Il paradosso della plastica: sappiamo raccoglierla, ma non venderla
L’Italia differenzia sempre meglio, ma gli impianti faticano ad assorbire i materiali e il riciclato costa più del vergine. L’Europa prova a creare un mercato, mentre la produzione globale continua a crescere.
C’è un gesto che in Italia abbiamo imparato a fare piuttosto bene: separare la plastica dal resto dei rifiuti. Lo facciamo in cucina, in ufficio, al ristorante. Nel 2025, secondo il consorzio Corepla, sono state raccolte quasi 1,3 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica, 27 chilogrammi per abitante: il 3,75% in più rispetto all’anno precedente. Il sistema gestito da Corepla ha avviato a riciclo 1,18 milioni di tonnellate, delle quali 970mila sono state effettivamente riciclate. È il 49,6% della plastica immessa al consumo, a un passo dall’obiettivo europeo del 50%.
Sono numeri che mostrano quanto sia diffusa la raccolta differenziata nel nostro Paese. Ma questa è solo una parte della storia. Quando la bottiglia viene gettata nel contenitore della plastica, inizia una complessa filiera industriale: la plastica deve essere raccolta, trasportata, selezionata, lavata, trattata e trasformata in nuova materia prima. E quella materia prima, alla fine, deve trovare un compratore. È qui che negli ultimi mesi sono emerse le difficoltà maggiori.
Beppe Severgnini, in un articolo sul Corriere della Sera, ha riassunto il problema in modo efficace: la plastica riciclata può costare più di quella vergine importata (principalmente) dall’Asia. Mentre la raccolta cresce, quindi, il materiale recuperato non trova necessariamente un mercato sufficiente. Il tema è economico, ma anche industriale: se gli impianti raccolgono più plastica di quanta ne riescano a trattare, o se il materiale riciclato costa più di quello vergine, la filiera rischia di incepparsi.
E infatti il problema sta già emergendo nella capacità degli impianti. A settembre il presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo ha segnalato un aumento della raccolta nei primi mesi del 2026, insieme a una riduzione della capacità di selezione. In alcune regioni, ha spiegato, lo squilibrio è diventato particolarmente evidente. “Andiamo incontro a una crisi strutturale da cui si fa fatica a immaginare una via d’uscita”, ha detto Quagliuolo, spiegando che i rincari della plastica vergine provocati dal blocco di Hormuz hanno favorito temporaneamente quella riciclata.
Servono anche spazi per stoccare la plastica che arriva dalla raccolta e misure operative immediate. A chiederle sono le Regioni, che hanno presentato al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica un piano in 21 azioni per sbloccare la filiera. Il pacchetto tocca diversi fronti: si va dalla richiesta di regole uniformi a livello nazionale per gli stoccaggi temporanei al monitoraggio più frequente delle giacenze, oltre a interventi sulle frazioni di plastica più in difficoltà sul mercato.
La raccolta, negli ultimi anni, è cresciuta più rapidamente della capacità della filiera di assorbire e valorizzare tutto il materiale. Ma anche risolvendo questo problema resterebbe una questione sul tavolo: quanto costa la plastica riciclata rispetto a quella nuova?
I costi della plastica
Una volta raccolta e trasformata, la plastica riciclata deve competere con quella vergine, prodotta a partire da petrolio e gas. E oggi, in molti casi, parte svantaggiata. La plastica vergine viene prodotta all’interno di una filiera petrolchimica costruita su grandi volumi e impianti altamente integrati: può essere dunque venduta a prezzi molto competitivi. È il motivo per cui diversi produttori preferiscono usare la plastica vergine che arriva da Paesi extra Ue. Il rapporto fra i due prezzi, ovviamente, non è fisso. Cambia con il costo del petrolio, con la disponibilità di materia prima e con la qualità del riciclato.
La differenza si vede anche nelle dimensioni del mercato. L’Asia, rileva Plastics Europe, produce il 57,2% della plastica mondiale e la sola Cina il 34,5%, quasi tre volte l’intera Unione europea. Il grafico qui sotto è abbastanza eloquente: negli ultimi due decenni la quota di mercato globale dell'Europa ha continuato a erodersi, crollando dal 22% del 2006 a solo il 12% della produzione mondiale nel 2024. E Opis, società che monitora i mercati delle materie prime, nelle sue previsioni per il 2026 segnala che la domanda europea rimane debole: fuori dagli utilizzi per cui le norme impongono una quota di materiale riciclato, molti acquirenti non sono disposti a pagare un sovrapprezzo quando la plastica vergine è disponibile a prezzi competitivi.

Una bottiglia può, dunque, essere raccolta correttamente, selezionata e trasformata in nuova materia prima e, nonostante tutto, risultare più costosa di una materia prima prodotta da zero. Dal punto di vista ambientale le due cose non sono equivalenti, ma dal punto di vista di un'azienda che deve acquistare un materiale la differenza di prezzo pesa.
