È iniziata la battaglia sulla proprietà dei dati
La Cina accelera sull’AI e apre il fronte della proprietà dei dati, mentre Usa e Ue cercano risposte. Tra governance, mercato e diritti, l’Europa punta sui cittadini.
Questa estate, mentre in occidente il dibattito sull’intelligenza artificiale si è nutrito di annunci preoccupati sul controllo dell’AI, una crescente opposizione ai data center, l’avvio di grandi cause risarcitorie verso le piattaforme social, discussioni sui modelli di business, paure di crolli in borsa, e le solite ripetute segnalazioni dei ritardi europei, in Cina tra luglio e agosto è stata data un’accelerazione alla corsa all’intelligenza artificiale ed è stato lanciato un nuovo campo di battaglia per la supremazia geopolitica tecnologica: quello sulla proprietà dei dati.
Si tratta di un campo di battaglia molto complesso e scivoloso ma esiziale, perché a differenza di tutti gli altri elementi dello stock dell’AI, come i data center, i chip e le terre rare, e gli stessi algoritmi, che possono essere brevettati e che hanno diritti di proprietà certi, i dati sono invece l’unico elemento dell’IA la cui proprietà non è a tutt’oggi definita in maniera chiara, e proprio per questo è diventata vitale per dare certezze alle imprese, e non solo, sull’uso dei modelli di IA.
Il 17 luglio a Shanghai alla presenza del Presidente cinese Xi è stata lanciata la World artificial intelligence cooperation organization (Waico) tra la Cina e altri 29 Paesi firmatari, la prima organizzazione internazionale multilaterale a lavorare per una governance condivisa dell’AI, così come sottolineato con enfasi dalla leadership cinese. “Sarà una pietra miliare nella storia dello sviluppo dell'AI”, ha detto Xi, sottolineando che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale dovrebbe essere una sinfonia di cooperazione internazionale e che dovremmo garantire che l'AI sia sempre sotto il controllo umano senza erodere o minare la diversità delle civiltà mondiali o l'unicità delle culture di diversi paesi.[1]
Tra i vari punti dei documenti preparatori della Waico, dopo aver ribadito la priorità di un approccio “open” e inclusivo alla tecnologia, e dopo aver sottolineato che gli agenti di AI devono operare sotto un’autorità ben definita con possibilità di limiti e tracciamento comportamentale, e aver rinforzato il ruolo di una governance globale multilaterale sotto l’egida delle Nazioni Unite, è poi comparso un tema nuovo: favorire l’istituzione di diritti di proprietà sui dati digitali.
Nel Chair statement della conferenza[2] è stato infatti evidenziato per la prima volta in maniera esplicita da uno dei due più importanti competitori nella corsa all’AI che questa non è fatta solo di giga data center, chip super performanti e algoritmi, ma che “i dati giocano un ruolo importante nello sviluppo dell'AI e che dovremmo riconoscere la natura altamente fluida e di accrescimento dei dati, approfondire lo sviluppo e l'utilizzo delle risorse di dati, salvaguardare la sicurezza dei dati, rafforzare congiuntamente la protezione delle informazioni personali e muoverci più rapidamente per creare istituzioni fondative e fondamentali come i diritti di proprietà dei dati, in modo da garantire che i dati siano gestibili, controllabili e tracciabili, promuovendo in tal modo il loro flusso sicuro e ordinato e lo sviluppo e l'uso efficienti”.
All'inizio di quest'anno, la National data administration cinese aveva presentato un progetto per trasformare la Cina in una “potenza dei dati”, entro la fine del 2028. Il piano ha proposto la creazione di set di dati di “alta qualità” in più di due dozzine di settori strategici, tra cui la ricerca scientifica, la produzione industriale e i veicoli autonomi. Il piano invita la Cina a condividere i suoi set di dati in tutto il mondo.
Ciò è stato rafforzato appunto a luglio, quando la Cina si è impegnata a condividere i dati per aiutare le dozzine di Paesi in via di sviluppo che hanno partecipato alla Conferenza mondiale sull'intelligenza artificiale di Shanghai, per costruire i propri sistemi di AI.
