Lo stakeholder capitalism deve includere gli ultimi della filiera

Il minatore congolese, il contadino etiope o egiziano, l'operaio petrolifero nigeriano, il confezionatore di vestiti del Bangladesh vedono solo gli spiccioli del benessere globale. Ma non ci salveremo se non tutti insieme. 15/03/21

di Marco Mandelli

FUTURAnetwork ha pubblicato il 16 febbraio 2021 l'articolo di Enrico Sassoon, direttore responsabile di Harvard business review Italia, “I nuovi compiti delle imprese tra crescita delle diseguaglianze e cambiamento climatico. Dal valore per gli azionisti agli interessi degli stakeholder: le mosse dei manager sembrano cavalcare il cambiamento”.

Analisi molto interessante, che analizza il capitalismo del ventesimo secolo, di cui riporto un estratto:

“La prima epoca è quella del capitalismo manageriale, che ebbe inizio nel 1932 e fu contraddistinta dalla nozione, all’epoca radicale, che le imprese dovessero avere un management professionale. La seconda, il capitalismo del valore per gli azionisti, ha avuto inizio nel 1976. La sua premessa centrale è che lo scopo di ogni impresa dovrebbe essere quello di massimizzare la ricchezza degli azionisti. Se le imprese perseguono questo obiettivo, si è affermato, sia gli azionisti sia la società ne trarranno beneficio.

Ambedue le epoche non prendevano in particolare considerazione gli stakeholder e l’ambiente esterno all’impresa, figurarsi quello naturale, se non con l’assunto indiscutibile che quando l’impresa e i suoi rappresentanti assolvono al compito di creare ricchezza attraverso il profitto e occupazione sul mercato realizzano il proprio scopo, comprendente peraltro la soddisfazione e il benessere dei cittadini-clienti mediante la vendita di prodotti e servizi appropriati a prezzi giusti.”

In Italia amiamo usare molti termini inglesi, un po' per esterofilia, un po' perché l'economia e la scienza della gestione aziendale sono state studiate soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d'America. Di seguito un piccolo glossario:

 - Chi sono gli “stakeholders”? Stake, in inglese, significa: palo, piolo, rogo, puntata (di una scommessa), premio, interesse. Holder vuol dire “titolare”, portatore.

“Stakeholder” dovrebbe significare “portatore di interesse”.

- E chi sono gli “shareholders”? Share, in inglese, significa quota, azione, porzione, compartecipazione (di società). Shareholder dovrebbe significare “titolare di azioni” ovvero l' azionista di una società.

Nel processo evolutivo dell'economia capitalistica, secondo l'analisi  di Sassoon, si sarebbe passati, nel corso del diciannovesimo e ventesimo secolo, dal capitalismo “dei padroni”, al capitalismo “dei manager”, per arrivare allo “shareholder capitalism”, al capitalismo degli azionisti.

Secondo le dottrine economiche prevalenti nella seconda metà del ventesimo secolo, lo scopo delle imprese era unicamente generare valore (o profitto) per gli azionisti, i soci di un'azienda, coloro che hanno messo il “capitale”. La ricchezza generata dall'impresa si sarebbe poi riversata sull'intera società, generando benessere per tutti. In parte questo è  quanto effettivamente accaduto: tra il 1950 ed il 2000 la ricostruzione post-bellica e l'applicazione in tutto l'emisfero boreale del sistema produttivo tayloristico-fordistico (la catena di montaggio) hanno generato aumenti di produttività e degli scambi internazionali che hanno prodotto un certo benessere nel nord del mondo. In Italia il fenomeno è noto come “miracolo economico”, concentrato soprattutto negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso.

Questi cambiamenti hanno generato  la “classe media”, cioè quel ceto sociale composto da agricoltori benestanti, operai specializzati, impiegati, commercianti, liberi professionisti che erano (e sono) quelli che spendevano (e spendono) e fanno “camminare” l'economia.

Negli anni '50 e '60 la classe media veniva rappresentata nei documentari e nei film statunitensi attraverso la famiglia composta da padre impiegato in una grande azienda, la moglie  casalinga e madre di due  bambini (possibilmente un maschio ed una femmina), con la loro  autovettura “gigante” comprata a rate e la loro casa indipendente con vialetto e giardinetto, casa comprata con un mutuo.

