Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Carazzone: “Le fondazioni non sono torri d’avorio che distribuiscono oboli”

Intervista al segretario generale di Assifero: “Serve un grande cambiamento culturale. Gli enti filantropici possono assumersi rischi e anche sperimentare nuove modalità di finanziamento".

di Andrea De Tommasi

6 luglio 2020

“Di fronte a trasformazioni caratterizzate da una portata epocale, in termini di dimensioni e impatto, ma anche di una velocità mai sperimentata prima, gli attuali modelli organizzativi risultano spesso inadeguati”, riflette in questa intervista con FUTURA Network Carola Carazzone, avvocato, segretario generale di Assifero, l’Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale, e membro del board di Dafne (Donors and foundations networks in Europe),  Ariadne (European funders for social change and human rights), e di Ecfi (European community foundation initiative).

Ripartire senza commettere gli errori del passato. Ma gli strumenti che abbiamo sono adeguati?

Davanti alle grandi questioni sociali del nostro tempo - le disuguaglianze, il cambiamento climatico, le xenofobie e i razzismi - la nostra società ha un approccio culturale costruito su modelli di 70 anni fa, che non reggono alla prova dei fatti. Ancora più profondamente, l’attualità mette in discussione il sistema della produzione della conoscenza e della formazione delle competenze. Un sistema a “canne d’organo”, come quello che prevale oggi, con percorsi a silos separati nelle varie discipline, non è più in grado di fornire gli strumenti necessari per accogliere la complessità. Da decenni Edgar Morin invoca l’educazione a un “pensiero complesso e globale”, che ci porti ad abbracciare la complessità, oggi frammentata e dispersa in discipline settoriali. Nel mondo odierno abbiamo bisogno di più filosofi e più fisici, di persone che provengono da discipline diverse, con percorsi e storie differenti, ma che siano capaci di contaminarsi per abbracciare la complessità.

Si parla molto, in questi mesi segnati dalla pandemia, della capacità di fare scelte indispensabili in tutti i campi (sociale, economico, ambientale) per tutelare il domani di tutti noi, guardando oltre il breve termine. Dalla sua analisi non sembra saremo pronti a cogliere quest’opportunità…

La società attuale è carente di capacità di immaginazione sociale, ossia di ripensare una società diversa e migliore: più giusta, più equa e sostenibile, caratterizzata da forme nuove di comunità, con un sistema delle conoscenze e dell’educazione moderno. A partire dai bambini, innescando in loro l’empatia per gli altri, per il diverso, per il Pianeta, aspetto che il nostro sistema scolastico non prende adeguatamente in considerazione. È allora opportuno chiedersi quale tipo di capacità di immaginazione sociale vogliamo per il nostro Paese e per costruire un mondo diverso.

Come si può educare le persone all’immaginazione sociale e al cambiamento? È un processo di acquisizione possibile oppure è prerogativa soltanto dei più innovativi?

Viviamo in un mondo in continuo e rapido cambiamento. Qualsiasi individuo o organizzazione può dare il suo contributo per affrontare le trasformazioni in atto, ma deve essere messo nelle condizioni di reinventarsi e reinventare, per uscire fuori dai soliti schemi, anche attraverso lo sviluppo di competenze sempre nuove. Non devi essere un genio, uno startupper, tutti possono essere un changemaker. Un imprenditore può adottare una visione sistemica e rigenerativa, intesa come attitudine a sviluppare un approccio sistemico a 360 gradi, di un luogo, una comunità, una città, attraverso processi trasformativi. Per fare questo un buon punto di partenza è sempre – come direbbe Hal Gregersen - partire dalle domande, anziché dalle risposte.

L’Italia è pronta a questa trasformazione culturale oppure ci sono delle barriere che rischiano di rallentarne il percorso?

Oggi, dopo lo shock sistemico imposto dalla pandemia, abbiamo un’occasione unica per modernizzare il nostro Paese, sia a livello locale che nazionale. Purtroppo, in Italia c’è questo tabù secondo cui l’economia sociale viene accettata solo se riesce a portare avanti determinati servizi a un costo minore. Ci sono, certo, esempi virtuosi di innovazione sociale, capaci di trasformare una situazione di degrado e abbandono, in bellezza e riscatto per una comunità: dal Parco dei Paduli nel cuore del Salento al Museo Diffuso dei 5 sensi di Sciacca. Pensiamo all’idea di Mauro Lazzari e del suo team: all’interno del Parco dei Paduli hanno dato la possibilità ai ragazzi delle scuole di dormire all’aperto, sotto le stelle, in un nido costruito con i materiali di scarto dell’agricoltura. Un luogo magico che, attraverso un’idea geniale, è diventato la meta di un’esperienza unica, un nuovo tipo di turismo esperienziale che diventa valoriale e trasformativo e in grado di rigenerare la domanda e l’offerta dei territori.