Poi, in meno di 12 giorni, il mercato cinese dei dati è entrato in una fase cruciale di attuazione istituzionale su scala nazionale: il 9 agosto, l'Amministrazione nazionale per i dati ha pubblicato le linee guida per la registrazione della proprietà dei dati, introducendo il principio di "registrazione unica e riconoscimento reciproco a livello nazionale"; il 16 agosto è stato rilasciato lo standard internazionale ISO/IEC 25005-1:2026 ("Quadro per l'utilizzo dei dati nelle città intelligenti"), sviluppato sotto la guida della Cina con la partecipazione di 11 Stati; il 18-19 agosto è stato avviato il primo gruppo di progetti pilota per la cooperazione internazionale sui dati, che ha coinvolto 10 città (Shanghai, Hainan, il cluster Fuzhou-Xiamen-Quanzhou nel Fujian, Changsha nello Hunan, il cluster Guangzhou-Shenzhen-Hengqin nel Guangdong e Nanning nel Guangxi), articolato su sei direttrici e 20 attività pilota secondo l'approccio "una città, una politica"; infine, dal 28 al 30 agosto, la China international big data industry expo (Cibdie) 2026 a Guiyang si è concentrata sul tema "Token: una nuova via per liberare il valore degli elementi di dati", esplorando nuovi modelli di scambio basati su token, con un'area espositiva di 60mila metri quadrati, oltre 300 espositori e la presentazione di più di 20 standard istituzionali da parte dell'Ufficio nazionale per i dati.[3]
Le "Linee guida per la registrazione dei diritti di proprietà sui dati (in via sperimentale)" pubblicate dalla Cina delineano in modo sistematico la gestione degli enti di registrazione, standardizzano le procedure di registrazione e applicano i certificati di registrazione, fornendo una guida unificata per la registrazione dei diritti di proprietà sui dati a livello nazionale. La registrazione della proprietà dei dati, in sintesi, consiste nel rilascio di un "certificato di identità" per i dati. Un funzionario dell'Amministrazione nazionale dei dati ha dichiarato al China Daily [4] che lo scopo delle "Linee guida" è quello di implementare un sistema di proprietà dei dati, fornire certificati di proprietà unificati per la circolazione e le transazioni dei dati, ridurre i costi di circolazione e transazione dei dati e promuovere un mercato integrato a livello nazionale.
Xiong Bingwan, professore della Facoltà di giurisprudenza dell'Università Renmin della Cina, ha dichiarato: “Nel contesto della rapida digitalizzazione dell'economia cinese, diversi settori hanno accumulato ingenti risorse di dati — relativi ai processi produttivi, alla distribuzione, alle transazioni finanziarie e all'agricoltura intelligente — tutti suscettibili di registrazione della proprietà dei dati. Grazie al certificato di registrazione della proprietà dei dati, le imprese possono dimostrare efficacemente la titolarità legale delle relative risorse informative e utilizzare tale certificato per operazioni di capitalizzazione degli asset di dati, finanziamenti, conferimenti di capitale e altre attività commerciali, migliorando in modo significativo l'efficienza operativa”.
Intanto, nell’America della “Pax Silica” di Donald Trump, uno dei principali tecno-ideologi della Silicon Valley, Alex Karp di Palantir, rivolgendosi ai suoi azionisti, ha pubblicamente accusato i produttori di LLM di puntare al controllo dei mezzi di produzione.[5] “Ogni organizzazione del mondo si sta risvegliando di fronte ai rischi di consegnare ai creatori dei modelli linguistici le chiavi delle loro istituzioni, di lasciare i modelli liberi all'interno delle loro case. La richiesta è chiara – ha continuato Karp – e riguarda il controllo sui dati. I modelli (di AI, ndr) sono cresciuti e hanno prosperato essenzialmente ingerendo l'intero prodotto di lavoro scritto della nostra civiltà. E quei modelli, così come i loro creatori, ora hanno messo gli occhi sull'industria globale”.
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Non solo, il Washington Post ha rivelato che dal 2024 Anthropic ha avviato un piano, il cosiddetto “Panama project” per “scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo” e insegnare ai bot degli LLNM a “scrivere bene”. Milioni di libri sono così stati smembrati da macchine idrauliche per permettere di digitalizzare le parole scritte, in una sorta di simbolica uccisione dell’invenzione di Gutemberg, in una sorta di “piano finale” di “datificazione” della cultura umana.
Contemporaneamente, nell’Argentina di Milei, è stata presentata in parlamento una legge che istituisce per la prima volta le “non-human corporation”, imprese con personalità giuridica la cui caratteristica è che possono essere gestite autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot, senza alcun apporto da parte dell’uomo. Imprese “non- umane” che però useranno dati, informazioni, conoscenze derivanti dagli umani e dal loro lavoro, dalla loro vita, per competere con altre imprese che sono, invece, ancora comunità di lavoratori, impiegati, tecnici, e dirigenti umani.
