“Futurizzare i musei e musealizzare i futuri”: la Piazza sul futuro al convegno dell’Iif
Un incontro al convegno annuale di future studies dell’Italian institute for the future sulle prospettive delle strutture museali di domani. Interventi, workshop, dibattiti per interrogarsi sugli scenari possibili.
Come creare un museo del futuro? E come “futurizzare” i musei, rendendoli adatti alle sfide di domani? Da queste domande, lanciate da Roberto Paura, presidente dell’Italian institute for the future, si è mossa la Piazza “Progettare il museo del futuro”, tenutasi il 24 settembre durante la giornata di apertura del Convegno annuale di future studies (24-26 settembre) organizzato dall’Iif dal titolo “Oltre gli orizzonti: sguardi nel lungo termine”.
L’incontro, che ha preceduto la sessione inaugurale del Convegno (con la lectio magistralis del futurista Bill Sharpe), è stato introdotto da Cristina Cusenza, project manager area Musei dei Futuri, e Joyce Pereira, futurista e membro dell’IIF. “Ecosistema Futuro parte da una domanda: quando abbiamo dimenticato il futuro?”, ha esordito Cusenza. A mancare è soprattutto una prospettiva di lungo termine, la possibilità di immaginare scenari possibili e, allo stesso tempo, identificare quelli desiderabili.
Cusenza ha quindi presentato i numerosi progetti su cui si sta impegnando Ecosistema Futuro, dalle Piazze (come quella di Napoli) all’Assemblea Nazionale sul Futuro (che si svolgerà nel 2027), dalle attività di ricerca (Future paper e Future Brief) alla ragione dell’incontro: la creazione di un museo dei Futuri per “esplorare e promuovere il potenziale dei musei come luoghi di anticipazione”. Ma come farlo? Una prima ipotesi è quella di partire da una mostra itinerante: cosa dovrebbe raccontare, però, questo museo? Come dovrebbe essere progettato? Chi dovrebbe essere coinvolto nel processo di costruzione dei significati e quale impatto si vorrebbe generare? La seconda ipotesi (che potrebbe seguire la prima in ordine temporale) è la creazione di un vero e proprio museo dei Futuri fisico. Intanto, il 5 ottobre verrà lanciato un calendario degli eventi e delle attività sul futuro organizzati da 45 musei italiani.
L’Assemblea sul Futuro alla Camera: “Un percorso di dialogo per generare opportunità”
Presentato ai Gruppi parlamentari il progetto di Ecosistema Futuro. Al centro, una visione di lungo periodo e il confronto tra generazioni, dalle Piazze sul Futuro alla Costituente. Giovannini: “Cambiamento epocale, compito di tutta la società”.
“Parlare di futuro in un luogo del passato è affascinante”, ha commentato la futurista e membro dell’IIF Joice Pereira, riferendosi all’antico complesso monumentale di Donnaregina, sede dell’incontro. Le persone, ha osservato, un tempo arrivavano in questi luoghi anche per augurare a sé stesse futuri desiderabili.
Il tema centrale dell’intervento di Pereira è stato la capacità di immaginare ciò che ancora non esiste. Secondo Pereira, oggi viviamo una sorta di “povertà di immaginazione”. L’arte può offrire uno spazio di libertà e diventare una connessione tra futuri differenti e preferibili. Ma Pereira sottolinea una questione: futuri preferibili per chi?
Per la futurista è necessario recuperare la capacità di pensare in modo diverso e, allo stesso tempo, di “futurizzare”. È possibile, per esempio, pensare a una diversa organizzazione dei musei, “decolonizzando” le mostre da una visione e rappresentazione prettamente occidentali?
A rispondere i tavoli di lavoro che si sono svolti tra i partecipanti al convengo e, a seguire, la tavola rotonda dedicata a Michele Lanzinger che ha visto, tra gli altri, l’intervento di Giovanni Covone, astrofisico e presidente della Fondazione Idis-Città della Scienza, che ha ripercorso la storia e la ricostruzione di Città della Scienza a Napoli, parzialmente bruciata nel 2013.
“La mia carriera precedente era di astrofisico, mai avrei immaginato di poter guidare quel museo e centro scientifico che è in parte responsabile della mia carriera”, ha raccontato Covone.
All’interno del museo, racconta Covone, “c’era anche l’Officina dei piccoli, uno spazio nel quale bambini e bambine potevano entrare, progettare, rompere oggetti e costruire case”. L’obiettivo è ora quello di riportare in funzione questo spazio: “Entro la prossima estate vorremmo costruire di nuovo questa parte della Città della Scienza”. Secondo Covone, ci sono le competenze e l’entusiasmo necessari per “rimettere in moto la macchina, il motore”, anche se le difficoltà economiche sono molte. “Ma non sono qui a piangermi addosso”, ha aggiunto. “Sono estremamente felice della responsabilità assunta”.
Ma quale museo dei futuri immaginare? Secondo Covone dovrebbe essere un luogo capace di far comprendere ai visitatori che esistono futuri diversi e che tra le possibilità che abbiamo davanti esiste sempre uno spazio per una scelta collettiva. Non c’è, dunque, un unico destino già segnato.
Il museo dovrebbe rendere visibile questa pluralità, attraverso una costruzione del futuro che non sia astratta, ma scientifica e veicolata. L'idea è mostrare che esistono possibilità concrete di costruire un domani “decisamente migliore”.
La tavola rotonda, a cui hanno partecipato Mario Cusmai, Carlotta Poli, Eleo Stacchiotti, Alessia Strozzi, Federica Rubino, Paola Borrione, Rossella Lombardo, ha poi approfondito diversi progetti di ricerca: dall’attività di restauro intesa come pratica anticipatoria alla “colonizzazione del futuro”, dalle modalità per mettere in scena gli scenari possibili nelle strutture museali ai living lab o al fundraising culturale.
A seguire l’inaugurazione ufficiale del convegno, con la lectio magistralis del futurista Bill Sharpe, che ha illustrato la sua teoria dei tre orizzonti, e una tavola rotonda con Rocco Scolozzi ed Elena Petrucci, curatori e traduttori del libro di Sharpe Three Horizons: The Patterning of Hope, portato in Italia dall’Italian institute for the future.
“Nel primo orizzonte ho esposto il sistema dominante nel presente, il ‘business as usual’”, ha dichiarato Sharp, a proposito della sua teoria. “Il secondo orizzonte corrisponde invece alla ‘zona di transizione e trasformazione di innovazioni emergenti’ che rispondono alle carenze del primo orizzonte e anticipano le possibilità del terzo”. Infine, l’ultimo orizzonte è il “sistema futuro”: “Sono quei nuovi modi di vivere che si adatteranno meglio ai bisogni e alle opportunità emergenti”.
Il punto di arrivo, nelle parole di Sharpe, è il “raggiungimento di un futuro sostenibile”. Un futuro che, sottolinea lo studioso, “deve essere ancora creato”.
Il 25 e 26 settembre si è poi svolta la due giorni del Convegno di future studies “Oltre gli orizzonti: sguardi nel lungo termine”, che ha visto la partecipazione di numerosi futuristi e futuriste con lezioni, workshop, presentazioni di libri – tra cui “2026-2076. Dall’homo sapiens all’homo augmentatus”, curato dalla redazione di Futura Network. Gli incontri hanno coperto i temi più disparati, dall’intelligenza artificiale al forecasting e foresighting, dal ruolo delle imprese all’educazione fino ai sistemi per “Futurizzare i futures studies”.