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La perdita di biodiversità rappresenta un enorme rischio per imprese e finanza

Dal rapporto Ipbes emerge uno squilibrio strutturale: la natura sostiene l’economia ma scelte e flussi finanziari continuano a premiarne il degrado. Senza un cambio di rotta il rischio estinzione investirà anche le aziende.

mercoledì 18 febbraio 2026
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La perdita di biodiversità è tra le minacce più gravi per le imprese. Eppure, nel sistema economico attuale trainato dal capitalismo del “business as usual”, appare spesso più redditizio degradare che proteggere la natura. Ciò ha provocato nel tempo una serie di costi sociali e ambientali che hanno avuto impatti negativi su persone e territori, generando una serie di effetti negativi che oggi rischiano di infrangere i “tipping points”, i punti di non ritorno ecologici. Ma il business as usual non è inevitabile. Lo sottolinea il “Business and biodiversity assessment” dell'Ipbes, la piattaforma intergovernativa che collega scienza e politiche sulla biodiversità.

Il Rapporto, pubblicato il 9 febbraio, mette in luce un dato strutturale: ogni impresa dipende dalla biodiversità e ogni impresa ha un impatto su di essa. Dalle materie prime agricole alla stabilità climatica, dall’impollinazione alla qualità dell’acqua, la natura costituisce un’infrastruttura invisibile su cui poggia l’intera economia globale.

La perdita di biodiversità è un rischio sistemico

La crescita economica degli ultimi decenni si è realizzata provocando una perdita di specie e di ecosistemi senza precedenti. Mentre dal 1820 al 2022 l’economia mondiale cresceva da 1,18 a 130,11 mila miliardi di dollari, dal 1992 gli stock di capitale naturale globale si riducevano di circa il 40%. Un fenomeno che oggi si traduce in un rischio sistemico per l’intera economia, oltre che per la stabilità finanziaria e per il benessere collettivo. Il nodo della questione è chiaro: da una parte molte aziende non pagano per i danni provocati, dall’altra faticano a generare ricavi derivanti dagli impatti positivi che le loro attività hanno sulla natura. È in questo modo che incentivi distorti, barriere normative e di mercato, carenze nei dati e nelle metriche, un contesto istituzionale poco maturo, rendono più semplice il business as usual che cambiare le cose.

Ciò risulta evidente anche dall’analisi dei flussi finanziari. L’Ipbes cita, per esempio, lo “State of finance for nature 2026” dell’Unep che fotografa con chiarezza lo squilibrio: per ogni dollaro investito nella protezione della natura, 30 vengono spesi per danneggiarla. Nel 2023 ben 7.300 miliardi di dollari sono confluiti in attività ad alto impatto ambientale, dai sussidi ai combustibili fossili ad altri investimenti che coinvolgono l’industria e i materiali. Di contro, appena 220,4 miliardi di dollari hanno sostenuto interventi destinati alle soluzioni basate sulla natura.

Un cambiamento radicale, capace di riallineare profitti, biodiversità e benessere umano, è però ancora possibile. “È un momento cruciale per le imprese e le istituzioni finanziarie, così come per i governi e la società civile, per districarsi nella confusione di innumerevoli metodi e parametri e utilizzare la chiarezza e la coerenza offerte dal Rapporto per intraprendere passi significativi verso un cambiamento trasformativo”, ha dichiarato Matt Jones, tra i copresidenti della valutazione, che ha continuato: “Le imprese e gli altri attori chiave possono aprire la strada a un'economia globale più sostenibile o, in ultima analisi, rischiare l'estinzione. Di specie e, potenzialmente, della propria attività”.

Qualche segnale di consapevolezza sembra però emergere nel sistema finanziario. Almeno otto Paesi, insieme all’Unione europea, hanno banche centrali che analizzano l’esposizione degli istituti finanziari alla dipendenza dalla biodiversità. Un passaggio non secondario: riconoscere il degrado degli ecosistemi come un rischio significa ammettere che la crisi ambientale rappresenta una fondamentale variabile macroeconomica.

Biodiversità e imprese: la sfida dei dati

Il Rapporto dell’Ipbes mette in evidenza un elemento chiave: strumenti e conoscenze per misurare impatti e dipendenze delle imprese dalla biodiversità esistono già. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia gamma di metodi, metriche e banche dati in grado di orientare decisioni strategiche e scelte operative. C’è però maggiore conoscenza su come valutare gli impatti negativi delle attività economiche che su come misurare le dipendenze delle imprese dai servizi ecosistemici.

Ma il problema “conoscenza” è anche di tipo culturale, basti pensare che appena l’1% delle aziende pubblica dati sui propri impatti sulla biodiversità nei report aziendali. Un vuoto informativo che rende difficile per investitori, regolatori e cittadini comprendere l’esposizione reale del sistema produttivo ai rischi naturali.

Su questo aspetto, l’Ipbes rileva che le imprese potrebbero trarre maggiori benefici se coinvolgessero di più la comunità scientifica e le comunità indigene e locali. "Dati e conoscenze sono spesso isolati”, ha affermato la Ximena Rueda, co-presidente della valutazione. “La letteratura scientifica non è scritta per le imprese e la mancanza di traduzione e attenzione alle esigenze delle imprese ha rallentato l'adozione dei risultati scientifici. Tra le imprese, inoltre, vi è spesso una comprensione e un riconoscimento limitati delle popolazioni indigene e delle comunità locali come custodi della biodiversità e, quindi, detentori di conoscenze sulla sua conservazione, ripristino e uso sostenibile". 

Si tratta di un ambito contenente un paradosso strutturale: mentre le comunità che hanno maggiori conoscenze restano fuori dai processi decisionali, lo sviluppo industriale minaccia il 60% delle terre indigene in tutto il mondo e un quarto di tutti i territori indigeni è oggi sottoposto a forti pressioni a causa dello sfruttamento delle risorse. Per invertire la situazione, il Rapporto individua cinque pilastri su cui intervenire. In sintesi, servono quadri politici, giuridici e normativi coerenti; sistemi economici e finanziari capaci di premiare la tutela della natura; valori sociali e culturali che riconoscano il capitale naturale; infrastrutture tecnologiche e dati accessibili; capacità e conoscenze diffuse lungo le filiere.

L’Ipbes, infine, propone nello studio oltre 100 esempi concreti di azioni attuabili in ciascuno di questi ambiti, delineando una traiettoria possibile per superare la frattura tra profitto e protezione della natura, e ricordando che solo attraverso una stretta collaborazione tra imprese, governi, attori finanziari e società civile sarà possibile invertire la rotta.

Scarica il Rapporto

 

di Ivan Manzo