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Sfide dal 2050: la medicina deve attrezzarsi, serve un nuovo paradigma

Dall’ottavo convegno nazionale dei futuristi italiani: l’impegno a guardare al futuro della salute e del benessere, la tecnologia è una risorsa ma bisogna essere preparati e ampliare gli orizzonti.

mercoledì 15 maggio 2024
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È necessario un passaggio da una concezione basata sulla cura a una più ampia idea del prendersi cura, che include non solo il trattamento della malattia ma anche la promozione del benessere generale; i medici, nonostante la loro competenza nel trattare le singole patologie, potrebbero non essere adeguatamente preparati a comprendere e gestire il sistema in cui queste patologie si sviluppano, la tecnologia costituisce la principale risorsa ma è necessaria maggiore competenza e sicurezza. È quanto emerso dall’ottavo convegno nazionale dei futuristi italiani (Afi), che si è tenuto a Roma lo scorso 10 maggio nella sala BinarioF di Facebook.

Non si è trattato di un tradizionale convegno, ma di un dibattito approfondito e diversificato sul tema "Salute e benessere, tra futuro umano e digitale". Un'esperienza interattiva e coinvolgente, progettata per incoraggiare la partecipazione e stimolare un dialogo aperto su molteplici aspetti. Dopo ogni talk, infatti, il pubblico si è diviso in gruppi da cinque/sei persone ai quali veniva chiesto di interrogarsi su determinate questioni affrontate dagli speaker. Dopo il confronto, di circa un quarto d’ora, si tiravano le somme e ogni gruppo esponeva a tutti una sintesi delle considerazioni emerse. I partecipanti hanno così sperimentato il metodo di lavoro futurista, composto da “enviromental scanning” e “horizon scanning ossia l’analisi ambientale dei segnali delle forze di cambiamento e gli impatti che queste forze possono avere, immaginando i possibili scenari futuri per poi arrivare alle azioni strategiche che ci permettono di arrivare preparati al cambiamento.

Ad aprire i lavori, il presidente dell’associazione Roberto Poli, professore ordinario di Filosofia della scienza e titolare della cattedra Unesco sui Sistemi anticipanti che, dopo i saluti di benvenuto, ha introdotto il tema scelto per quest’anno, avviando alcune riflessioni sulla salute e il benessere del futuro. Novità tecnologiche, demografiche, geopolitiche: siamo interessati da trasformazioni massicce in ogni direzione e le interazioni tra queste trasformazioni creeranno una situazione che ancora non riusciamo a vedere. “Abbiamo abbandonato il sistema operativo del secolo scorso e stiamo andando verso qualcosa di nuovo che ancora non vediamo, si intravede qualche elemento ma ancora non è chiaro” dice Poli, “in questo quadro il benessere e la medicina sono fondamentali: saranno costretti a fare da interfaccia in questi cambiamenti”.

La medicina ha dunque davanti a sé numerose sfide e l’associazione dei futuristi italiani ha il dovere, afferma Poli, di provare a capire le direzioni in cui stiamo andando.

Il primo speaker della giornata è stato Donato Speroni, giornalista, senior expert dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e responsabile del progetto FUTURAnetwork, che ha presentato in anteprima il libro “Mille schegge di futuro. Il mondo di domani secondo FUTURAnetwork”, pubblicato dall’ASviS in occasione dell’ottava edizione del Festival dello sviluppo sostenibile e presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino l’11 maggio.

Donato Speroni, giornalista, senior expert ASviS e responsabile del progetto FUTURAnetwork

Il volume, spiega Speroni, è una sintesi del lavoro compiuto in quattro anni dal sito futuranetwork.eu, nato da una riflessione nell’ambito dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile per “spingere le nostre analisi anche al di là del limite del 2030 sul quale si era fino a quel momento concentrato il lavoro dell’ASviS”. Il libro, continua, è “un’esca”: il Qr code presente sul cartaceo consente di accedere all’edizione online, più ricca di informazioni in quanto ogni scheda contiene i link agli articoli più significativi trattati dal sito.