Il digitale si impone come forma del mondo, scrive il filosofo Luca Taddio nel suo libro Il tramonto dell’umano e il punto di partenza è il dato.” Esso inizia nel momento in cui il mondo viene trasformato in traccia (Ferraris 2009), quando ogni gesto, evento o variazione ambientale diventa informazione registrabile. Si tratta di una traduzione operativa del mondo, entro cui ciò che non può essere tradotto in dati tende progressivamente a perdere rilevanza”[6].
“Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito”, ha scritto Papa Leone XIV nella enciclica Magnifica Humanitas, “non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili. Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta. Chi possiede i dati sanitari di intere popolazioni, oggi raccolti spesso sotto il segno dell’aiuto, della ricerca o dell’innovazione, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro: può modellare i bisogni e i mercati. E può decidere, prima degli altri, a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni. È qui che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo: trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio; restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi”.[7]
La proprietà dei dati
Il tema della “fluidità” o “ambiguità” dei diritti proprietari sui dati non è nuovo. Se ne dibatte all’incirca da quando internet ha aperto il mondo del software, fino ad allora chiuso nelle logiche industriali brevettuali e delle licenze, al mondo della rete, dell’interoperabilità, della condivisione e dei protocolli cooperativi. Da allora i dati hanno incominciato a viaggiare tramite i protocolli internet, a moltiplicarsi e a essere scambiati e condivisi prima, e poi sempre più comprati e venduti.
I dati sono di fatto un bene economico in quanto hanno una domanda e un’offerta che produce valori materiali (economici) e immateriali (conoscenza, potere, etc.). Secondo alcuni (Nicita -Del Mastro[8]) lo scambio di dati, al di fuori di una chiara definizione dei diritti di proprietà, genera tecnicamente una situazione di “fallimento di mercato”. Affermazione che sembra ampiamente confermata dal formarsi di posizioni dominanti da parte delle principali società dell’AI, consolidate grazie ad asimmetrie “epistemiche, economiche e politiche”[9], basate in primo luogo proprio sull’estrazione dei dati da parte delle piattaforme digitali dei “novelli corsari” [10]. “La proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati”, ha scritto Papa Leone, “ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione”.[11]
“Bisogna ripensare il modello culturale di riferimento”, sostiene la professoressa Giusella Finocchiaro, “sotto il profilo giuridico occorre superare la logica proprietaria. I dati, personali e non personali, sono destinati a essere riutilizzati e non sono ‘beni rivali’. La proprietà, invece, è per sua natura un diritto esclusivo. Dunque occorre muovere dalla logica proprietaria a quella dell’uso: in questa direzione, la licenza sembra essere il modello di contratto più appropriato”[12].
L’aver lasciato il problema della proprietà dei dati all’interno di uno spazio ambiguo, tra delega all’uso “funzionale” del dato per certi usi e la cessione della “proprietà” a fini commerciali, ha consentito alle piattaforme dei tecnocapitalisti americani di sfruttare i dati acquisiti in cambio dell’accesso ai loro servizi, e grazie alla loro caratteristica intrinseca di essere riproducibili all’infinito a “costi pari a zero”, di rivenderli miliardi di volte, generando prima un’enorme ricchezza economica e poi sempre più una capacità di manipolazione del mercato stesso e in ultimo anche della politica e dello spazio democratico.
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In questo contesto si ì inserita l’Ue, che ha cercato di attenuare il conflitto crescente tra privacy e concorrenza attraverso l’affermazione giuridica di una piena “portabilità del dato”, e di un altrettanto piena “interoperabilità” dello stesso su diverse piattaforme.
L’Ue si è quindi dedicata negli ultimi anni, attraverso un importante produzione normativa, alla costruzione di un “mercato unico digitale”, con l’intento di farsi garante di uno sviluppo tecnologico rispettoso dei diritti e delle libertà fondamentali per tutti i suoi cittadini (450 milioni). Da qui discende, tra gli altri, il diritto di riavere una copia dei propri dati da qualunque piattaforma o “data owner” e la possibilità di riutilizzarli (interoperabilità) con altri soggetti e anche per scopi differenti sia nel campo profit che in quello non profit (altruismo dei dati). Per facilitare la nascita di questo mercato, tra le altre misure il Dga ha previsto la creazione degli “intermediari dei dati”, con lo specifico scopo di valorizzare i dati attraverso servizi di intermediazione. Questi possono essere soggetti privati o cooperativi, e possono avere finalità profit o operare per fini altruistici e per la creazione di beni comuni. Ad oggi sulle piattaforme dell’UE risultano accreditati circa 50 intermediari di cui quattro o cinque per finalità altruistiche.
