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L’India ha salvato le tigri. Ora deve imparare a conviverci

Dalle tigri ai rinoceronti, l’India ha invertito il declino di diverse specie. La sfida ora è proteggere gli habitat e ridurre i conflitti con le comunità locali.

martedì 13 ottobre 2026
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Nelle ultime settimane in India si sono verificati attacchi di tigri nell’ovest del Paese, di leopardi nel nord e di elefanti nell’est. Episodi che provocano vittime e feriti alimentando tensioni nelle comunità che vivono vicino alle aree naturali. Gli incontri con i grandi mammiferi possono diventare più frequenti anche quando le politiche di conservazione producono risultati: animali che pochi decenni fa rischiavano di scomparire sono tornati a popolare foreste e territori sempre più vicini agli insediamenti umani. È la storia raccontata dall’Economist, che assume un significato particolare in un Paese con oltre 1,4 miliardi di abitanti con enormi pressioni sul territorio e risorse pubbliche limitate. Il successo in favore della biodiversità apre però una questione: che cosa succede quando una politica ambientale funziona, ma il territorio deve ancora adattarsi alle conseguenze del suo successo?

I motivi del successo

Negli anni Settanta le tigri indiane sembravano avviate verso un declino irreversibile. Caccia, bracconaggio e distruzione degli habitat ne avevano ridotto drasticamente la popolazione. Nel 1973 il governo di Indira Gandhi decise di intervenire con il Project Tiger, un programma che prevedeva la creazione di riserve, il contrasto al bracconaggio e la protezione degli ecosistemi. I risultati hanno richiesto decenni, ma oggi le tigri indiane sono circa 3.700, più del doppio rispetto a vent'anni fa. Un successo significativo se paragonato a Paesi come la Malesia, dove la popolazione è diminuita drasticamente.

L'India ha persino accettato di contribuire alla reintroduzione delle tigri in Cambogia, dove la specie era scomparsa. Nel frattempo, anche altri grandi mammiferi hanno beneficiato delle politiche di conservazione. Nel Gujarat, lo Stato più occidentale del Paese, è stata istituita una nuova riserva per accogliere la crescente popolazione di leoni asiatici, mentre nell'Assam le autorità hanno annunciato un anno senza episodi di bracconaggio ai danni dei rinoceronti. Dal 2022, inoltre, l'India sta tentando di riportare nel Paese i ghepardi, dichiarati estinti sul territorio nazionale nel 1952, attraverso esemplari provenienti dall'Africa. Risultati che dimostrano che il declino della biodiversità non è necessariamente irreversibile.

Dottorandi italiani tra i più soddisfatti, ma il benessere resta fragile

Un’indagine condotta da Nature su oltre 3.700 dottorandi rivela che Brasile, Australia e Italia registrano i livelli più alti di soddisfazione. Dietro i dati positivi emergono però squilibri economici, stress e prospettive incerte per il futuro della ricerca.

Come ha fatto un Paese con risorse limitate e tante altre emergenze da affrontare a ottenere questi risultati? La risposta non si trova soltanto nei finanziamenti destinati alle riserve naturali. In India la protezione degli animali ha radici profonde, molte specie godono di particolare rispetto nella tradizione induista e già oltre duemila anni fa l'imperatore Ashoka emanava disposizioni contro la caccia. Questa sensibilità ha contribuito a sostenere leggi rigorose e programmi di tutela promossi da governi diversi. Ma, come osserva l’Economist, a fare la differenza è stato soprattutto il modo in cui gli interventi sono stati organizzati.

Il Project Tiger è diventato il modello per programmi dedicati agli elefanti, ai leopardi delle nevi, ai delfini e ai rinoceronti. Iniziative costruite attorno a obiettivi precisi, con strutture dedicate e il coinvolgimento di amministrazioni forestali, ricercatori e organizzazioni ambientaliste. È un approccio che l'India ha già utilizzato in altri ambiti, dall'eradicazione della poliomielite alle campagne vaccinali durante la pandemia. Un'esperienza che potrebbe offrire indicazioni preziose per le politiche ambientali dei prossimi decenni, soprattutto nei Paesi dove la scarsità di risorse rende difficile affrontare contemporaneamente più emergenze.

Una nuova fase

Il ritorno dei grandi mammiferi apre una nuova fase: le tigri hanno bisogno di territori nei quali cacciare e riprodursi, gli elefanti percorrono grandi distanze alla ricerca di cibo e acqua, mentre villaggi, coltivazioni e infrastrutture continuano a espandersi. Le aree protette non sono mondi separati dal resto del Paese e gli incontri tra animali e persone possono avere conseguenze drammatiche.

Questi conflitti non dipendono soltanto dall'aumento delle popolazioni animali: contano anche la frammentazione degli habitat, l'espansione degli insediamenti e delle infrastrutture e la progressiva sovrapposizione tra gli spazi frequentati dalla fauna e quelli utilizzati dalle comunità.

Nei prossimi decenni, quindi, non basterà quindi solo aumentare il numero degli esemplari, ma sarà necessario collegare gli habitat attraverso corridoi ecologici, prevenire i conflitti e coinvolgere le popolazioni locali nelle decisioni. La conservazione dovrà integrarsi sempre più con la pianificazione del territorio, l'agricoltura e lo sviluppo delle infrastrutture.

Copertina: Ramon Vloon/unsplash