Hanno poi preso la parola Carla Mascia, technology foresight officer, e Asia Salvaterra, innovation ecosystem officer, di Fondazione Hub innovazione Trentino che hanno presentato “Disfida delle idee: intelligenza artificiale e salute”, un progetto realizzato per un evento tenutosi a Trento. Dopo un video riassuntivo della storia alimentare degli esseri umani, hanno portato il pubblico nel 2050, dove personal assistant AI monitoravano i parametri fisiologici degli individui e consigliavano le diete migliori, i droni procuravano il cibo dagli orti condominiali limitrofi, dottori AI avvertivano di possibili scompensi cardiaci tramite le “diagnostic-Tiktak” e le medicine arrivavano direttamente a casa in un paio d’ore.

Carla Mascia, technology foresight officer, e Asia Salvaterra, innovation ecosystem officer, di Fondazione Hub innovazione Trentino

Dai gruppi di riflessione sono emerse più perplessità e riserve che serenità a riguardo. Se è vero infatti che in questo possibile scenario la prevenzione sarà quasi completa e le diagnosi precoci porteranno a un livello di salute e benessere sempre più alto, una serie di questioni delicate preoccupa la maggioranza dei partecipanti. In particolare, molta attenzione ha avuto il tema della privacy e la resistenza a condividere quest’enorme mole di dati personali tramite sistemi così invasivi (attraverso nanobot che entrano nel corpo, ad esempio) e soprattutto è sorta la domanda: “Con chi condivido i miei dati?” Tralasciando i sempre possibili rischi di hacking, la questione della fiducia nel sistema è fondamentale e si intreccia con l’alta probabilità che i parametri di profitto e business (delle case farmaceutiche, ad esempio) prevalgano su quelli del benessere comune. Tra le altre questioni aperte, il problema dell’accessibilità, dell’inclusione e del libero arbitrio. Nessuno infatti si immagina una sanità pubblica capace di assicurare a tutti e tutte un tale livello di tecnologia; ancora, la libertà di scelta potrebbe essere minacciata dalla costante presenza di robot che dicono come dobbiamo nutrirci, cosa dobbiamo fare, i rischi che corriamo se un giorno vogliamo mangiare una vaschetta intera di gelato.

Il terzo macro argomento affrontato nel corso del convegno è stato il concetto di “prendersi cura” come nuovo paradigma di salute. “Passare dalla cura al prendersi cura è uno stravolgimento a livello di sistema enorme”, ha affermato nel suo intervento Giorgia Zunino, della direzione strategica Stratetic Foresight presso l'Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Nell'epoca digitale, le barriere tradizionali si stanno sgretolando e le aspettative sono sempre più alte. La salute non è più solo una questione fisica, ma comprende anche benessere mentale e spirituale. Il progetto "One Health" promuove un approccio olistico, passando dalla mera cura al prendersi cura di sé, degli altri e dell’intero pianeta lungo l'intero percorso di vita. Tuttavia, trasformare questo concetto in realtà richiede un cambiamento radicale nelle strutture, nelle risorse e nel pensiero dei governi. “Non dobbiamo essere ‘pazienti’ ma furiosamente ‘in-pazienti’ (e impazienti) in questa trasformazione” esorta Zunino.

Ai partecipanti, divisi in gruppi, è stato poi chiesto di ragionare sui segnali di questo paradigma presenti oggi, immaginandone gli impatti futuri. Dal confronto è emersa una polarizzazione pubblico-privato: il wellness awarness della popolazione e dei singoli individui sembra a tutti piuttosto avanzato, anche grazie all’azione dei social media che sensibilizzano molto su questi argomenti (anche se spesso a fini lucrativi); il settore privato, delle aziende e delle imprese, è poi sempre più attento al benessere dei dipendenti. Ad esempio la figura dello psicologo aziendale si sta diffondendo velocemente. Diversamente nel settore pubblico, dove pochi sono i segnali che lasciano sperare questo cambio di paradigma. La stessa relatrice Zunino ha confermato la difficoltà che incontra continuamente quando, nel suo lavoro, presenta agli ospedali il progetto.

