In fuga dal caldo e dall’iperconnessione: come stanno cambiando le vacanze
Coolcation, quietcation, last chance tourism: il turismo si adatta alla crisi climatica e alle trasformazioni globali. Ma in Europa quasi una persona su quattro non può permettersi nemmeno una settimana di ferie.
Per decenni il turismo è stato guidato da una logica semplice: cercare il sole d'estate e la neve d'inverno. Oggi questa logica sta cambiando. Il cambiamento climatico rende alcune destinazioni sempre più difficili da vivere durante i mesi estivi, le tensioni internazionali aumentano l'incertezza, e il costo della vita spinge molte persone a ripensare il proprio modo di viaggiare. Allo stesso tempo cresce il desiderio di rallentare, di disconnettersi dalla tecnologia e di vivere esperienze considerate autentiche.
In fuga dal caldo
Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici, portano molte persone a scegliere mete fresche anche per le vacanze estive. Sono le coolcation dall’unione delle parole cool (fresco) e vacation (vacanze). Dal Travel & sustainability report 2026 di Booking.com, una delle più famose piattaforme per la prenotazione di alloggi, emerge che oltre la metà delle persone intervistate considera alcune mete troppo calde e ha deciso di rimuoverle dalla propria lista dei desideri. Tre quarti dei viaggiatori, inoltre, considera il rischio di eventi estremi quando sceglie una meta o il periodo in cui viaggiare.
“L'Europa si trova all'epicentro delle sfide che le ondate di calore pongono al settore turistico. È il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale, nonché quello più visitato: Francia, Spagna, Italia e Grecia figurano costantemente tra le prime dieci destinazioni a livello globale” spiega National Geographic. Ma ora molte persone si stanno spostando verso Nord per le vacanze. Nel 2025, ad esempio, le prenotazioni da Francia e Italia verso la Svezia sono aumentate del 50%-60% rispetto all’anno precedente, secondo le stime della compagnia area svedese Sas.
A conferma di questa tendenza, nel 2026 l’applicazione per i viaggi Polarsteps ha pubblicato il primo Summer heat escape index che analizza 25 Paesi europei in base alle temperature diurne e notturne massime ad agosto, la temperatura dell’acqua del mare o la copertura forestale. Al primo posto c’è l’Islanda, al secondo la Finlandia e al terzo la Norvegia. Questi Paesi hanno deciso di sfruttare l’occasione: l’ente ufficiale del turismo norvegese, ad esempio, ha dedicato una pagina web ai luoghi adatti a una coolcation. Mentre la Danimarca e la Finlandia hanno approvato piani e investimenti per aumentare il numero di visitatori stranieri e la loro spesa.
Il turismo dell’apocalisse
Il cambiamento climatico sta portando sempre più persone a visitare alcuni luoghi, come i ghiacciai le barriere coralline o le isole, prima che sia troppo tardi. È il last chance tourism, o turismo dell’ultima possibilità. Ne è un esempio il Mer de Glace, il ghiacciaio più grande delle Alpi francesi che, come molti altri, si sta fondendo a ritmi vertiginosi. O Pond Inlet, un villaggio di circa 1600 abitanti (per lo più Inuit) situato nell’Artico canadese, che accoglie ogni anno centinaia di turisti desiderosi di assistere agli ultimi anni di vita dei ghiacci nordici.
Last chance tourism: che cos’è e perché secondo alcuni dovrebbe essere fermato
Visitare i territori minacciati dal cambiamento climatico prima che scompaiano: questo è il mantra del “turismo dell’ultima possibilità”. Ma il rischio è di danneggiare i luoghi che si vorrebbero proteggere.
Questo tipo di turismo è, per alcuni, una cosa buona, perché potrebbe rendere le persone più consapevoli dell’impatto che esercitano sul pianeta. Secondo un sondaggio del 2020 tra i visitatori del Mer de Glace, l’80% ha dichiarato che vorrebbe saperne di più su come proteggere l’ambiente e il 77% che si ritiene disposto a ridurre il proprio consumo giornaliero di acqua ed energia.
Altri, invece, sono molto scettici: sottoporre questi territori a ondate turistiche frequenti vorrebbe dire sommare inquinamento ad altro inquinamento o aumentare il rischio di diffusione di malattie o specie invasive, favorendo la scomparsa di ciò che si vorrebbe preservare. È una preoccupazione emersa, ad esempio, dopo i casi di hantavirus registrati a maggio del 2026 sulla nave da crociera MV Hondius. Il virus era stato probabilmente contratto prima dell'imbarco, ma l'episodio ha mostrato come la crescita del turismo verso destinazioni remote possa complicare la gestione delle emergenze sanitarie e aumentare il rischio di trasportare malattie tra aree geografiche molto distanti. Come riporta Reuters, il numero di persone che hanno visitato l’Antartide è più che triplicato, passando da 37mila nel 2015 a più di 117mila nel 2025. La maggior parte dei turisti si concentra sulla costa della penisola antartica dove si radunano foche e uccelli marini, rendendo questi ecosistemi particolarmente vulnerabili.
