Cinquanta o sessanta milioni di italiani nel 2050? Con quale ruolo per gli anziani?

Il calo delle nascite impone la scelta di un modello demografico, un tema che la politica tende a ignorare perché fortemente divisivo.

di Donato Speroni

Dal blog Numerus, sul sito del Corriere della Sera. 

Sintesi

Non si può fare un discorso sul futuro dell’Italia senza parlare di demografia e del drammatico calo della popolazione già in corso. È giusto migliorare le politiche che possono favorire la natalità, ma senza eccessive illusioni sui risultati. La vera scelta del modello demografico, che la politica elude perché è un tema scottante, riguarda le dimensioni dell’immigrazione: mantenere i livelli attuali della popolazione residente in Italia (circa 60 milioni) attraverso l’accoglienza di almeno 200mila immigrati all’anno, facendo di tutto perché si integrino e rimangano nel Paese; oppure scegliere un modello “giapponese”, basato su scarsa immigrazione, robotizzazione e allungamento della vita attiva? Entrambi i modelli hanno pregi e difetti, che andrebbero studiati in dettaglio in quell’Istituto per il futuro che l’ASviS chiede da tempo, invano, ai governi di istituire. Forse tra “quota 50” e “quota 60″possono esistere soluzioni intermedie, ma non è accettabile che si scivoli verso un futuro di impoverimento senza affrontare il tema, perché ogni scelta comporta la necessità di contromisure per attenuarne i rischi. In ogni caso, crescerà l’incidenza della popolazione anziana sulla economia e sulla vita sociale del Paese. Anziché un peso, gli anziani possono essere una risorsa, se si vorranno rivedere le condizioni del passaggio tra lavoro e pensionamento, il loro ruolo sul territorio, le tutele per chi ha bisogno di aiuto, analizzando anche il loro apporto all’economia e alla transizione ecologica.

Testo completo

Nell’anno che si è chiuso, in Italia si è dedicata un po’ più di attenzione alla demografia. Lo si è fatto perché i dati sul calo della natalità sono davvero allarmanti e anche perché il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, giustamente non ha perso occasione per sottolinearne l’importanza. Futuranetwork.eu, il sito che dirigo e che è stato creato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) per promuovere il dibattito sulle prospettive di medio e lungo termine, ha dedicato a questo tema il convegno “Giovani e anziani nell’Italia del 2050“. Provo a tirare le somme di quanto si è discusso nelle varie sedi su tre punti: le politiche possibili per ridurre lo squilibrio demografico con più nascite “italiane” e con il rientro degli emigrati; le dimensioni dell’immigrazione; le strategie necessarie per far fronte alla prospettiva di un’Italia comunque più anziana.

Vogliamo più italiani. È giusto spingere i nostri connazionali ad avere più figli? Qualcuno ne dubita, considerando che il mondo è già sovrappopolato (7,9 miliardi di persone a fine 2021), che la popolazione mondiale continuerà a crescere (quasi dieci miliardi nel 2050, undici nel 2100) e non abbiamo alcuna certezza di disporre di abbastanza risorse (e di un modello economico adeguato) per garantire che “nessuno resti indietro”, come vuole l’Agenda 2030 delle Nazioni unite. Circa dieci anni fa, l’economista Andrea Ichino prese spunto dal libro (di Gianluca Comin e mio) 2030 – La tempesta perfetta, per porre proprio questa domanda.

L’interrogativo è sempre attuale. Nell’intervista a Sergio Della Pergola, il più autorevole esperto di demografia ebraica, pubblicata da Futuranetwork, il docente di Gerusalemme sottolinea che anche in Israele, nonostante la spinta politica a fronteggiare l’elevata natalità degli arabi, c’è una componente di ebrei ambientalisti contrari a una politica tesa all’aumento delle nascite.