Allo stato attuale, questa sembra essere la strada più concreta per i 450 milioni di cittadini europei per poter realizzare nel governo dei dati quelle “forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune”, di cui parla Papa Leone nella sua enciclica. [13]
Se come ricorda Ludovica Paseri nel suo libro Il governo dei dati[14], rifacendosi a Norberto Bobbio, “Il quadro normativo europeo in materia di dati, non è unicamente teso a definire comportamenti obbligatori e sanzioni nel caso della loro inosservanza, una parte fondamentale dell’approccio europeo al governo dei dati è tesa a favorire ‘comportamenti socialmente desiderabili’, generando le condizioni alla base delle quali sia possibile giungere a un fine prestabilito, attraverso una misura di incoraggiamento”, bisognerà di conseguenza che sulla base del principio di sussidiarietà, riconosciuto a livello dalla Comunità europea come pure a livello nazionale dalla nostra Costituzione e anche dalla Dottrina sociale della Chiesa, si agisca per attivare una partecipazione attiva dei cittadini/utenti europei a partire proprio dalla “governance dei dati”, che sono l’elemento fondamentale per l’AI, peraltro da loro stessi prodotti nell’interazione con le macchine a tutti i livelli.
Nella seconda metà dell’800, per fare fronte ai “fenomeni avversi” che colpivano la società nel suo passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, nacquero anche su spinta della Dottrina sociale della Chiesa e del movimento socialista, i “corpi intermedi”, cioè tutte quelle entità interpersonali che hanno lo scopo (secondo la Chiesa) di “proteggere e integrare” la persona.
I corpi intermedi erano dunque tutti quei soggetti associativi autorganizzati, che cercavano di integrare e tutelare le persone all’interno delle dinamiche di cambiamento che sconvolgevano allore, come oggi, la società.
Sono corpi intermedi i sindacati, le organizzazioni di volontariato, i gruppi di acquisto solidale, le misericordie, le mutue, le cooperative, etc., un mondo molto variegato che ancora oggi in Italia vede la partecipazione di oltre 10 milioni di cittadini.
C’è dunque bisogno che questa forza sia attivata e messa al servizio di una “sussidiarietà digitale” che consenta di avere un ulteriore soggetto organizzato, che attraverso la forza dei suoi dati, possa contribuire ai processi democratizzazione dell’IA. C’è bisogno che i cittadini/utenti europei diventino soggetti attivi.
E c’è bisogno che questo accada ora, vista l’accelerazione che lo sviluppo dell’AI sta avendo per ragioni strategiche. Senza questa partecipazione attiva e consapevole sarà molto difficile per l’Europa realizzare i suoi progetti per la creazione di mercati dei dati competitivi che possano contrastare lo strapotere delle piattaforme americane o cinesi e favorire la creazione di intelligenze artificiali europee.
La prima cosa che l’Europa e l’Italia devono favorire è la diffusione di una “cultura del dato” che metta al centro alcuni semplici principi:
- Conoscere e governare i propri dati, perché hanno un valore che aumenta con il numero di volte che vengono usati.
- Condividere i propri dati con altri, perché il valore si genera e cresce solo attraverso l’aggregazione e la cooperazione dei dati più vasta possibile.
- Costruire dei cooperative data commons e negoziare collettivamente con i proprietari delle tecnologie, sulla base del principio della equa ripartizione dei benefici con i data producer.
- Utilizzare i cooperative data commons per costruire modelli open di AI dedicati alla costruzione di beni comuni e gestiti in maniera democratica e mutualistica.
- Contribuire alla creazione di standard e regole condivise per una governance multilaterale e democratica dell’AI, secondo i principi enunciati dal Digital compact UN.
[1] China Daily 18 luglio 2026
[2] https://www.chinadaily.com.cn/a/202607/18/WS6a5ab88aa310986e2b465f4e.html
[3] https://www.boaoai.cn/en/
[4] People’s Daily on line. 10 agosto 2026
[5] https://www.palantir.com/q2-2026-letter/en/ /
[6] Luca Taddio, il tramonto dell’umano. Ed. Il melangolo; 2026; pag. 57-61
[7] Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas; 178; https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html
[8] Marco DelMastro, Antonio Nicita; Big Data, come stanno cambiando il nostro mondo; Il Mulino; 2019
[9] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html
[10] https://www.diariodidirittopubblico.it/il-discorso-di-marsiglia-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella/
[11] Ibidem Magnifica Humanitas; 108
[12] Giusella Finocchiaro; Intelligenza Artificiale. Quali regole; Ed. Il Mulino; 2024; pagg. 87-88
[13] Ididem MH 72
[14] Ludovica Paseri; Il governo dei dati; Giappichelli Ed; 2025; pag. 23
Copertina: Markus Spiske/unsplash