Caldo estremo, gare rinviate: come la crisi climatica sta cambiando lo sport
Maratone più brevi, pause obbligatorie per rinfrescarsi e stadi a rischio. Entro il 2030 fino al 14% dei ricavi annui globali del settore dello sport potrebbe andare perso a causa di fattori ambientali e sedentarietà.
Alla maratona di Los Angeles, per la prima volta, anche le atlete e gli atleti che si sono fermati al 29esimo chilometro hanno ricevuto la medaglia. Un traguardo anticipato per evitare che le persone stessero male a causa delle alte temperature. Non è un caso isolato, ma il segnale di un cambiamento sempre più necessario: ondate di calore, alluvioni e incendi costringono molti organizzatori a cancellare o rinviare le gare o a cambiare la sede degli eventi.
A causa dei cambiamenti climatici, ad esempio, la Coppa mondiale di calcio maschile 2026, che si svolgerà quest’estate in Canada, Stati Uniti e Messico, potrebbe essere l’ultima edizione ospitata nel Nord America. Dal Pitches and peril report, pubblicato a settembre 2025 dal Football for future e Common goal, emerge come dieci dei sedici impianti per i Mondiali siano altamente esposti alle ondate di calore. Entro il 2050, quasi il 90% degli stadi nordamericani richiederà interventi di adattamento per far fronte al caldo estremo.
Le partite dei Mondiali 2026 avranno due pause obbligatorie da tre minuti per permettere ai giocatori di bere e riposarsi (i cosiddetti cooling break o hydration break). Finora queste pause non erano obbligatorie, ma consentite quando la Wet bulbe globe temperature (Wbgt), che calcola la temperatura ambientale, l’umidità e l’impatto del vento e della luce solare sul corpo umana, superava i 32°C. Anche l’Atp, l’organizzazione che gestisce i tornei professionistici di tennis, ha deciso di introdurre cooling break di dieci minuti se la Wbgt supererà i 30°C e di sospendere la partita se supererà i 32,2°C.
Tutto questo ha un costo: nel Regno Unito, ad esempio, le condizioni metereologiche avverse causano perdite pari a 320 milioni di sterline all’anno in termini di entrate e costi di manutenzione per le strutture sportive. E i danni sono destinati ad aumentare: secondo un rapporto del World economic forum pubblicato a gennaio, l’impatto dell’accelerazione dei cambiamenti climatici e della perdita degli ecosistemi, combinato con un aumento dell’inattività fisica delle persone, potrebbe comportare una perdita fino al 14% (517 miliardi di dollari) del fatturato annuo dell’economia sportiva entro il 2030. Una cifra destinata a salire a 1600 miliardi di dollari entro il 2050.
Allo stesso tempo, il settore dello sport intensifica la pressione sui sistemi naturali da cui dipende, anche attraverso l'elevato consumo di risorse, le emissioni di gas serra, la produzione di rifiuti e il consumo di suolo. L’industria sportiva emette ogni anno oltre 450 milioni di tonnellate di emissioni, più di ogni Paese europeo (esclusa la Germania). È un circolo vizioso: lo sport è sempre più vulnerabile alla crisi climatica a cui esso stesso contribuisce.