Ma torniamo in Italia. Ricordiamo che anche solo per mantenere la popolazione agli attuali livelli, sarebbe necessario che ciascuna donna fertile (escludendo cioè quelle che non possono o non vogliono avere figli) sfornasse in media tre pargoletti. Invece siamo poco sopra l’unità; in questa situazione a mio parere è doveroso avere politiche che favoriscano la famiglia e la natalità, anche per venire incontro all’aspirazione di molte coppie che rinunciano ad avere figli, pur volendoli, per motivi economici. In ogni caso, queste politiche non porteranno a una rinnovata esplosione demografica, ma al massimo a una lieve correzione della curva.

Al tempo stesso, è giusto favorire il ritorno degli italiani che sono andati a lavorare all’estero: le esperienze internazionali sono utili e arricchenti, ma se chi ha studiato in Italia si trasferisce definitivamente fuori, il tutto si risolve in una perdita per il nostro Paese che su questa persona ha investito negli anni della formazione. Anche queste politiche comunque, pur doverose, non modificheranno sotanzialmente la situazione demografica.

L’apporto dell’immigrazione. Finora abbiamo trattato piuttosto male gli extracomunitari che hanno messo piede sul suolo italiano. Sul territorio nazionale ci sono tuttora più di 500mila irregolari, in parte frutto delle sciagurate politiche degli ultimi anni e di sanatorie troppo complicate per sanare alcunché. Anche chi arrivava con regolare permesso di soggiorno, magari per lavorare temporaneamente nelle campagne, è stato accolto in modo indegno come testimoniano le cronache. Non c’è da stupirsi che molti immigrati desiderino solo fare un po’ di soldi in Italia (e mandarne un po’ alle famiglie nei Paesi d’origine) per poi ritornare alle loro case.

Eppure noi abbiamo bisogno di una quota consistente di immigrazione, cioè di immigrati accolti bene, integrati e desiderosi di mettere radici in Italia. Questa è una verità statistica, non è buonismo. Certo, l’Italia (ma neppure l’Europa intera) non può assorbire tutta la spinta demografica che proviene dall’Africa e dall’Oriente, alla quale è necessario far fronte con politiche di cooperazione e inevitabilmente di respingimenti. Ma il nostro Paese ha bisogno di un un flusso annuale di immigrati.

Quanti? Alla domanda che pongo da più di cinque anni (“quanti immigrati dobbiamo accogliere bene per la mantenere la popolazione all’attuale livello di sessanta milioni di residenti?”) tutti i demografi interpellati mi indicano una cifra tra 200mila e 300mila. È una cifra altissima, ancora di più se sottolineiamo quell’”accogliere bene”, cioè con politiche di integrazione adeguata, quelle politiche che finora non siamo stati capaci di fare.

L’Italia però non solo non le sta facendo, ma non si pone neppure il problema. Anzi, i partiti di destra protestano anche per una limitata riapertura dei flussi regolari (meno di 70mila unità in un anno) oltre che denunciare la “invasione” da parte di chi arriva coi barconi o preme alle nostre frontiere orientali, quasi sempre con l’intenzione di cercare asilo in un altro Paese europeo.

L’elevato sostegno (secondo i sondaggi) ai partiti di destra dipende anche da questo tema e dimostra che l’immigrazione massiccia fa paura. Esiste un’alternativa? Sì, esiste, e la riporto per favorire il dibattito, lasciando a ciascuno la libertà di formarsi una propria opinione. L’alternativa è quella giapponese, che da una popolazione di 127 milioni nel 2014, limitando molto l’immigrazione scenderà a 97 milioni nel 2050. L’allungamento della vita attiva e la crescente informatizzazione dovrebbero far fronte alla prevedibile carenza di manodopera. Insomma, robot al posto di lavoratori immigrati, ammesso che la manodopera autoctona accetti di fare quei lavori che non sono delegabili alle macchine e che sono poco graditi dai nativi.

Continuiamo ad esporre con oggettività le due tesi, indipendentemente dalle mie personali opinioni. Il vantaggio della ricetta “giapponese” potrebbe essere la maggiore stabilità sociale: meno conflitti interetnici, meno tensioni che tendono a polarizzare il discorso politico. Ma gli svantaggi sono anche evidenti: meno popolazione significa meno consumi, quindi meno domanda che spinge il Pil; l’allungamento della vita lavorativa è per molti una prospettiva tutt’altro che gradevole; una popolazione più anziana potrebbe significare meno energie creative. Come ricorda Massimo Livi Bacci, i Nobel si prendono a sessant’anni, ma per ricerche svolte quando se ne avevano almeno venti di meno.

