Parte il primo test umano per invertire l'età delle cellule
Negli Usa Life Biosciences avvia una terapia genica contro alcune patologie oculari attraverso la riprogrammazione cellulare. Se efficace, il metodo potrebbe essere valutato su altri tessuti e aprire nuove frontiere della longevità.
In un laboratorio di Boston gli scienziati stanno lavorando a qualcosa di simile a una macchina del tempo. Uno dei pionieri di questa frontiera, chiamata riprogrammazione epigenetica parziale, è David Sinclair, genetista di Harvard e co-fondatore di Life Biosciences, startup che sviluppa farmaci contro le malattie legate all’età. All’inizio del 2026 l’azienda ha ottenuto il via libera dalla Food and Drug Administration statunitense per avviare sugli esseri umani il primo test della sua terapia. E qualche giorno fa, in un podcast, Sinclair ha lasciato intendere che l’attesa è finita: la sperimentazione potrebbe partire a brevissimo.
Si inizierà da un organo preciso, l’occhio. Life Biosciences ha scelto, infatti, un approccio graduale, concentrandosi sulle neuropatie ottiche, condizioni in cui il danno al nervo ottico compromette la vista: il glaucoma ad angolo aperto e la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (Naion), una sorta di “ictus dell'occhio” che può causare cecità improvvisa. Il trial di Fase 1 prevede la somministrazione del farmaco sperimentale ER-100 a pazienti tra 40 e 85 anni, puntando a ripristinare parzialmente la vista. I risultati preliminari non arriveranno prima della fine del 2026. Sinclair ha dichiarato: “Potrebbe essere l'anno in cui scopriamo se la reversione dell'età è possibile negli esseri umani".
L’idea
Nel 2006 il medico giapponese Shinya Yamanaka scoprì che bastano quattro geni (Oct4, Sox2, Klf4 e c-Myc, da allora chiamati “fattori di Yamanaka”) per riportare una cellula adulta a uno stato embrionale. Una scoperta che gli valse il Nobel e che ha cambiato la medicina rigenerativa. Sinclair ha preso quell’intuizione e si è spinto oltre: se invece di accendere tutti e quattro i fattori a fondo, se ne scegliessero tre (togliendo c-Myc, che è cancerogeno) e per poco tempo? Si può sperare di ringiovanire una cellula senza farla retrocedere fino a staminale, mantenendo cioè la sua identità di cellula del fegato, dell'occhio, del muscolo?
La risposta, pubblicata sulla copertina di Nature nel dicembre 2020, è stata sorprendente. Nei topi questa riprogrammazione parziale ha permesso di recuperare la vista e migliorare la funzione dei tessuti. Un’altra scoperta è che la cellula vecchia possiede ancora, da qualche parte, una copia di backup del proprio epigenoma giovane. L’obiettivo degli scienziati è istruire la cellula a tornare a leggerlo.
Come funziona il test
Nel caso di ER-100, il meccanismo è spiegato dallo stesso Sinclair. Un vettore virale, reso innocuo, trasporta nelle cellule dell’occhio le istruzioni genetiche necessarie. Queste istruzioni restano “spente” finché non interviene un interruttore esterno: un farmaco già noto, assunto per alcune settimane, che attiva temporaneamente il processo.
Il primo studio sugli umani dovrà dimostrare se ci sono effetti collaterali seri, se il meccanismo si attiva come si deve e se i pazienti vedono meglio. Se anche uno solo di questi pazienti recuperasse una parte della vista, sarebbe una notizia scientifica di assoluta rilevanza. Per il momento, però, la cautela è d’obbligo: tra i risultati sui topi e un trattamento sicuro ed efficace per milioni di persone c’è una distanza enorme.
Curiosamente, per l’azienda di Boston l’occhio non era la prima scelta. “Lo sconsigliavo, perché curare la cecità non è una cosa facile”, ha ammesso Sinclair. Poi si è deciso di iniziare da lì perché è un organo relativamente isolato, più facile da monitorare e trattare in modo mirato. Ma se la terapia funzionasse, i prossimi passi potrebbero riguardare altri tessuti: “Pensavo che il fegato fosse un buon punto di partenza”, ha aggiunto Sinclair, e probabilmente sarà la prossima parte del corpo umano che esamineremo”.
L'aspetto più radicale della riprogrammazione epigenetica, infatti, è la sua trasversalità. Sinclair lo dice senza mezzi termini: una vera terapia di longevità non agisce su un solo tessuto, ma su tutto il corpo contemporaneamente. Il co-fondatore di Life Biosciences si spinge oltre, affermando che in teoria non esiste un limite biologico alla durata della vita. La cellula, una volta scoperto il meccanismo del reset, può in linea di principio essere riprogrammata più volte. Negli esperimenti sui topi è già stato fatto più volte sull'occhio. Se questo si confermasse, la longevità umana potrebbe non avere un tetto strutturale a 120-122 anni (l'attuale record di Jeanne Calment), ma diventerebbe una funzione della frequenza con cui ci si "aggiorna". Non immortalità, chiarisce Sinclair, ma estensione potenzialmente molto più ampia di quella che oggi consideriamo possibile.