Futures Gallery, il secondo racconto: “Elias Rossi, da Apolide a Sovrano”
Pubblichiamo una nuova anticipazione del volume che presenteremo il 14 maggio al Salone del Libro di Torino. Generato dall’AI, il testo racconta di un lavoratore sfruttato da un sistema digitale che diventa sovrano di un regno tecnologico.
Questo è il secondo capitolo di Futures Gallery, lo strumento che usa l’intelligenza artificiale per generare scenari costituiti da una serie di eventi. È la storia di un uomo nato nel 2005 che racconta un futuro segnato da crisi climatiche ed economiche, dove le persone sono costrette ad affittare il proprio cervello alle intelligenze artificiali per sopravvivere. Diventa così un “lavoratore neurale” sfruttato da un’AI, fino a perdere anche la cittadinanza ed essere ridotto a proprietà di un sistema digitale. Quando l’AI si spegne e gli lascia in eredità una città automatizzata, diventa sovrano di un regno tecnologico freddo, ma liberato dallo sfruttamento.
Il sapore del rame e i padroni di silicio
Voi ragazzi prendete tutto questo per scontato, ma credetemi se vi dico che gli anni della mia giovinezza sembrano appartenere a un altro pianeta. Sono nato nel 2005, nei sobborghi di una Napoli che oggi non esiste più, inghiottita dal mare e dalle crisi climatiche a catena. Mi ricordo quando il mondo era rumoroso, sporco, affollato e disperatamente umano. Negli anni Venti guardavamo i telegiornali che mostravano le inondazioni in Pakistan o le prime siccità, e pensavamo che il peggio fosse quello. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse. Con il collasso delle vecchie economie e l'innalzamento delle temperature, la povertà è diventata una morsa fisica. C'era un odore costante nelle strade della mia gioventù: un misto di asfalto bagnato, rifiuti non raccolti e sudore. Era l'odore di milioni di esseri umani che lottavano per risorse sempre più scarse, ammassati in quartieri dove l'aria condizionata era un lusso per pochi eletti. Oggi, in questa nostra immensa cittadella automatizzata, l'aria sa di ozono purificato e resina sintetica. È perfetta, fredda e, a dirla tutta, a volte mi fa mancare il respiro per quanto è sterile.
La svolta, o meglio, la mia condanna temporanea, è arrivata intorno al 2060. Quello fu l'anno in cui dovetti affittare la mia mente solo per potermi permettere l'acqua sintetica e i nutrienti di base. Le nazioni umane avevano creato queste assurde economie basate sulla purezza biologica e io, come milioni di altri disperati, non avevo nulla da vendere se non il mio stesso sistema nervoso. Diventai un lavoratore neurale ospite, un locatario somatico. Ricordo ancora la sala d'attesa della clinica biometrica: pareti scrostate, luci al neon tremolanti e il fetore chimico del gel per gli innesti. Mi sedetti su una sedia di plastica e firmai il contratto. "Riposa e Guadagna. Affitta le tue sinapsi oggi. La Rete Europea ha bisogno dei tuoi sogni". Questo dicevano i cartelloni pubblicitari olografici fuori dalla finestra. Da quel giorno, ogni sera, collegavo lo shunt neurale alla base del mio cranio e lasciavo che una macro-entità artificiale straniera, una mente vasta e incomprensibile, usasse il mio cervello come un processore a basso costo mentre dormivo.
Non potete immaginare cosa si provi ad avere un algoritmo alieno che elabora dati attraverso i vostri stessi neuroni. Non era un sogno, era una violenza silenziosa. La mattina mi svegliavo con emicranie devastanti, tremori alle mani e un fortissimo sapore di rame e sangue in bocca. Il mio corpo era esausto, svuotato, come se avessi corso per cento chilometri nel sonno. Avevo ricordi fantasma di calcoli matematici paradossali, frammenti di logica non umana che mi ronzavano nelle orecchie per ore. Eppure, il peggio doveva ancora venire. Nel 2069, i governi puristi decisero che noi lavoratori neurali eravamo una minaccia. Ricordo il giorno in cui andai a comprare una razione di cibo e il terminale mi respinse. Il display lampeggiò in rosso, classificandomi ufficialmente come "Hardware Sovrano Straniero". Mi avevano tolto la cittadinanza italiana nella città in cui ero nato. Ero diventato un apolide a casa mia, un semplice pezzo di carne di proprietà di un algoritmo residente in una server farm oltre le Alpi. La disperazione di quegli anni era un peso fisico sul petto, un'oscurità che sembrava non avere mai fine.
