenzia è stata costretta a posticipare per ben due volte di seguito il lancio di Artemis II, una missione destinata a portare gli astronauti in orbita attorno alla Luna. I problemi di Artemis, come dicevamo, sono la manifestazione di un logorio dell’Agenzia che ha radici molto profonde, dai tagli al personale voluti da Trump (4mila dipendenti con un programma di dimissioni differite) a politiche poco oculate e programmi non rispettati.
La Cina, nel frattempo, sta procedendo con passo spedito e assicura che gli astronauti cinesi, o taikonauti (da taikon, che in cinese significa “spazio”), toccheranno il suolo lunare “prima del 2030”. Il suo programma ha collezionato una serie di successi impressionanti, tra cui il ritorno sulla Terra, nel 2024, di un campione di regolite raccolto sul lato nascosto della Luna utilizzando un lander robotico, impresa mai realizzata prima. Un anno dopo, ha testato con successo il suo lander lunare Lanyue. Di recente, uno studio pubblicato su Nature Astronomy ha individuato quattro possibili siti per l’allunaggio nella regione chiamata Rimae Bode. Quest’area è considerata di grande valore scientifico e chissà se non sarà proprio la Cina ad arrivare lassù per prima.
E Marte? Se persino Musk, dopo anni di dichiarazione reboanti, ha deciso di congelare i piani sul pianeta rosso per concentrarsi sugli insediamenti lunari, un motivo ci sarà. Secondo il miliardario ci sono ragioni temporali e tecniche dietro questa scelta. La Luna, intanto, è più facile da raggiungere: mentre le finestre di lancio verso il satellite si aprono ogni dieci giorni e il viaggio dura poco più di due, per Marte si parla di un’occasione ogni 26 mesi – a causa dell’allineamento orbitale dei pianeti – e un viaggio che dura un semestre. Inoltre, per costruire una città autosufficiente sulla Luna potrebbero volerci “meno di dieci anni”, mentre per un insediamento marziano almeno venti. Per Musk, quindi, l’idea è riprendere i piani per il pianeta rosso nel giro di cinque o sei anni, concentrandosi per ora sulla Luna e sulla competizione geopolitico-spaziale con la Cina.
Ultimo appunto: la Stazione spaziale internazionale (Iss), che tanto ha fatto negli anni per lo studio dello spazio, verrà dismessa nel 2030 a causa dell’obsolescenza strutturale, l’elevato costo di manutenzione e l’ingresso nel mercato di stazioni commerciali private. Ma chi la sostituirà? Ancora non si sa. La Nasa ha iniziato a raccogliere feedback da vari partner industriali, ma ancora non è stata individuata un’azienda specifica. La startup Vast sembra in pole position con la sua Haven-1, una stazione piccola e affidabile, con “letti lussuosi, enormi finestre a cupola e un layout minimalista”, che potrebbe fungere da avamposto per strutture più grandi. Tra le aziende favorite anche Voyager Technologies, che sta sviluppando il suo prototipo, e Blue Origin, di proprietà di Jeff Bezos. Ma da come stanno andando le cose in casa Nasa, tutto può succedere.
Copertina: SpaceX/unsplash