Dopo la pausa pranzo, ha preso la parola Francesco Draicchio, presidente della Società italiana di Ergonomia e fattori umani (Sie), docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Campus Biomedico, che ha messo in luce come la tecnologia presto integrerà le mancanze dei nostri sistemi fisiologici: il nostro corpo è infatti dotato di un meraviglioso sistema di sensori fisiologici che raccoglie segnali rivolti all’interno e che servono per regolarne le funzioni. Ma a questi sensori manca la capacità di comunicare con l’esterno. “La sensoristica artificiale indossabile e impiantabile ci consentirà di mandare segnali biologici all’esterno. Soprattutto nelle attività collaborative uomo-robot abbiamo bisogno di sistemi che facilitino la comunicazione, e la tecnologia presto aiuterà il passaggio di dati”.

Di nuovo, dal confronto è emersa una certa preoccupazione per la sicurezza e la privacy: l’hackeraggio di questi sistemi potrebbe portare rischiose conseguenze e i dati potrebbero servire il profitto di pochi attori.

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Successivamente si è passati alla salute mentale con l’intervento di Francesco Sanavio, psicoterapeuta presso l’Istituto di Terapia cognitiva e comportamentale e la Ulss 6 di Padova, responsabile dell'area mind di Vyta life club. Sanavio ha messo a fuoco i tre fattori coinvolti quando si parla di salute mentale del futuro. Il primo, le persone, il target degli interventi, che oggi nel mondo occidentale sono in grande aumento (soprattutto come conseguenza delle grandi crisi come quella pandemica). In secondo luogo, i trattamenti da indirizzare al target: “Gli interventi non miglioreranno tanto ma cambierà la modalità di erogarli. Il modo migliore di intervenire è dare interventi più brevi, più veloci e diretti: in futuro si farà maggiore attenzione alla prevenzione”. E infine la governance, la normativa pubblica e la gestione dei fondi che è “più manipolabile e può portarci a concretizzare il futuro che vogliamo”.

La riflessione dei partecipanti si è poi orientata a immaginare un futuro in cui non ci sia più lo stigma verso la salute mentale, in cui esistano spazi di ascolto liberi e non giudicanti, dove non ci siano stereotipi e pregiudizi in relazione ai temi del benessere psicologico.

Ha chiuso i lavori Michele Buonerba, responsabile di gestione di processi di cambiamento presso l’agenzia per il lavoro Umana. Buonerba ha affrontato il tema dell’invecchiamento della popolazione che richiederà un ridisegno delle professioni sanitarie e sociosanitarie. In particolare di come, attraverso le tecnologie, sarà possibile migliorare il processo produttivo del servizio di assistenza alla persona integrando in ambito territoriale la relazione, anche da remoto, con il paziente.

In un contesto di invecchiamento della popolazione in cui le professioni sociosanitarie sono in calo, come affrontare l’aumento della domanda e la diminuzione dell’offerta? “Nel processo produttivo dell’assistenza, la tecnologia diventa l’unico strumento, ma bisogna saperla acquistare e farla funzionare” afferma Buonerba.

Dall’ultima sessione di lavoro, infine, è emersa la necessità di valorizzare il lavoro di cura e di sviluppare standard ufficiali di device e attrezzature.

In foto di copertina: Roberto Poli, professore ordinario di Filosofia della scienza e titolare della cattedra Unesco sui Sistemi anticipant. Si ringrazia per la concessione Silvia Rigamonti, head of Hr Program e co-founder di Hacking Talents.