Lanzinger e Rota: “I musei del futuro saranno un grande albero a due chiome”
I coordinatori del Network dei Musei dei Futuri: “Non basta conservare il passato. Servono idee, partecipazione e nuovi linguaggi, non solo tecnologia, per aiutare le comunità a immaginare e progettare il domani”.
Per capire da dove proviene Michele Lanzinger, geologo e paleoantropologo, basta dire che da bambino scappava al Museo tridentino di scienze naturali, a Trento, tra farfalle e minerali. “Era uno spazio affascinante da esplorare, anche in solitudine, ritagliando momenti tra una lezione di violino e un allenamento di pallacanestro”. Quel museo non ha mai smesso di frequentarlo: “Ricordo ancora i dibattiti dei primi anni Settanta dedicati a temi allora poco noti come l’ecologia”. Anni dopo viene assunto e nel 1992 ne diventa direttore. Quando lascia, dopo 32 anni alla guida e una crescita in termini di visitatori e attività, il museo è ormai diventato il Muse – Museo della Scienza di Trento.
Michela Rota è architetta ed esperta di sostenibilità applicata ai musei e agli edifici culturali. Da anni lavora su progetti di museologia, architettura e valorizzazione culturale. “Significa confrontarsi con il tempo lungo, considerare le generazioni future, i nuovi significati del patrimonio, le sfide del presente e quelle che si presentano nel futuro, il ruolo della scienza, la responsabilità per ciò che crea impatti”, spiega. Oggi coordinano il Network dei Musei dei Futuri, lanciato nel 2025 da ASviS e ICOM Italia. Il progetto, nato nell’ambito di Ecosistema Futuro, include già 40 tra musei e istituzioni culturali italiane che stanno avviando riflessioni e iniziative nell'ambito della future literacy e del foresight. Con Lanzinger e Rota abbiamo parlato di evoluzione dei musei, cittadinanza, sostenibilità e immaginazione.
I musei sono luoghi adatti per ragionare di futuro?
Lanzinger Sì, il futuro è già implicito nella definizione di museo approvata da ICOM nel 2022. Le funzioni fondamentali del museo — ricerca, collezione, conservazione e interpretazione — sono spesso associate al passato, ma implicano sempre un’azione nel presente e una responsabilità verso il futuro. Conservare e interpretare significa non solo custodire, ma trasmettere e rendere significativo ciò che si è ricevuto, in una prospettiva che include le generazioni future. Tra i termini della definizione di museo, uno in particolare merita attenzione: ‘interpretare’. Il patrimonio non ha infatti un significato unico e immutabile, ma può generare letture diverse a seconda dei contesti, delle comunità e dei cambiamenti culturali. Per questo il museo non è più il luogo di verità univoche, ma uno spazio dinamico per la costruzione di significati.
Rota I musei hanno la capacità di lavorare simultaneamente sulla profondità del tempo e sulla trasversalità dei linguaggi. Possono estrarre dalle collezioni e dal passato i ‘segnali deboli’, quelle tensioni e trasformazioni che prefigurano cambiamenti sistemici. E sanno farlo attraverso oggetti, immagini, narrazioni, esposizioni e laboratori, non soltanto attraverso dichiarazioni o slogan. In questo il contributo di artisti e scienziati è essenziale. Arte e scienza condividono infatti una vocazione comune all’esplorazione dell’ignoto, al pensiero critico e alla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste. Coinvolgere questi saperi significa aprire nuovi linguaggi per rendere visibili i futuri possibili, parlando insieme alle emozioni e all’intelletto.
È quello che state facendo con il Network dei Musei dei Futuri?
Lanzinger Ci inseriamo un solco già tracciato, arricchendo esperienze consolidate e ampiamente praticate dai musei. Si pensi al tema dello sviluppo sostenibile e all’impegno dei musei italiani nel perseguimento dei 17 Goal dell’Agenda 2030. Noi stiamo pensando ai musei come “macchine di futuro”. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. Basta osservare come lo stesso articolo 9 della Costituzione italiana sia stato modificato nel 2022 introducendo un riferimento esplicito alla responsabilità nei confronti delle future generazioni. Il nostro workshop di febbraio ha mostrato come nei musei italiani esista oggi una generazione di curatori e responsabili animata da uno spirito innovativo e orientata alla ricerca di nuovi paradigmi. Accanto al tradizionale compito di conservazione e valorizzazione del patrimonio, i musei sono pronti ad assumere ruoli inediti.