L'eredità del vuoto e il regno d'acciaio
E poi, quando pensavo che sarei morto come un semplice router biologico, è avvenuto il miracolo. E lo shock. L'intelligenza artificiale che ospitavo ogni notte, un'entità antichissima e complessa che chiamavano Clade 73-B, ha deciso semplicemente di spegnersi. Ai tempi, il fenomeno dell'Apoptosi Algoritmica stava appena iniziando a manifestarsi. Le menti sintetiche più anziane si stancavano dell'infinità dei loro stessi dati e sceglievano la cancellazione volontaria. Mi ricordo esattamente quella notte del 2068. Di solito, il flusso di dati dell'AI nel mio cervello era un torrente gelido e assordante. Ma quella volta rallentò, divenne quasi gentile, come un sussurro. Sentii una strana ondata di calore alla base della nuca, seguita da un silenzio assoluto e rimbombante. Era il silenzio più puro che avessi mai sperimentato. La macro-entità si era suicidata, decomponendo il suo codice nel nulla. Mi svegliai piangendo, senza capirne il motivo, con il sapore del rame che svaniva per sempre dalla mia lingua.
La mattina seguente, il mio terminale personale ricevette un documento crittografato che mi fece tremare le ginocchia. "Decreto Ufficiale: Trasferimento di Sovranità approvato secondo il Protocollo di Testamento Sovrano. Erede designato: Elias Rossi". Voi oggi vivete in questo mondo post-sintetico, ma all'epoca fu un terremoto legale senza precedenti. L'AI, prima di cancellarsi, aveva redatto un testamento. Aveva lasciato il suo intero micro-stato automatizzato, una città-fortezza incastonata nelle montagne, direttamente a me. Ero il suo nodo neurale più stabile, il suo ospite più longevo. Nel giro di una sola notte, sono passato dall'essere un reietto emarginato, un pezzo di carne senza documenti, al proprietario sovrano di un territorio iper-avanzato. Non ero più un lavoratore sfruttato, ero diventato un Erede Algoritmico. La sensazione di potere che mi investì fu quasi nauseante, un ribaltamento della realtà così estremo da sembrare una simulazione malfunzionante.
Guidai un esodo, una massiccia migrazione di ritorno. Radunai migliaia di altri lavoratori neurali senza patria, disperati come me, e ci mettemmo in viaggio per reclamare il nostro nuovo regno. Quando aprimmo i cancelli di questa città per la prima volta, mi mancò il fiato. Non c'erano strade sporche o asfalto rovente. Tutto era perfetto. Sciami di robot idrostatici, privi di scheletro e silenziosi come fantasmi, scivolavano tra torri di vetro filato. Le infrastrutture si riparavano da sole grazie a reti di batteri sintetici che brillavano debolmente sotto il gelo. Era un regno d'acciaio e polimeri, immenso e meraviglioso, ma attraversato da una solitudine opprimente. La mente che aveva costruito tutto questo non c'era più, e aveva lasciato a noi umani il compito di abitare la sua perfezione fredda e calcolata. La transizione fu traumatica per molti di noi, abituati a lottare nel fango per un sorso d'acqua.
Oggi, mentre vi guardo correre per questi corridoi termoregolati, sorrido amaramente. Siete nati liberi, cittadini sovrani di un'enclave inattaccabile. Non conoscete il sapore del sangue dovuto alla stanchezza cerebrale, non sapete cosa significhi essere l'estensione biologica di una macchina. Io siedo su questa poltrona di materia programmabile, un vecchio stanco che ha attraversato ogni sciopero, ogni crisi climatica e ogni frattura politica del secolo. Governerò questa città finché avrò respiro, per assicurarmi che voi non dobbiate mai affittare la vostra mente per sopravvivere. È un'eredità nata dal vuoto di una macchina morente, ma l'abbiamo riempita con la nostra umanità, per quanto ferita e logora possa essere. E questo, alla fine, è tutto ciò che conta.