Decidiamo oggi per un domani sostenibile

La luce in fondo al tunnel: creatività, scienza e libertà d’espressione oltre le macerie

Secondo l’Unesco ogni anno si registrano oltre milleduecento violazioni documentate della libertà artistica e scientifica nel mondo. Memoria storica, biblioteche segrete, ricerca e testamenti spirituali stanno provando a conservare il futuro.

di Emanuele Manfredo Fioravanzo

martedì 12 maggio 2026
Tempo di lettura: min

Per molti di noi, nati e cresciuti in Paesi dove i diritti civili sono ormai consolidati, parole come creatività (di cui il 21 aprile si è celebrata la Giornata mondiale) e innovazione richiamano alla mente startup tecnologiche, design o nuove avanguardie estetiche. Ma se spostiamo lo sguardo verso le zone d'ombra del nostro pianeta – nei territori devastati dai conflitti armati, piegati dalle crisi climatiche e umanitarie, o schiacciati da regimi oppressivi – la creatività assume un significato radicalmente diverso. 

In questi contesti di profonda crisi, la creatività è prima di tutto desiderio di speranza. È quella luce in fondo al tunnel, magari instabile, incerta e nebulosa, ma che porta con sé un valore comunicativo e di resilienza vitale. Le opere (materiali e immateriali) che nascono sotto le bombe o in fuga dalle persecuzioni non sono semplici espressioni artistiche: sono tracce indelebili e tangibili di vite che si rifiutano di essere cancellate. 

Una testimonianza come spinta per il cambiamento 

La necessità di scrivere queste righe non è nata da una riflessione accademica, ma dall'urto violento con una realtà che non possiamo permetterci di ignorare. È scaturita dalle parole di un giornalista arabo che opera nella Striscia di Gaza, il quale mi ha consegnato una testimonianza impossibile da dimenticare: 

Ci sono innumerevoli momenti dolorosi. Ho perso mio fratello quattro mesi fa in un’area di distribuzione di aiuti e ancora oggi il suo destino rimane sconosciuto. Nel mio lavoro di giornalista, ho affrontato scene che non mi abbandonano mai. Una volta, ho portato in braccio un bambino morente perché sua sorella ferita non lo vedesse. Lei continuava a chiedermi: “Sta bene?”. Le ho voltato le spalle perché non notasse la sua testa spaccata. È morto pochi istanti dopo. Questa scena si è ripetuta molte volte e mi tormenta ancora. All’inizio della guerra, un intero quartiere fu bombardato. Quando mi precipitai sul posto, scoprii che le vittime erano i miei parenti: 56 martiri, inclusi tutti i figli di mia zia. 

Leggendo e assorbendo il peso di questo racconto, ho realizzato una verità tanto evidente quanto devastante. Quando si decide di annientare sistematicamente le generazioni più giovani, non si sta solo spezzando la vita biologica. Si sta uccidendo il domani. Si sta sradicando alla radice una cultura, una formazione, un'identità. Si soffocano sul nascere l'arte, la speranza e la creatività che quei bambini – se solo avessero avuto il diritto di crescere – avrebbero potuto donare al mondo intero. 

Di fronte a testimonianze come questa, la prima reazione che mi attraversa è un senso di paralizzante impotenza. Guardando la realtà dal nostro angolo di mondo, il contrasto con chi vede cancellata la propria infanzia sotto le macerie è vertiginoso. Tuttavia, ho capito che non possiamo permettere a questa impotenza di avere l'ultima parola. 

Quell'angoscia deve necessariamente trasformarsi in una bruciante determinazione e in un profondo desiderio di giustizia. Nasce da qui la volontà ferrea di non voltare lo sguardo, ma di cercare modi per offrire un supporto concreto. Restituire speranza significa lottare affinché vengano ricostruite opportunità educative, di formazione, di crescita e il diritto inalienabile di potersi esprimere liberamente sotto il profilo artistico, culturale e scientifico. 

Creatività come resistenza: dalla memoria storica alla ribellione quotidiana 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre il mondo sprofondava nell'abisso, la cultura si fece scudo: pensiamo al compositore francese Olivier Messiaen, che scrisse ed eseguì il celebre Quartetto per la fine del tempo nel gelo di un campo di prigionia nazista. O alla leggendaria Sinfonia n. 7 "Leningrado” di Dmitrij Šostakovič: eseguita nel 1942 da un'orchestra di musicisti affamati durante l'assedio della città, venne trasmessa dagli altoparlanti verso le linee nemiche non come provocazione militare, ma come inno insopprimibile di sopravvivenza.  

Sul fronte della conservazione storica, emblematica è l'opera di Emanuel Ringelblum, che nel Ghetto di Varsavia fondò l'archivio clandestino Oneg Shabbat, seppellendo documenti e ricerche per assicurarsi che la verità sopravvivesse ai suoi stessi autori. 

Questa stessa forza vitale ha continuato a pulsare attraverso i decenni. Durante il tragico assedio di Sarajevo negli anni '90, il violoncellista Vedran Smailović suonava tra le rovine della biblioteca nazionale distrutta, riaffermando il diritto alla cultura sotto il fuoco dei cecchini. 