Lontano dalla modernità
Una delle tendenze che sembra destinata a crescere è la quietcation o hushpitality, una vacanza lontani dallo stress della vita quotidiana e, in molti casi, dalla tecnologia. “Sembra che le persone siano diventate così insoddisfatte della vita digitale da essere disposte a pagare di più per sfuggirvi” scrive la Bbc. Plum Guide, una piattaforma per l’affitto di case di lusso, ha registrato un aumento del 17% tra il 2024 e il 2025 nella ricerca di alloggi in zone remote o di campagna che offrano la possibilità di “disconnettersi”.
La start up Unplugged, attiva dal 2020, ad esempio, ha più di 50 microcase sparse nel Regno Unito e in Spagna per un “digital detox”: ai clienti viene data la possibilità di lasciare lo smartphone in una cassetta di legno e di utilizzare una mappa per orientarsi e un vecchio telefono per eventuali emergenze. L’agenzia di viaggio Logout è la prima in Italia a organizzare vacanze senza tecnologia: lo smartphone dei partecipanti viene inserito in una cassetta di sicurezza e restituito solo alla fine dell’esperienza. Ma sono vietati anche computer, macchine fotografiche e televisori,
Per altri allontanarsi dalla modernità significa cercare cieli stellati, racconta l’Economist. Almeno l'80% della popolazione mondiale vive sotto cieli interessati dall'inquinamento luminoso; una percentuale che sale al 99% negli Stati Uniti e in Europa. È una situazione destinata a peggiorare: secondo uno studio pubblicato su Science, le località che contano attualmente 250 stelle da poter ammirare nel cielo ne avranno solo cento tra circa 18 anni.
Per rispondere alla domanda di questo turismo notturno o astronomico (noctourism o astrotourism) alcuni hotel hanno iniziato a offrire l’accesso ai telescopi o esperienze di meditazione al chiaro di luna. Al Ula, nel deserto dell'Arabia Saudita, ad esempio, sta puntando con decisione sul turismo astronomico attraverso la costruzione di un osservatorio all'avanguardia e di strutture di lusso dedicate all'osservazione delle stelle.
Chi parte e chi no
Non stanno cambiando solo le destinazioni, ma anche la durata delle vacanze. Molte persone preferiscono infatti distribuire i giorni di ferie in più soggiorni brevi, le cosiddette microvacation, invece di concentrare tutto in una o due settimane consecutive. Secondo l’analisi dell’European travel commission, il numero di persone che sceglie un soggiorno compreso tra le 4 e le 6 notti continua a crescere, arrivando al 38% della popolazione, mentre diminuisce quello di chi viaggia per 7-12 giorni. Queste brevi gite fuori porta sono una conseguenza delle incertezze legate al clima e alla situazione internazionale, ma anche delle disponibilità economiche limitate. Vacanze più brevi sono più facili da organizzare e comportano un minor rischio di ritrovarsi con tanto lavoro arretrato, sottolinea la Bbc.
Alcune persone si spingono anche oltre: negli ultimi anni si stanno diffondendo gli extreme day trip, viaggi internazionali (o a volte persino intercontinentali) con partenza all’alba e rientro nella tarda serata dello stesso giorno. Per molti è un modo accessibile per vedere posti diversi senza spendere troppi soldi. Sempre più persone, infatti, hanno iniziato a contare il numero di Paesi visitati, tanto che l’Economist ritiene che “viaggiare sta diventando uno sport competitivo”. Quando il Travellers’ century club fu fondato nel 1954, solo poche persone potevano vantarsi di aver visitato 100 Stati, il requisito minimo per l'ammissione. Oggi i membri sono quasi duemila. È cresciuto anche il numero di persone che ha visitato tutti i 193 Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite. “Il primo a farlo fu il finlandese Rauli Virtanen nel 1988, fino al 2000 erano meno di una ventina. Ora sono oltre 500, di cui quasi 200 negli ultimi tre anni” scrive Il Post.
C’è anche chi non parte affatto, soprattutto nei mesi più caldi. La staycation, dalle parole inglesi stay (rimanere) e vacation (vacanza), è la vacanza trascorsa a casa o nelle immediate vicinanze. In alcuni casi si tratta di una scelta consapevole e può offrire l’opportunità di rallentare, vivere la vita in base ai propri ritmi, evitare il sovraffollamento e andare alla riscoperta dei propri territori. In molti altri, però, si tratta di una scelta obbligata: secondo le ultime stime della Commissione europea nel 2025 il 27,5% della popolazione europea non ha avuto la possibilità di trascorrere almeno una settimana all’anno in vacanza. Nel nostro Paese non può permetterselo il 37,5% delle persone, in aumento rispetto al 31,4% nel 2024.
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