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Scegliere un figlio sulla base dell’intelligenza e della statura?

Per la fecondazione in vitro la Silicon Valley apre alla selezione non solo in base al rischio di malattie genetiche, ma anche di caratteristiche mentali e fisiche. Che cosa accadrà quando questa possibilità sarà alla portata di milioni di persone?

martedì 25 agosto 2026
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Se fino a ieri il medico di una clinica per la fecondazione in vitro aveva il compito di spiegare alla coppia quali embrioni fossero più sani e, dopo una serie di analisi, escludere la possibilità di patologie ereditarie gravi, in un futuro molto vicino potrebbe non essere più così. La coppia che desidera un figlio potrebbe ritrovarsi davanti a una sorta di classifica degli embrioni disponibili: per ciascuno, una serie di probabilità sul rischio di sviluppare malattie, ma anche indicazioni sulla possibile altezza, capacità cognitiva e persino sul colore degli occhi e dei capelli. A quel punto la scelta non ricadrebbe più soltanto sull’embrione più sano, ma su quali caratteristiche potrebbe avere quel bambino una volta cresciuto. È lo scenario che sta alimentando uno dei dibattiti più delicati degli ultimi anni, rilanciato dall’Economist, secondo cui vietare in modo generalizzato questi strumenti sarebbe un errore, purché le coppie siano pienamente consapevoli dei limiti scientifici ed etici di questa tecnologia.

Dalla prevenzione alla selezione

Dietro la discussione non c'è soltanto un tema bioetico, ma la convergenza di tre rivoluzioni: intelligenza artificiale, genomica e medicina riproduttiva. Negli Stati Uniti una nuova generazione di startup sta investendo miliardi di dollari per trasformare la selezione embrionale in un mercato destinato ad accompagnare la diffusione della fecondazione assistita. Aziende come Nucleus, Orchid e Herasight propongono analisi basate sui cosiddetti “punteggi poligenici”, modelli statistici che combinano migliaia di varianti genetiche per stimare la probabilità che una persona sviluppi determinate malattie.

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La genetica incontra l’AI

La differenza rispetto ai test genetici già utilizzati nelle cliniche è sostanziale. Quando una malattia dipende da una singola mutazione, l'esame può fornire risposte molto affidabili. Ma quando entrano in gioco centinaia o migliaia di geni, il risultato non è più una diagnosi, ma una previsione probabilistica. Qui entra in campo l'AI: più aumentano i database genomici disponibili e più sofisticati diventano gli algoritmi di apprendimento automatico, maggiore è la capacità di individuare correlazioni tra patrimonio genetico e caratteristiche future. Non si tratta di leggere il destino di un bambino, ma di affinare continuamente una previsione statistica.

Il mondo davanti al dilemma

Molte associazioni di genetica e medicina riproduttiva ritengono che questi strumenti siano ancora troppo immaturi per essere commercializzati. Le previsioni, inoltre, non hanno la stessa precisione per tutti. Oggi risultano più affidabili per le persone di origine europea, semplicemente perché i loro dati genetici sono molto più presenti nei database utilizzati per costruire questi modelli. Anche i numeri sul rischio possono ingannare: dimezzare un rischio già molto basso può tradursi, nella pratica, in una differenza minima. E la genetica non funziona come un catalogo in cui ogni caratteristica può essere scelta separatamente: alcune varianti associate a un tratto considerato desiderabile possono essere collegate anche a una maggiore predisposizione verso altre condizioni. Per questo numerosi ricercatori chiedono maggiore trasparenza, validazioni indipendenti e un quadro normativo più rigoroso. Ma il mercato si muove più velocemente delle norme. Negli Stati Uniti il settore beneficia di regole relativamente permissive e di investimenti crescenti. Nel Regno Unito, invece, la selezione degli embrioni per caratteristiche non autorizzate è vietata, così come in altri Paesi europei. Il rischio è che si apra una nuova stagione di "turismo riproduttivo", nella quale le coppie si spostano verso le giurisdizioni più favorevoli, come già accaduto in passato per altre tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Il “figlio perfetto”

Il cuore del problema non è stabilire se sia possibile progettare un "figlio perfetto": anche i sostenitori di queste tecnologie riconoscono che l'ambiente, l'educazione, l'alimentazione e il caso continuano a influenzare profondamente lo sviluppo di ogni individuo. Anche l’Economist ricorda che chi desidera un figlio più brillante farebbe probabilmente meglio a investire nella sua crescita dopo la nascita, piuttosto che confidare esclusivamente nella genetica.

La domanda comunque resta: se il costo della fecondazione in vitro continuerà a diminuire, se gli algoritmi diventeranno più accurati e se i test genetici saranno integrati nei percorsi clinici, ci ritroveremo a scegliere se utilizzarli oppure no? Quella che oggi è una probabilità, domani sarà probabilmente una decisione morale. Lasceremo che siano gli algoritmi a definire ciò che consideriamo un buon inizio vita?

Copertina: Fellipe Ditadi/unsplash