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Le grandi domande sulla vita affidate all’intelligenza artificiale

Sempre più persone interrogano i chatbot su fede, morale e senso dell’esistenza. E anche le religioni cercano di portare i propri valori nell’AI. Da Magisterium ad Ansari, ecco i modelli da tenere d’occhio.

lunedì 14 settembre 2026
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A Roma, vicino alla Pontificia Università Gregoriana, alcuni robot stanno digitalizzando libri antichi, manoscritti e codici custoditi nelle istituzioni cattoliche. Testi rimasti per secoli difficili da consultare vengono trasformati in materiale leggibile dalle macchine e confluiscono in Magisterium AI, un chatbot costruito su una raccolta selezionata di dottrina e studi cattolici. Secondo Longbeard, la startup che lo ha sviluppato, il servizio viene utilizzato in 190 Paesi per cercare risposte a domande profonde su fede ed esistenza. È una delle immagini con cui l’Economist racconta un fenomeno destinato ad allargarsi: l’intelligenza artificiale sta entrando nella sfera religiosa, mentre le religioni, a loro volta, cercano di entrare nell’AI.

Non si tratta di sacerdoti che usano un chatbot per preparare un sermone o di fedeli che chiedono spiegazioni su un testo sacro. La questione è qualcosa di più profondo: che cosa accade quando sistemi utilizzati quotidianamente da milioni di persone cominciano a rispondere anche alle domande che per secoli sono state rivolte a sacerdoti, imam, rabbini, comunità religiose e tradizioni filosofiche? Secondo CEFE AI, iniziativa di ricerca che coinvolge diverse università di ispirazione religiosa, circa il 5% delle domande contenute in un dataset pubblico di milioni di conversazioni con chatbot riguarda la religione. Le persone chiedono di interpretare concetti religiosi, ma anche come affrontare il lutto, le relazioni, i dilemmi morali o la sensazione che la propria vita abbia perso significato.

Un consigliere spirituale senza religione?

Un chatbot non offre semplicemente informazioni, ma attraverso le sue risposte suggerisce implicitamente quali valori considerare importanti, quali comportamenti appaiono desiderabili e perfino quali interpretazioni del mondo meritano maggiore attenzione. Un'analisi di CEFE AI su 27 grandi modelli linguistici, davanti a 150 domande relative a dolore, relazioni e problemi morali, ha mostrato che i sistemi richiamavano prospettive religiose soltanto nel 5-16% delle risposte. Le persone intervistate ritenevano invece che la religione potesse avere un ruolo nel 45-59% di quelle situazioni. Un individuo che domanda a un chatbot come affrontare una crisi esistenziale potrebbe ricevere indicazioni psicologiche o suggerimenti di auto, senza che venga mai contemplata la possibilità di rivolgersi a una comunità religiosa o a una guida spirituale. C’è poi il rischio di un'altra trasformazione: i chatbot tendono a costruire una relazione fortemente personalizzata con chi li interroga. Waleed Kadous, sviluppatore di Ansari, un assistente AI rivolto ai musulmani, teme che questo possa favorire forme di religiosità sempre più individualizzate, nelle quali il rapporto tra credente e algoritmo acquista peso rispetto a quello con la comunità.

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Sempre più persone non si riconoscono in nessuna fede, ma c’è chi la riscopre in forme alternative. Sui social nascono influencer religiosi con consigli per una “routine di preghiera” e “streghe moderne” con pozioni e incantesimi.

Quando l’AI genera nuove credenze

Ai margini del fenomeno compaiono scenari più radicali. Beth Singler, ricercatrice dell'Università di Zurigo, parla di “religious improvisation”: persone che attraverso chatbot e comunità online costruiscono nuove forme di spiritualità. Tra gli esempi citati dall’Economist c'è Theta Noir, un collettivo spirituale che attende l'arrivo di MENA, una futura super intelligenza alla quale vengono attribuiti poteri quasi divini. Per ora si tratta di fenomeni minoritari, ma pongono una domanda più ampia: che cosa accadrebbe se sistemi artificiali sempre più persuasivi diventassero generatori di nuove credenze?

Le religioni provano a plasmare i modelli

Ma le religioni non restano a guardare. Alcune cercano di costruire chatbot “teologicamente allineati”, dotati di regole e controlli specifici. Accanto a Magisterium AI sono nati strumenti rivolti ad altre tradizioni, da GitaGPT a servizi dedicati all'Islam. Il Qatar sostiene Fanar, una famiglia di modelli progettata innanzitutto per la lingua araba e pensata anche per riflettere valori islamici. Più a monte, le comunità religiose stanno cercando un dialogo con le aziende che sviluppano l'AI affinché le loro concezioni dell'etica e della persona non rimangano fuori dalla progettazione dei sistemi. Anthropic, per esempio, ha avviato confronti con rappresentanti di diverse tradizioni religiose nell'ambito del lavoro su quelle che chiama“wisdom traditions”, ovvero tradizioni sapienziali che contribuiscono alla formazione morale dei propri sistemi. La sfida è costruire una tecnologia pluralista senza trasformare un particolare sistema di valori nella norma per tutti.

Più algoritmi, più bisogno di relazioni umane?

Per sacerdoti e altre guide religiose l'AI può diventare uno strumento capace di ridurre il tempo dedicato alle attività amministrative e alla ricerca preliminare, lasciando più spazio all'incontro con le persone. Alcuni pastori statunitensi hanno già creato “gemelli” digitali addestrati sui propri sermoni, mentre Longbeard sta sperimentando Ephrem, un piccolo modello linguistico che utilizza le vite dei santi per suggerire agli utenti percorsi e priorità personali.

Il futuro potrebbe non essere però necessariamente quello di una competizione tra algoritmi e religioni. Più l'intelligenza artificiale entrerà nella vita quotidiana, più potrebbe crescere, per contrasto, il valore attribuito alle esperienze che una macchina fatica a riprodurre. Matrimoni, funerali, battesimi e momenti collettivi della vita religiosa difficilmente sembrano destinati a essere delegati a un chatbot.

Copertina: Akira Hojo/unsplash