Come ricorda Sassoon nel sopracitato articolo, la crescente automazione e digitalizzazione dei processi produttivi, contemporaneamente alla globalizzazione seguita al crollo del muro di Berlino (1989), ha interrotto il ciclo di benessere che aveva creato la famosa “classe media” nel nord del mondo. Le produzioni sono “emigrate” in est Europa, nord Africa e Asia, le “fabbriche automatiche”hanno meno bisogno di operai ed impiegati. I lavori meno qualificati vengono rimpiazzati dagli “algoritmi”. La Repubblica popolare cinese ha ripercorso, nel periodo 1990-2020, in modo accelerato, lo stesso  tragitto di nord America, Europa, Giappone, sud Corea, diventando la seconda nazione più potente al mondo.

Nel 2000 ci fu un primo stop, dovuto al crollo della bolla speculativa denominata delle “ dot.com”, le aziende quotate al Nasdaq, la borsa nordamericana dei titoli tecnologici. Poi arrivò la crisi dei mutui “subprime” del 2007-2008, che generò fallimenti bancari a catena ed una profonda crisi mondiale. Infine il colpo definitivo della pandemia Covid-19 del 2020.

Nel frattempo l'opinione pubblica mondiale ha preso  sempre più consapevolezza che la crisi climatica in atto produrrà effetti distruttivi per tutti. Le crisi degli anni 2000-2020 hanno accelerato un processo irreversibile di impoverimento della classe media, che è stata il motore dell'economia mondiale nel periodo 1950-2000. Se l'impiegato, l'operaio specializzato ed il libero professionista fanno meno acquisti, perché impoveriti dai sopracitati accadimenti, l'economia si blocca.

La profonda crisi sociale, culturale, ambientale, esistenziale prodotta dal virus  Sars-CoV-2 impone ora degli indispensabili ripensamenti.

Sassoon ci ricorda che nel 2019 le principali imprese e fondi di investimento USA avevano prodotto un documento (vedere www.businessroundtable.org) per cui si dovrebbe passare dallo “shareholder capitalism”, ad un non ben definito “stakeholder capitalism”, cioè da una economia basata a perseguire principalmente il profitto (denominato più “modernamente” valore) per gli azionisti ad una economia i cui i  benefici vengano rivolti  a tutti i portatori di interesse.

Domanda cruciale. Chi sono i portatori di interesse?

Per Adriano Olivetti, citato da Enrico Sassoon nell'articolo di cui sopra, i portatori di interesse erano i membri della comunità che ruotava intorno alla sua azienda;  Adriano Olivetti non ha solo teorizzato questo concetto, ma lo ha anche messo in pratica, costruendo, tra le molte altre cose,  abitazioni ed asili nido per i propri dipendenti, e dando un'ora di pausa pranzo in più agli stessi, affinché potessero istruirsi.

Nel corso degli ultimi anni il sistema economico capitalista ha cercato di adeguarsi ai mutati scenari mondiali, generando il principio della responsabilità sociale dell'impresa ed una maggiore attenzione all'ambiente. Prende sempre più piede il concetto di “sostenibilità”. Ma sostenibilità è un termine generico, che può essere adattato a mille contesti diversi.

Per sostenibilità economica intendiamo un procedimento, una attività economica, un progetto che possa sostenersi attraverso un equilibrio tra entrate ed uscite. La mia rata di mutuo è “sostenibile”, se posso permettermi di ripagarla ogni mese (diversamente la mia casa verrà pignorata).

In genere il termine sostenibilità viene associato alla questione ambientale. Ma, lo hanno capito in molti, ormai non si può più separare la sostenibilità ambientale da quella sociale. Ossia la sostenibilità di una impresa e/o di una comunità deve prendere in considerazione sia la capacità dell'ambiente circostante (e non solo) di sopportarne il prelievo di materia e le  emissioni, che le ricadute economiche e di benessere (o di malessere) sugli abitanti del luogo, della nazione e dell'intero pianeta.

Sassoon ci ricorda che Il capo di Blackrock, maggior gestore mondiale di fondi finanziari, ha  comunicato che prenderà in considerazione solo investimenti “sostenibili”. Lo stesso intendimento è sembrato intravedere nel corso del World economic forum di Davos del gennaio 2020.

