La “narrazione” del liberalismo inclusivo passa dalla leva educativa

Mobilità sociale, disuguaglianze, giustizia intergenerazionale. Un libro di Salvati e Dilmore presenta una nuova “narrativa” che si innesta nella filosofia della sostenibilità.

di Giuditta Alessandrini

Può sembrare scontato forse ma è indubbio (e va sottolineato con forza) che il discorso sulla sostenibilità oggi debba essere letto con la lente della riflessione propria delle scienze sociali, un pensiero “lungo” al di là della pur rilevante “zoommata” sul presente. Per questa necessaria operazione può essere particolarmente utile un libro di Michele Salvati e Norberto Dilmore sul liberalismo inclusivo appena uscito per i tipi di Feltrinelli[1].

Partendo dall’ultimo lavoro dell’economista Piketty e dalla considerazione da parte di questi del necessario approccio interdisciplinare alle questioni economiche del nostro tempo, gli autori del testo sopra citato, Salvati e Dimore, spalancano un orizzonte valoriale che ben si presta a fungere da musica di fondo di una riflessione sul presente.

Vediamo perché. Il liberismo inclusivo nasce dal contrasto alle tendenze etnonazionalistiche in progressiva diffusione anche in Europa ed al tempo stesso come alternativa alle tendenze neoliberiste. Questo movimento che gli autori definiscono “narrativa” (come insieme di paradigma ed agenda) nasce interno all’eurozona ma potrebbe riguardare anche la realtà oltreoceano con le prospettive aperte dall’era Biden.  

Fondamentale è il discorso sull’esigenza di tornare a dare sostanza alla mobilità sociale oggi ridotta all’osso, dopo due grandi crisi economiche. Altra priorità, in primis fra tutte, è la lotta alle disuguaglianze in aumento in tutti i settori. Il patto per una crescita inclusiva mobilita necessariamente il tema della giustizia intergenerazionale, anch’esso elemento basico del pilastro europeo dei diritti sociali.

Il Vertice di Porto del maggio scorso ha ribadito con forza e chiarezza le venti declinazioni del pilastro per i diritti sociali come cardine della visione europea. Approccio inclusivo come esigenza di “adottare misure per rafforzare i sistemi nazionali di protezione sociale per garantire a tutti una vita dignitosa preservandone la sostenibilità” (Documento finale della Conferenza di Porto, 5 maggio 2021)

L’aggettivo “inclusivo” sembra caratterizzare universalmente discorsi ufficiali e prese di posizione sul terreno pubblico in questi ultimi giorni, dall’intervento del presidente Mattarella alla recente Giornata del risparmio con un riferimento alle responsabilità delle fondazioni bancarie, al recente discorso di Ursula von der Layen sullo stato dell’Unione.

Ma come definire dunque il liberalismo inclusivo? Gli autori del volume lo definiscono come “quell’assetto politico, economico e sociale che riteniamo sia desiderabile, sia realistico e dunque obiettivo di una battaglia politica che può essere combattuta con la ragionevole aspettativa di essere vinta”. L’espressione – il cui concetto in inglese è noto come “embedded liberalism” - designa un obiettivo notissimo, ovvero (sempre secondo gli autori) “l’aspirazione a tenere strettamente uniti gli aspetti più desiderabili di una concezione liberale e di una socialista” (pag.16).

Obiettivo - aggiungiamo noi - che ha una storia controversa e affascinante per certi versi caratterizzata dalla dimensione utopica (nel senso baconiano del termine), dal pensiero dei fratelli Rosselli negli anni trenta del Novecento, alla visione della socialdemocrazia del secondo dopoguerra, visione che ha avuto un oggetto contro cui lottare strenuamente nell’idea di un liberalismo senza vincoli dove il mercato è (e deve essere) sovrano.

Le disuguaglianze di reddito nelle economie avanzate sono aumentate negli ultimi anni anche a fronte della crescita economica come altri autori come Angus Deaton e Joseph Stiglitz hanno mostrato a sufficienza. Secondo quanto riportato da Piketty, in Europa il 10% più ricco della popolazione ha tra il 50% ed il 60% del patrimonio totale (con un aumento del 10% dal 1980) mentre la parte più povera ha un patrimonio tra il 5 ed il 10% del totale.

Il tema più’ caldo in prospettiva riguarda la leva educativa; leggiamo infatti nel volume di Salvati e Dilmore che: “la risorsa educazione deve essere materializzata in modo appropriato”. Ne consegue che occorre investire in educazione, istruzione e formazione ponendo attenzione al tempo stesso alle politiche attive per il lavoro. È assolutamente da condividere la riflessione sul fatto che gli scenari del lavoro futuri impongono in qualche modo investimenti nell’educazione che non possono prescindere da alcuni obiettivi, ad esempio l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni (come alcuni governi del Nord Europa stanno già facendo, si veda la Finlandia) ed investimenti in formazione continua e life long learning per raggiungere obiettivi di reskilling ed upskilling. Ricordo che nel documento finale del Vertice di Porto del maggio scorso, citato sopra, si legge l’impegno in “investimenti in competenze, apprendimento permanente e formazione che rispondano ai bisogni dell'economia e della società, al fine di raggiungere l'obiettivo, sempre entro il 2030, di almeno il 60% degli europei che partecipano annualmente alla formazione e promuovere l'accesso alle competenze digitali di base per almeno l'80 % di persone di età compresa tra 16 e 74 anni, favorendo così le competenze, la riqualificazione, l'occupabilità e l'innovazione”. Le opportunità apertesi con il Pnrr disegnano anche nel nostro Paese la possibile realizzazione oggi sui diversi fronti delle dinamiche formative e di welfare di logiche inclusive.

La scommessa sull’istruzione, insomma, è una delle leve fondamentali del liberalismo inclusivo perché promuovendo la mobilità sociale può essere uno dei fattori di ridistribuzione del reddito e di contrasto alle disuguaglianze sociali, e quindi di sostegno alla tenuta della democrazia. Tra i futuri desiderabili sui quali ancorare la prospettiva di impegno per una “narrativa egemone” è dunque quella del liberalismo inclusivo. In questa prospettiva la lotta per un ambiente migliore si innesta nella lotta alle disuguaglianze e nella fiducia nell’investimento in educazione. Un monito per i movimenti politici progressisti sul filo del rasoio di un’idea di futuro sostenibile che accolga la pluralità e l'interconnessione dei diversi piani, sociale, ecologico e tecnologico.

 

di Giuditta Alessandrini, pedagogista ed esperta di formazione, fa parte del segretariato ASviS ed è professore ordinario senior presso l’Università di Roma Tre

 

[1] Facciamo riferimento al volume di Michele Salvati e Norberto Dilmore, Liberalismo inclusivo, Un futuro possibile per il nostro angolo di mondo, Feltrinelli, Milano, 2021.

Martedì 26 Ottobre 2021