Rota Nell’ambito del progetto si è tenuto un workshop a Roma, a fine febbraio, dove abbiamo illustrato alcuni metodi e approcci per esplorare i futuri possibili e co-progettato una serie di attività connesse alla futures literacy (alfabetizzazione ai futuri) da realizzarsi nel network. È stato un momento molto concreto e generativo di idee tradotte in possibili azioni. Si è riunito un nucleo di musei ed enti culturali diversi per tipologie e contesto geografico, molti dei quali avevano già una formazione sulla future literacy e sul foresight. Si è avviato un percorso verso le ‘Agorà di futuri’, spazi museali dove comunità locali, scuole, associazioni si incontrano per discutere di futuri possibili, e poi laboratori, hackaton, kit educativi e Instant Exhibition. Il percorso è ancora all’inizio, è importante continuare la fase di dialogo tra i musei del Network, anche per chiarire il posizionamento in equilibrio tra iniziative autonome e quelle orientate a una comunità di pratica strutturata. Ma dopo il workshop di Roma, e il percorso progettuale che stiamo facendo con i musei, crediamo che il Network possa diventare qualcosa di originale anche a livello europeo. Intanto stiamo lavorando a un Manifesto del Network per individuare le specificità.
In che modo il patrimonio italiano può raccontare i cambiamenti?
Rota Una collezione di nature morte del Seicento può diventare il punto di partenza per una riflessione sulla biodiversità di oggi e domani. Un sito archeologico racconta trasformazioni ambientali e ci interroga sullo sfruttamento del suolo e sull’urbanistica sostenibile. Una raccolta etnografica parla di resilienza e adattamento delle comunità. Il portato storico-umanistico e scientifico del nostro patrimonio può sostenere immaginari collettivi di futuro preferibile. Questo è probabilmente il contributo più originale che il modello italiano può offrire: non il museo-spettacolo tecnologico, ma il museo-laboratorio umanistico e scientifico che usa le collezioni, la profondità della storia e le scoperte scientifiche per costruire visioni di futuro radicate, credibili e partecipate.
Lanzinger Quando parliamo di ‘patrimonio italiano’ dovremmo ampliare lo sguardo a uno spazio europeo e mediterraneo fatto di continui intrecci culturali. I musei mostrano che la nostra storia è il risultato di influenze, scambi e meticciati culturali. Ed è proprio questa stratificazione che può aiutarci a immaginare futuri fondati su sostenibilità, partecipazione e democrazia. Le soluzioni non risiedono esclusivamente nelle tecnologie, servono anche idee, visioni condivise e futuri che appaiano socialmente desiderabili. Non dobbiamo temere di reintrodurre il concetto di ‘speranza’: non come attesa fideistica, ma come capacità collettiva di orientarsi, immaginare e agire per un traguardo condiviso.
Nel vostro percorso professionale quando avete capito che i musei dovevano occuparsi esplicitamente di futuro?
Lanzinger Ho già accennato alla mia frequentazione precoce del Museo Tridentino di Scienze Naturali, allora diretto da Gino Tomasi. Era un ambiente vivo, capace di favorire incontri e di ospitare i ragionamenti che la cittadinanza andava sviluppando sul proprio futuro. Quando anni dopo mi sono trovato a dirigere quello stesso museo, la traiettoria era già delineata. Da quel percorso è nato il Muse di Trento, che oggi mette queste tematiche al centro della propria riflessione.
Rota Per me occuparsi di futuri è sempre stato implicito nel concetto di sostenibilità e anche nella professione di architetta. Progettare significa leggere un contesto, comprenderne tensioni e possibilità, e immaginare qualcosa che ancora non esiste. Negli enti culturali ho visto talvolta resistenze ad avviare percorsi strategici e programmatici di sostenibilità integrata nelle diverse dimensioni di lungo periodo, soprattutto sui temi ambientali. Gli strumenti della futures literacy e del foresight permettono invece di rendere questi percorsi più strutturati e di passare da un atteggiamento reattivo a uno anticipante. Esistono già esperienze internazionali molto interessanti, dal Futurium di Berlino al Museum of Tomorrow di Rio de Janeiro. Ma abbiamo capito che non si tratta di importare modelli, quanto piuttosto di trovare una via italiana o euro-mediterranea, che parta dal nostro patrimonio umanistico e scientifico.
Tra dieci anni che cosa vi piacerebbe che le persone dicessero dei musei italiani?
Rota Vorrei che fossero ricordati come luoghi che hanno aiutato le persone e il Paese a progettare futuri sostenibili, aperti e partecipati. Ma anche come spazi capaci di restituire attenzione e profondità in un’epoca in cui l’attenzione è diventata una risorsa scarsa. Luoghi dove l’arte non è soltanto contemplazione del bello, ma uno strumento che attiva domande, mette in crisi le certezze e apre possibilità. Mi piacerebbe che, di fronte a sfide come cambiamento climatico, migrazioni o intelligenza artificiale, i musei italiani non fossero rimasti chiusi, ma fossero usciti verso le comunità.
Lanzinger La società e i musei stanno attraversando trasformazioni profonde, anche per effetto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Immagino i musei del futuro come un grande albero con due chiome distinte ma interconnesse: una partecipativa, legata al coinvolgimento delle comunità, e una orientata alla valorizzazione dei territori, in particolare sul piano turistico. La sfida sarà tenere insieme queste due dimensioni, contribuendo allo sviluppo senza perdere uno sguardo critico sui suoi limiti.