Altrettanto straordinaria è l’esperienza del Museo Diffuso dei 5 sensi di Sciacca: un museo a cielo aperto, nato dall’iniziativa di Viviana Rizzuto, elettronico che ha lasciato la carriera in una multinazionale per innescare un percorso di sviluppo sostenibile locale nel suo territorio. Insieme ad altre persone ha dato vita a un processo partecipativo, coinvolgendo l’intera comunità, e di immaginazione sociale, così da restituire un’identità – aperta e inclusiva – al centro storico di questa cittadina sul mare, in provincia di Agrigento, tristemente nota per fatti di mafia e abusivismo. In questa esperienza sensoriale unica c’è tutta l’anima di un borgo, di un paese: l’artigiano che lavora il corallo, le ceramiche con i colori della Sicilia, le maschere di cartapesta, le tradizioni contadine e quelle marinare che creano generatività sociale, economica, ambientale, culturale.

Purtroppo, però, esperienze di questo tipo sono punti in una mappa. Come è possibile mettere a sistema queste iniziative, adattandole a altre realtà e contesti diversi?

I cosiddetti corpi intermedi, tra cui Assifero, possono fare tutta la differenza per creare sistema, per promuovere una rete più informata, più connessa, più efficace, in cui il processo di apprendimento continuo viene accelerato e si crea valore e impatto collettivo. Come Assifero lavoriamo per attivare quel processo in grado di trasformare le fondazioni e gli enti filantropici italiani da meri enti erogatori a partner strategici di cambiamento sociale. Mi spiego meglio: è ancora diffusa, purtroppo, la concezione di una filantropia che si pone nella sua torretta d’avorio a gettare oboli dall’alto, limitandosi a tamponare qualche emergenza o a restaurare un po’ di bellezza. Le fondazioni ed enti filantropici non sono erogatori, bancomat a cui si presenta un progettino già infiocchettato da finanziare. Io credo serva un grande cambiamento culturale. Gli enti filantropici hanno una libertà e un’agilità che non ha nessun altro donatore e possono davvero avere il coraggio di assumersi rischi e anche di sperimentare nuove modalità di finanziamento, che superino i progetti a breve termine, vincolati ad attività e micro-output. La nostra è una visione più moderna della filantropia e degli enti filantropici, di tipo trasformativo, tesa a valorizzare la qualità dell’apporto che la ricchezza privata può iniettare nel sistema, attivando processi partecipativi con le comunità e le persone.

Le fondazioni possono prendere parte, insieme, al raggiungimento di un obiettivo, mettendo a sistema anche i loro asset non finanziari: relazionali, intellettuali e umani. Possono, insomma, fare la differenza, mettendo a disposizione una molteplicità di capitali. Assifero, con Italia non profit, ha mappato, attraverso il portale “Filantropia a sistema”, donazioni, da parte di fondazioni, enti filantropici, imprese e privati (donazioni superiori ai 100mila euro), legate all’emergenza da Covid-19, per un totale di 767 milioni di euro. Queste risorse sono state utilizzate soprattutto per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale da parte di enti locali, Protezione Civile e ospedali: si tratta principalmente di bisogni di breve termine. Ora, piuttosto che congratularsi con sé stessa per quanti soldi la filantropia sia stata in grado di raccogliere, dobbiamo capire qual è il suo impatto sulle conseguenze economiche e sociali della crisi e come affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti.

Quanto ha inciso negativamente sulle organizzazioni non governative la percezione diffusa dell’attività a “costo zero”, secondo cui tutti i finanziamenti devono essere assegnati ad attività e progetti?

Le organizzazioni non governative, con cui ho lavorato per 15 anni, hanno pagato molto questa retorica che hanno contribuito a creare. Il falso mito secondo cui l’intero fundraising deve essere destinato ai progetti non sta in piedi: i costi di struttura rientrano a pieno titolo nelle attività necessarie per il raggiungimento del proprio scopo. È fondamentale, per raggiungere le cause e gli obiettivi strategici che ci poniamo, investire sulle organizzazioni, curando la comunicazione, la digitalizzazione e il management, per generare il maggiore impatto possibile.

 

di Andrea De Tommasi

 

 

lunedì 6 luglio 2020