È applicabile la ricetta giapponese all’Italia dove con lo stesso schema la popolazione si contrarrebbe sotto i 50 milioni nel 2050? Forse sì, ma bisognerebbe discuterne e certamente comporterebbe dei prezzi consistenti da pagare, per garantire comunque la copertura dei lavori essenziali e l’equilibrio del sistema previdenziale. O forse no, risponderanno altri, ma allora, se il Paese vuole mantenere l’attuale livello demografico, deve porsi seriamente il problema dell’accoglienza degli immigrati, per evitare di creare gravissime tensioni sociali. Probabilmente tra i due poli può esserci una via di mezzo, ma è impressionante che su questo tema nessuno si esponga con cifre, ragionamenti, proposte.

Il ruolo degli anziani. Comunque si voglia delineare il futuro demografico del Paese una cosa è certa: crescerà l’incidenza degli anziani sul totale della popolazione. Su questo tema abbiamo aperto da tempo il dibattito su futuranetwork con numerosi interventi e iniziative in corso. Ci sono molti punti che devono essere affrontati e ne citiamo alcuni.

Il primo è quello della transizione tra il lavoro e la pensione. Inevitabilmente, l’età di pensionamento tenderà a salire, con l’aumento dell’aspettativa di vita. Ma è il concetto stesso del passaggio dalla vita lavorativa al pensionamento che deve essere ripensato, con modalità graduali che rendano la transizione meno traumatica, attraverso forme di part time o di affiancamento dei giovani.

C’è poi da considerare il grande potenziale degli anziani ritirati del lavoro, che spesso non vogliono limitarsi alla partita a scopone con gli amici. Questo potenziale può esprimersi nel volontariato o anche in forme di collaborazione con le istituzioni sul territorio. Gli enti locali hanno bisogno di personale esperto e ci sono ampi spazi di sperimentazione in questa direzione, ovvviamente senza togliere il lavoro a nessuno.

È anche importante esplorare le implicazioni della “silver economy”, perché i consumi degli anziani avranno un peso crescente sul sistema economico. Se guardiamo anche alla qualità dei consumi, più o meno sostenibili, e alle modalità dell’impegno sociale, abbiamo definito i parametri di una “silver ecology” tutta da esplorare.

Non va dimenticato, comunque, che una componemte rilevante del mondo degli anziani vive male la propria situazione: in solitudine, senza mezzi sufficienti, senza aiuto adeguato dalle istituzioni. Ce lo ha ricordato il rapporto messo a punto per il governo da una commissione presieduta da Monsignor Vincenzo Paglia, alle cui indicazioni finora non si è dato seguito.

In conclusione, non si può parlare del futuro dell’Italia senza parlare di demografia e non si può delineare uno scenario senza fare scelte sul modello di società che si vuole costruire: le politiche per la famiglia e per i giovani, le dimensioni e le modalità dell’immigrazione e il ruolo degli anziani sono i tre punti sui quali dovrebbe svolgersi il confronto politico, tuttora molto reticente su questi temi. L’attuale comportamento delle forze politiche, che tendono solo a eludere il problema, può solo portare a un impoverimento del Paese. Questo infatti sarebbe il risultato di un futuro demografico non previsto e non governato nelle sue implicazioni economiche e sociali. Da tempo l’ASviS si batte per la istituzione di un Istituto per il futuro, un centro di ricerca pubblico, incaricato di elaborare e chiarire le implicazioni dei diversi scenari. Anche quest’anno gli stanziamenti per la sua creazione non sono stati inclusi nella nuova Legge di bilancio. Peccato, perché dai ragionamenti che abbiamo esposto se ne comprende l’importanza.

di Donato Speroni

Venerdì 14 Gennaio 2022
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