Il risultato è che servono più impianti e più capacità per trattare la plastica raccolta, ma gli operatori hanno bisogno di un mercato disposto a comprare il materiale che producono. Se il prezzo della materia vergine rimane più basso, la domanda di riciclato fatica a crescere. Per questo la questione non si può risolvere soltanto aumentando la raccolta. Bisogna intervenire sul mercato, per rendere il riciclato più competitivo oppure creare condizioni che rendano conveniente utilizzarlo.
Un mercato per il riciclato
Se il mercato non rende abbastanza conveniente usare plastica riciclata, una strada è obbligare le aziende a utilizzarla. È quello che l’Unione europea sta facendo, soprattutto con gli imballaggi. Il nuovo regolamento europeo, entrato in applicazione nell’agosto 2026, stabilisce che la plastica utilizzata negli imballaggi dovrà contenere quantità minime di materiale riciclato. Dal 2030, per esempio, le bottiglie per bevande in plastica dovranno contenere almeno il 30% di plastica riciclata, per alcuni altri tipi di imballaggio le percentuali saranno diverse. Nel 2040 gli obiettivi saliranno ulteriormente. La norma prova quindi a intervenire nel punto in cui oggi la filiera si blocca: non sulla quantità di rifiuti raccolti, ma sulla domanda di materiale riciclato.
È già successo con le bottiglie per bevande. Le regole europee hanno fissato un contenuto minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in Pet dal 2025. Allo stesso tempo, l’obiettivo di raccolta separata delle bottiglie è salito al 77% nel 2025 e arriverà al 90% nel 2029. Il regolamento non interviene però solo sul riciclo. Prevede anche di ridurre gli imballaggi inutili e favorire il riuso e la ricarica, mentre le norme europee sulle plastiche monouso puntano a ridurne il consumo e la dispersione.
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Questo crea però un altro problema. Come osserva Recycling Europe, se l’Europa chiede alle aziende di usare più plastica riciclata, deve assicurarsi che quella plastica esista, abbia una qualità sufficiente e possa essere venduta a un prezzo sostenibile. Altrimenti l’obbligo rischia di trasformarsi in un costo aggiuntivo per le imprese, senza risolvere il problema degli impianti che oggi fanno fatica a collocare il materiale.
Il principio vale anche fuori dagli imballaggi. Nel settore automobilistico, per esempio, le nuove regole europee prevedono che dal settembre 2032 le nuove automobili contengano almeno il 15% di plastica riciclata. L’obiettivo è creare una domanda stabile per i materiali recuperati dalle auto a fine vita e spingere i costruttori a progettare veicoli più facili da smontare e riciclare.
Si tratta di segnali importanti, ma una quota obbligatoria non crea automaticamente un'industria competitiva. Se il riciclato europeo rimane più costoso della plastica vergine importata, le aziende avranno comunque bisogno di condizioni che rendano possibile rispettare gli obblighi senza perdere competitività.
Troppa plastica
Anche se riuscissimo a far funzionare meglio la raccolta, aumentare gli impianti e creare una domanda stabile per la plastica recuperata, resterebbe un dato di fatto: produciamo tanta, troppa plastica. Nel 2023 a livello globale sono state generate 413,8 milioni di tonnellate di plastica. Di queste, 374,2 milioni erano di origine fossile. La produzione complessiva è cresciuta di oltre 43 milioni di tonnellate rispetto al 2018.
Il 6 settembre, ha ricordato il Wwf, c’è stato il Plastic Overshoot Day, la data in cui la quantità di rifiuti plastici prodotti nel mondo supera la capacità dei sistemi di gestione di raccoglierli e trattarli in sicurezza. Nel 2026 sono stati generati 227 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, dei quali 72 milioni (31,6%) mal gestiti. L’Italia arriva più tardi a questa soglia. Il suo Plastic Overshoot Day cade il 5 novembre, ma il Paese produce comunque circa 61 chilogrammi di rifiuti plastici per abitante all’anno. Il Wwf la colloca tra gli “Overloaders”, i Paesi che generano grandi quantità di rifiuti plastici. È una posizione migliore rispetto alla media mondiale, ma non significa che il problema sia risolto.
La questione diventa ancora più evidente guardando al resto del mondo. Cina, India, Russia, Brasile e Messico sono tra i Paesi che contribuiscono maggiormente alla quantità globale di rifiuti plastici gestiti in modo improprio; secondo Earth Action, dodici Paesi rappresentano complessivamente il 60% dei rifiuti mal gestiti.
Per questo la partita si è spostata anche sul piano internazionale. Alle Nazioni Unite si cerca ancora un accordo globale sulla plastica, ma il trattato non riesce a fare passi avanti: alcuni Paesi vogliono intervenire sulla produzione di plastica vergine, altri preferiscono concentrarsi sulla gestione dei rifiuti.
A settembre, intanto, un gruppo di scienziati statunitensi e cinesi ha chiesto alle Nazioni Unite di introdurre un sistema globale obbligatorio per raccogliere dati sulla plastica. Produzione, commercio, utilizzo, riciclo e smaltimento vengono oggi misurati con criteri diversi nei vari Paesi, rendendo difficile confrontare i dati e capire dove intervenire. La proposta, pubblicata sulla rivista Science, parte da un principio semplice: senza dati comparabili è difficile governare una filiera globale.
Copertina: Zyanya Citlalli/unsplash