Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Non è la fine dell’acqua, è l’inizio di una crisi sistemica

Sette rapporti usciti negli ultimi mesi raccontano, con punti di vista diversi, il declino della risorsa naturale. La risposta non può limitarsi all’emergenza: è necessario un cambio di paradigma.

martedì 21 aprile 2026
Tempo di lettura: min

Il problema centrale del nostro tempo non è la quantità d’acqua, ma la sua distribuzione, gestione e funzione nei sistemi economici e sociali. È questa la chiave che emerge mettendo insieme i principali rapporti del 2026 sull’acqua, raccolti e sintetizzati nella newsletter della giornalista Cristina Sivieri Tagliabue. Il dato di partenza resta invariato ma cambia il significato: sebbene la Terra sia coperta per oltre il 70% da acqua, solo una minima frazione è acqua dolce e, di questa, appena lo 0,3% dell’acqua del pianeta è effettivamente accessibile e in circolazione per l’uso umano. Questa quota minima è oggi sottoposta a una pressione sistemica crescente.

Secondo l’Atlante dell’acqua di Legambiente, il limite planetario dell’acqua dolce è già stato superato e circa il 18% delle superfici terrestri non glaciali presenta anomalie idriche. L’acqua non è solo ciò che utilizziamo direttamente, ma anche quella incorporata nei beni e nei servizi. Il concetto di “acqua virtuale” rende evidente come la globalizzazione redistribuisca risorse idriche tra territori, spesso trasferendole da aree fragili a economie più forti. In questo quadro, il peso dell’agricoltura (che utilizza circa il 70% dell’acqua dolce globale) e i bassi livelli di efficienza, rendono il sistema strutturalmente fragile.

Accesso, genere e valore

La crisi idrica non è neutra. Il World water development report delle Nazioni Unite mostra come l’acqua sia anche un moltiplicatore di disuguaglianze, a partire da quelle di genere. Donne e ragazze dedicano complessivamente 250 milioni di ore al giorno alla raccolta dell’acqua, sottraendo tempo a istruzione, lavoro e autonomia economica. Questa asimmetria si riflette anche nella governance: le donne rappresentano poco più del 20% della forza lavoro nel settore idrico e raramente occupano posizioni decisionali. Si crea così una frattura strutturale tra chi garantisce l’accesso all’acqua e chi ne definisce le regole. Nei prossimi anni questa disuguaglianza non sarà solo un problema sociale, ma un limite allo sviluppo. Sistemi che escludono una parte significativa della popolazione dalla gestione delle risorse tenderanno a essere meno efficienti, meno resilienti e più esposti a crisi ricorrenti.  Anche sul piano economico emerge una tensione evidente.

Il Libro Bianco Ambrosetti evidenzia come in Italia l’acqua generi circa il 20% del PIL, ma allo stesso tempo il sistema perda oltre il 40% delle risorse lungo la rete e continui a sottostimare i consumi reali. È una distanza crescente tra valore economico e capacità di governo, che rende l’acqua una vulnerabilità sistemica.

Il nobel Omar Yaghi e la macchina che estrae acqua dall’aria secca

Produrre mille litri al giorno grazie a un dispositivo alimentato solo da energia termica ambientale. In un mondo entrato nell’era della “bancarotta idrica globale”, questa invenzione apre nuovi scenari di resilienza.

La bancarotta idrica

Uno dei passaggi più rilevanti introdotti dai report del 2026 è quello che ridefinisce la crisi come “bancarotta idrica”. Secondo la United Nations University, i prelievi globali di acqua dolce si collocano ormai al limite, e in molte aree oltre, della capacità di rigenerazione naturale. Una quota significativa dell’acqua utilizzata proviene da falde sotterranee che impiegano secoli o millenni per ricaricarsi. Questo significa che il sistema non sta più vivendo dei propri “interessi”, ma sta consumando il capitale accumulato. Questo implica che interi sistemi produttivi potrebbero trovarsi a operare in condizioni di scarsità strutturale. A questa dinamica si aggiunge la variabilità climatica, che rende sempre più imprevedibili le entrate del sistema idrico. Il risultato è un equilibrio sempre più instabile, in cui la domanda resta rigida mentre l’offerta diventa incerta.

Parallelamente, la perdita di biodiversità delle acque dolci, con un crollo dell’83–85% delle specie dal 1970, segnala un altro cambiamento profondo: non stiamo solo consumando acqua, stiamo perdendo la capacità degli ecosistemi di regolarla. Zone umide degradate e fiumi frammentati riducono la funzione naturale di stoccaggio e distribuzione, rendendo il sistema più vulnerabile.

Governare sistemi complessi

Il punto di convergenza più netto tra i rapporti riguarda la governance. Il Glaas della World Health Organization evidenzia come più della metà dei Paesi non disponga di sistemi WASH (l’insieme dei servizi e delle infrastrutture che garantiscono accesso ad acqua potabile sicura, servizi igienico-sanitari e igiene) pienamente funzionanti. Non per mancanza di soluzioni tecnologiche, ma per carenze di risorse, competenze e coordinamento. Una frammentazione che si riflette anche a livello globale. Il programma UN-Water sottolinea come oltre 30 organizzazioni lavorino sul tema acqua senza un coordinamento efficace. Il risultato è un rallentamento strutturale dei progressi verso l’Obiettivo 6 dell’Agenda 2030. Il problema, quindi, non è sapere cosa fare, ma riuscire a farlo funzionare. La crisi dell’acqua non è più solo ambientale, ma istituzionale. Nei prossimi anni l’acqua diventerà sempre più una variabile centrale nelle decisioni economiche, energetiche e geopolitiche. Non sarà la quantità disponibile a determinare la stabilità dei sistemi, ma la capacità di governarla.

Copertina: Md. Hasanuzzaman Himel/unsplash