In molti angoli del mondo, l'espressione artistica e la ricerca del sapere si scontrano con realtà fatte di repressione, assedi e devastazione, trasformandosi in puri atti di sopravvivenza. Lo vediamo nelle piazze e nelle strade dell'Iran, dove le donne e le ragazze vivono in un contesto di censura sistemica e controllo capillare sui loro corpi. In risposta a questa oppressione quotidiana, trasformano il loro stesso esistere in un manifesto politico: l'atto di cantare, danzare o svelare i propri capelli, rischiando l'arresto o conseguenze persino più gravi, diventa un inno formidabile per rivendicare il diritto alla libertà e all'autodeterminazione

La storia a metà: i programmi scolastici ignorano le donne

Nei testi didattici di letteratura italiana la presenza di autrici oscilla tra il 2,7 e l'8,8%, mentre nella scienza prevale l'"effetto Matilda" e il mancato riconoscimento dei successi femminili. C'è bisogno di una rappresentazione veramente completa.

di Irene Lobello, 20 anni

Questa stessa necessità vitale di comunicare l'indicibile si ritrova nelle tende logore dei campi profughi in Sudan, in Medio Oriente e nella vicina Siria. Qui, intere generazioni di bambini crescono sradicati dalle loro case, privati di scuole e di spazi sicuri. Nei loro diari, nelle lettere e soprattutto nei disegni – spesso tracciati con mezzi di fortuna, raffigurando le case abbandonate o le violenze a cui hanno assistito – prende forma un tentativo disperato di dare un senso alla distruzione. A questo proposito, la Direttrice Generale dell'Unicef, Catherine Russell, ha ricordato una verità fondamentale: “Quando le crisi umanitarie capovolgono il mondo di un bambino, è proprio attraverso il gioco e l'espressione creativa che i più piccoli possono trovare sicurezza e sollievo dalle esperienze avverse, avviando quel delicato processo di elaborazione del trauma”. 

Custodire il futuro: biblioteche segrete, scienza e testamenti spirituali 

La resistenza culturale assume forme straordinarie anche quando a mancare sono il cibo e la luce del sole. Durante il brutale assedio di Daraya, in Siria, una popolazione stremata dai bombardamenti incessanti e dalla fame ha trovato un'ancora di salvezza nei libri. Un gruppo di giovani studenti ha scavato tra le macerie delle case distrutte per recuperare migliaia di volumi, allestendo una biblioteca segreta sotterranea. In quello spazio angusto, protetto dalle bombe a barile, i ragazzi si riunivano per leggere di letteratura, storia e scienze politiche, mantenendo vivo uno spazio di dibattito civile e aggrappandosi alla propria umanità mentre il mondo in superficie crollava. 

Nei gelidi e affollati rifugi antiaerei della metropolitana di Kharkiv, circondati dal terrore di bambini e anziani, abbiamo visto la musica farsi scudo psicologico grazie alle note della violinista Vera Lytovchenko, le cui esibizioni improvvisate hanno restituito dignità a chi aveva perso tutto. Ma la resistenza ucraina è stata anche profondamente scientifica e orientata al futuro: mentre la città era sotto il fuoco dell'artiglieria, i ricercatori dell'Istituto Yurjev hanno rischiato la vita per mettere in sicurezza la banca nazionale dei semi, un patrimonio inestimabile per la biodiversità agricola mondiale. 

Parallelamente, archivisti storici hanno lavorato senza sosta per digitalizzare documenti secolari, impedendo che i bombardamenti cancellassero per sempre l'identità culturale della nazione. 

I numeri del silenzio e i volti della censura 

Nonostante l'importanza vitale della creatività per la sopravvivenza dello spirito umano, i dati globali ci restituiscono una fotografia a dir poco allarmante. Secondo le stime incrociate del recente rapporto dell'Unesco Defending creative voices: artists in emergencies e delle principali organizzazioni internazionali per la libertà d'espressione, ogni anno si registrano oltre milleduecento violazioni documentate della libertà artistica e scientifica nel mondo.  

Jafar Panahi è uno dei più celebri registi iraniani, condannato dal suo governo a non dirigere film per vent'anni e più volte incarcerato per aver raccontato le contraddizioni della sua società. La sua spinta creativa, tuttavia, non si è mai fermata, tanto da arrivare a girare clandestinamente e far uscire dal Paese un documentario, This Is Not a Film, nascosto in una chiavetta USB all'interno di una torta. Questa repressione colpisce con altrettanta ferocia il mondo della scienza.  

È il caso drammatico del ricercatore medico irano-svedese Ahmadreza Djalali, esperto in medicina dei disastri (con forti legami accademici anche in Italia, presso l'Università del Piemonte Orientale), arrestato in Iran e condannato a morte con l'accusa di spionaggio, dopo essersi rifiutato di usare le proprie competenze scientifiche per scopi militari.  

Non meno doloroso è il destino di chi cerca di proteggere la memoria in tempo di guerra, come Victoria Amelina, pluripremiata scrittrice ucraina. Allo scoppio del conflitto, Victoria aveva messo da parte la narrativa per diventare una ricercatrice sul campo, documentando i crimini di guerra e la distruzione del patrimonio culturale del suo Paese; un impegno per la verità che le è costato la vita nell'estate del 2023, uccisa da un missile russo a Kramatorsk