L'Unione europea ha varato lo scorso anno il “Green new deal”, la nuova amministrazione Usa del presidente Biden sembra voler ripercorrere la stessa strada, idem per la Repubblica popolare cinese, che dopo l'impetuosa crescita economica deve ora fare i conti con le ricadute ambientali.

Quindi tutto bene? Usa, Ue e Repubblica popolare cinese, le locomotive del mondo, tutte orientate alla tutela ambientale.

Ma poco o per nulla si dice in merito al fatto che la crisi climatica è generata principalmente dagli essere umani. Gli esseri umani sono  coloro che hanno prodotto la crisi climatica e sono coloro che ne subiscono le conseguenze. Il pianeta Terra è indifferente a questo: esisteva prima della comparsa dei primati ed esisterà anche dopo.

 

Chi sarebbero allora gli “stakeholders”,  i portatori di interesse?

Secondo i principali protagonisti dell'economia mondiale, gli “stakeholders”  sono sicuramente i soci, gli azionisti dell'impresa, ma lo sono anche i suoi dipendenti, i collaboratori esterni, i  fornitori, i suoi clienti, gli abitanti del territorio, la nazione in cui insiste l'impresa.

Ma tra i fornitori ed i dipendenti quasi nessuno prende in considerazione il minatore congolese, il contadino etiope o egiziano, l'operaio petrolifero nigeriano, il confezionatore di vestiti del Bangladesh, cioè quelli che stanno all'ultimo gradino della filiera economica e produttiva mondiale. Quelli che vedono solo gli spiccioli del (presunto) benessere globale.

Semplicemente non esistono.

Ma il (presunto) benessere mondiale (soprattutto dell'emisfero boreale) esiste solo e solamente perché il contadino ed il minatore africano, asiatico o sudamericano non hanno diritti sociali, ambientali, sindacali. Come si dovrebbe dire, vengono “sfruttati” o meglio, da loro si “estrae valore”. Non solo attraverso il prelievo di materie prime agricole  e minerarie, ma anche usando le loro nazioni come pattumiere per i nostri rifiuti.

E la miseria dei tre quarti della popolazione mondiale produce effetti devastanti, in particolare con le grandi migrazioni, degli africani e degli asiatici verso l'Europa, e dei centro-sudamericani verso il nord America. Le grandi migrazioni sono accelerate dalla crisi climatica, che produce desertificazione ed inondazioni.

Se non si prenderà velocemente coscienza della situazione e se non  provvederà velocemente ad un programma di redistribuzione mondiale della ricchezza e del benessere, le tensioni sociali renderanno insostenibile qualsiasi programma, ci sarà una lotta per l'accaparramento di acqua, terreni coltivabili  e materie prime e sempre più  guerre saranno inevitabili.

Redistribuzione non significa fare l'elemosina, come stiamo facendo da decenni attraverso la “cooperazione internazionale”. Redistribuzione significa che non ci salveremo se non tutti insieme.

Ma, ovviamente, poiché  “non esistono pranzi gratis”, come diceva qualcuno, la redistribuzione produce positività per qualcuno, ma problemi per altri. Redistribuzione vuol dire che noi “ricchi” dell'emisfero boreale dobbiamo cambiare stili di vita. Il “bengodi” degli ultimi 70 anni non è più praticabile.

  1. Prendere l'aereo per fare un week-end in una capitale europea, la settimana bianca o quindici giorni alle isole Maldive sono un "lusso" non più sostenibile né ambientalmente né socialmente. Il turismo di massa, comprese le crociere, è altamente consumistico e non più sopportabile.
  2. Dobbiamo promuovere la mobilità collettiva. L'auto elettrica non è la risposta.
  3. Serve una urbanistica che favorisca una mobilità ed un vivere sociale migliore, come, ad esempio,  attraverso i “condomini solidali” (co-housing)
  4. Praticare gli acquisti “critici e/o responsabili”; prendere coscienza che ogni nostro atto quotidiano, compresi gli acquisti di beni e servizi, produce degli effetti, a breve o a lungo termine su tutta la razza umana.

Abbiamo bisogno di una classe politica e dirigente mondiale che sappia guardare ai prossimi decenni, non solo a domani e dopodomani. Se non prenderemo coscienza di questo, tempi molto duri ci attendono.

di Marco Mandelli, consulente per l'ambiente, l'energia e la nuova economia. Gestisce il portale Promoambiente.

Lunedì 15 Marzo 2021