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Adattarsi all’acqua: la prossima rivoluzione urbana

Tunnel sotterranei grandi come cattedrali, quartieri che assorbono pioggia come spugne, enormi dighe marittime. Da Jakarta a Rotterdam, le città stanno cambiando pelle per sopravvivere alle inondazioni.

mercoledì 3 giugno 2026
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Prima arriva la pioggia, poi i tombini che saltano, le strade che spariscono, le metropolitane che si riempiono d’acqua e i quartieri che smettono improvvisamente di funzionare. Nel giro di poche ore una città, anche se iperconnessa, può trasformarsi in un luogo immobile, fragile, vulnerabile. Negli ultimi anni è accaduto a New York City, Valencia, Bangkok, Londra. Sempre più spesso quelle città considerate “sicure” stanno scoprendo che le infrastrutture del Novecento non erano progettate per il clima del Ventunesimo secolo.

Per decenni urbanisti e governi hanno costruito le città partendo dal presupposto che il clima sarebbe rimasto relativamente stabile. Oggi quel presupposto si sta sgretolando. Secondo Bloomberg, quasi la metà degli eventi meteorologici estremi oggi riguarda l’acqua. Una trasformazione ambientale, economica, tecnologica e politica che potrebbe ridefinire il modo stesso in cui le città vengono progettate.

Le nuove cattedrali climatiche

A Saitama, poco fuori Tokyo, esiste già un frammento di futuro. Per raggiungerlo bisogna scendere nel sottosuolo attraverso scale metalliche che conducono a uno spazio enorme, quasi irreale. Colonne gigantesche sostengono una camera sotterranea lunga centinaia di metri. Sembra un’infrastruttura costruita per una civiltà post-apocalittica. In realtà è il Metropolitan area outer underground discharge channel, il più grande sistema anti-alluvione sotterraneo del mondo. Quando tifoni e piogge torrenziali colpiscono l’area metropolitana giapponese, enormi masse d’acqua vengono intercettate e deviate sottoterra prima di invadere le città. Il sistema pompa poi l’acqua verso un fiume vicino, riducendo drasticamente il rischio di esondazioni. Per molti urbanisti è un’anticipazione di ciò che potrebbero diventare le città di domani: organismi climatici progettati per convivere con eventi estremi permanenti.

Jakarta e le città che potrebbero spostarsi

L'Indonesia avvierà la costruzione di un'enorme diga marittima che si estenderà per centinaia di chilometri lungo l'isola di Giava per prevenire inondazioni ed erosione costiera. Si estenderà per almeno 500 chilometri, ha un costo stimato di 80 miliardi di dollari e richiederà 20 anni per essere completata. Il controllo delle inondazioni è una delle priorità strategiche del Paese, insieme alla creazione di città vivibili e resilienti.

Ma ci sono luoghi dove adattarsi potrebbe non bastare. A Jakarta, la capitale, il terreno sta sprofondando così velocemente che alcune aree della città perdono più di venti centimetri all’anno. Nel frattempo il mare continua a salire. E così si sta lavorando a qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: trasferire progressivamente il cuore amministrativo del Paese in una nuova capitale, Nusantara. Una decisione che apre una domanda enorme per il futuro delle metropoli globali: quante città potranno davvero essere salvate? E quante invece dovranno essere ripensate, ridimensionate o addirittura spostate? Nei prossimi decenni il cambiamento climatico potrebbe produrre una nuova geografia urbana mondiale. Alcune città investiranno miliardi in opere di protezione. Altre potrebbero perdere popolazione, valore immobiliare e capacità economica. Altre ancora nasceranno direttamente attorno ai criteri dell’adattamento climatico.

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Aumentano fenomeni estremi e investimenti per aree a rischio. Finora ha prevalso la politica del salvataggio, ma c’è chi dubita. Una panoramica delle risposte al disastro, dagli Usa al Senegal. E per Venezia si cerca di guadagnare mezzo secolo.

Le città-spugna e l’intelligenza artificiale

In molte parti del mondo sta emergendo una filosofia diversa: lasciare spazio all’acqua invece di tentare di respingerla. A Rotterdam alcune piazze sono progettate per trasformarsi temporaneamente in bacini durante le piogge intense. In Cina il modello delle “sponge cities” punta a disseminare le aree urbane di superfici permeabili, tetti verdi, parchi e canali capaci di assorbire milioni di litri d’acqua. A Copenaghen le strade vengono ripensate come percorsi controllati per guidare le alluvioni lontano dalle abitazioni. Nel frattempo sensori climatici, sistemi predittivi basati su AI e gemelli digitali iniziano a simulare in tempo reale il comportamento dell’acqua nelle città.

Il business dell’adattamento

Dietro questa trasformazione si muove già un’enorme economia dell’adattamento climatico. Secondo diverse stime il settore della resilienza urbana potrebbe valere più di 1.300 miliardi di dollari nei prossimi anni. Non si parla soltanto di opere pubbliche. Attorno all’acqua stanno nascendo nuovi mercati: assicurazioni climatiche, urbanistica predittiva, sensoristica avanzata, architettura resiliente, materiali drenanti, infrastrutture verdi e piattaforme AI per la gestione del rischio. Ma il rischio è che emerga anche una nuova disuguaglianza climatica. Le città più ricche potranno permettersi infrastrutture sempre più sofisticate. Quelle più fragili potrebbero invece trovarsi intrappolate in un ciclo continuo di emergenze, danni e ricostruzioni. E così il futuro delle alluvioni potrebbe raccontare qualcosa di molto più grande dell’acqua stessa: la capacità delle società di adattarsi a un pianeta che sta cambiando più rapidamente delle città costruite per abitarlo.

Copertina: Ubahnverleih, CC0, via Wikimedia Commons