SDGs e natura: guardare oltre l’antropocentrismo
Un articolo pubblicato su Sustainability Science propone di rileggere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile in chiave ecocentrica. Un cambio radicale in cui natura, ecosistemi e altre specie abbiano valore e diritti propri.
Adottati nel 2015, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell'Agenda 2030 rappresentano l’architettura globale dello sviluppo sostenibile. Eppure, secondo una recente analisi pubblicata su Sustainability Science, dietro questa struttura si nasconde un limite: la sostenibilità è ancora concepita come un progetto umano, in cui la natura fa da sfondo, risorsa o beneficiaria, ma raramente da soggetto politico. Significa che gli ecosistemi restano condizioni da ottimizzare, non soggetti con cui costruire il futuro.
Il nodo sta nel passaggio da una logica di gestione a una logica di relazione. Il paradigma dominante tratta la natura come qualcosa da misurare, proteggere o sfruttare. L’approccio ecocentrico, invece, propone di riconoscere ecosistemi, animali e fiumi come parte della comunità politica. Questo implica tre cambiamenti. Primo, estendere il valore morale all’intero sistema ecologico, includendo suolo, acqua e atmosfera. Secondo, riconoscere una giustizia multispecie, che attraversa i confini tra esseri umani e non umani. Terzo, integrare diversi sistemi di conoscenza, dalle scienze alle epistemologie indigene, superando l’idea che esista un unico modo legittimo di definire la sostenibilità.
Ripensare povertà ed ecosistemi oltre l’umano
Gli autori analizzano tre Obiettivi chiave. Il Goal 1, affermano, definisce la povertà in termini economici e umani, ignorando le interdipendenze ecologiche che rendono possibile la vita. Eppure, sviluppo e crescita possono generare nuove forme di impoverimento, distruggendo habitat, riducendo biodiversità e indebolendo relazioni tra specie. Allo stesso modo, il Goal 15 tratta gli ecosistemi come risorse da gestire. La natura viene utilizzata per sostenere il benessere umano, attraverso categorie come “uso sostenibile” o “specie invasive” che riflettono una visione in cui l’uomo decide cosa è legittimo all’interno degli ecosistemi. La prospettiva ecocentrica ribalta questa impostazione: povertà e degrado ambientale diventano manifestazioni della stessa crisi relazionale. Gli ecosistemi non sono risorse da gestire, ma comunità viventi di cui gli esseri umani fanno parte.
Istituzioni senza natura
Il limite più evidente, però, emerge nelle istituzioni. Secondo gli autori, il Goal 16 promuove pace, giustizia e governance inclusiva, ma resta interamente centrato sugli esseri umani. La violenza è misurata in termini di conflitti e sicurezza umana, mentre la distruzione degli ecosistemi resta fuori dalla definizione di ingiustizia. Questo produce un vuoto politico: la natura non ha rappresentanza nei sistemi decisionali che ne determinano il destino. Deforestazione, perdita di biodiversità e inquinamento restano esterni al perimetro della giustizia, pur generando instabilità e vulnerabilità diffuse. Senza includere la dimensione ecologica, le istituzioni rischiano di rimanere incapaci di governare le crisi che contribuiscono a produrre.
Una governance interspecies
Da qui emerge la proposta di una governance interspecies. Non si tratta di una metafora, ma di un cambio di paradigma: costruire istituzioni che includano ecosistemi e specie come soggetti rilevanti nei processi decisionali. Questo implica riconoscere diritti alla natura, introdurre forme di rappresentanza ecologica e valutare le politiche in base al loro impatto su sistemi viventi interconnessi. La governance diventa così una pratica di relazione e reciprocità, non solo di regolazione. In questo senso, anche il concetto di partnership globale cambia significato: non più solo cooperazione tra attori umani, ma relazione tra tutte le forme di vita che condividono lo stesso spazio ecologico.
Un futuro più-che-umano
Se questa trasformazione dovesse consolidarsi, cambierà la natura stessa delle politiche pubbliche. Le decisioni non saranno più valutate solo in termini di crescita o inclusione sociale, ma anche in funzione della vitalità degli ecosistemi e delle relazioni tra specie. Questo apre uno scenario in cui la sostenibilità diventa un progetto di coesistenza. Le istituzioni potrebbero integrare rappresentanza ecologica, gli indicatori includere la salute dei sistemi naturali, e la giustizia estendersi oltre il perimetro umano. Riconoscere la natura come parte della comunità politica diventa una condizione per rendere governabile il futuro.
di Tommaso Tautonico