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Perché i ricchi sono sempre più ricchi (e cosa aspettarsi dal futuro)

Dalle piattaforme tech ai colossi della finanza, la nuova élite globale gode di rendite e posizioni dominanti. L’AI, se non governata, potrebbe accentuare il fenomeno.

martedì 7 luglio 2026
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La ricchezza globale continua a crescere. Ma sempre meno persone ne raccolgono i frutti. Negli ultimi anni il patrimonio mondiale ha raggiunto livelli record, sostenuto da una serie di fattori tra cui la corsa dei mercati finanziari, il boom tecnologico e l’aumento del valore delle imprese, delle Borse e del mercato immobiliare. Eppure è una crescita non uniforme: una quota sempre più ampia della ricchezza finisce nelle mani di una élite ristretta. È un qualcosa, secondo molti, di profondamente connaturato alle distorsioni del capitalismo contemporaneo. Che cosa ci dicono i numeri?

Secondo il World inequality report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza totale, mentre la metà più povera dell'umanità si divide appena il 2%. Ancora più impressionante è il dato relativo allo 0,001% più ricco: meno di 60mila persone, la capienza di un impianto sportivo medio-grande, detiene una ricchezza che è tre volte quella della metà più povera del pianeta.

La fotografia è confermata anche da Oxfam. Nel suo ultimo rapporto l’organizzazione evidenzia che nel solo 2025 il patrimonio dei miliardari è cresciuto di oltre il 16%, raggiungendo il massimo storico di 18.300 miliardi di dollari. Dal 2020 la loro ricchezza è aumentata di oltre l’80%, a un ritmo molto superiore rispetto alla crescita dell'economia mondiale.

Ma perché la ricchezza tende a concentrarsi?

Una delle spiegazioni è quella proposta dall’economista Thomas Piketty. Nel suo Il capitale nel XXI secolo sostiene che, quando il rendimento del capitale cresce più velocemente dell'economia, chi possiede patrimoni vede aumentare la propria ricchezza molto più rapidamente di chi vive del proprio lavoro. Se questo meccanismo non viene corretto da politiche fiscali, redistributive o da forti shock economici, la concentrazione della ricchezza tende ad aumentare.

Lavoro e AI: dal progresso esponenziale allo stallo, quattro scenari possibili per il 2030

Un paper del World economic forum incrocia l’evoluzione dell’intelligenza artificiale e la preparazione della forza lavoro. Dalle traiettorie di queste variabili emergono futuri molto diversi tra loro.

In un rapporto di qualche tempo fa, l’Ocse aveva segnalato la necessità di rafforzare i sistemi fiscali per migliorare l’efficacia delle tassazioni per i redditi più alti. Eppure, in diversi Paesi dell’area Ocse, le disuguaglianze economiche continuano ad ampliarsi, anche per effetti di aliquote fiscali più basse, esenzioni e detrazioni per categorie di reddito e patrimonio.

Negli ultimi vent’anni, poi, nel percorso verso la digitalizzazione si sono affermati modelli “winner takes all”, già descritti in diversi report delle Nazioni unite, in cui poche aziende globali conquistano fette sempre maggiori di mercato sfruttando i dati, le tecnologie e la proprietà intellettuale. È il caso delle grandi piattaforme tech, ma anche dei colossi della finanza e del lusso, che concentrano valore molto superiore delle industrie tradizionali.

La variabile AI

L’intelligenza artificiale aumenterà inevitabilmente le disuguaglianze o genererà una ricchezza diffusa? È una delle grandi domande che accompagneranno l’economia dei prossimi anni. Un recente rapporto dell’Onu mette in guardia dal rischio che l’AI allarghi il divario non solo tra Paesi ma anche tra grandi imprese e il resto dell’economia, se non accompagnata da regole adeguate e investimenti diffusi. È la conclusione a cui arriva anche lo studio dello scienziato Alireza Zandieh, “Artificial intelligence, economic inequality, and financial barriers to sustainable peace”, pubblicato a giugno sulla rivista Social Sciences & Humanities Open: l’AI, così come si sta sviluppando oggi, finirà col rafforzare la concentrazione della ricchezza e del potere economico.

In un intervento uscito poche settimane fa sul suo Substack, Paul Krugman arriva persino a chiedersi se l’AI possa produrre una vera e propria “inequality apocalypse”, uno scenario in cui i guadagni di produttività finiscono quasi interamente nelle mani dei proprietari delle aziende tecnologiche. L’allarme, va ricordato, arriva da un economista tutt’altro che ostile all’innovazione, che ha più volte rigettato gli scenari catastrofici di disoccupazione di massa.

Non tutti però condividono questa lettura. Daron Acemoğlu, Nobel per l’economia nel 2024, continua a dire che “l’AI non determina automaticamente né crescita, né disuguaglianza; dipende da come viene progettata”. L’economista distingue fra automation AI e augmentation AI, con la seconda che aumenta la produttività dei lavoratori invece di sostituirli. 

Secondo il Fondo monetario internazionale, che ad aprile ha pubblicato un documento interessante sul tema, l'intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività globale e generare nuova ricchezza in misura paragonabile ad altre grandi rivoluzioni tecnologiche. La differenza, spiegano gli economisti dell’Fmi, la faranno le politiche: investimenti nelle competenze, concorrenza, sistemi fiscali e redistribuzione determineranno se i benefici saranno diffusi oppure finiranno concentrati in poche mani.

L’AI rischia di allargare ulteriormente il divario tra Stati Uniti ed Europa

Un nuovo studio avverte: l’intelligenza artificiale sta seguendo lo stesso schema della rivoluzione dei computer. Gli Usa adottano prima e di più, e il vantaggio potrebbe riflettersi ancora una volta sulla produttività.

La nuova geografia della ricchezza

Qualunque sarà l’esito di questa sfida, una trasformazione è già in corso. Negli ultimi vent'anni è cambiato il modo in cui si crea ricchezza e, di conseguenza, anche chi la possiede. Il baricentro del capitale si è spostato dai settori tradizionali (industria, immobiliare ed energia) verso tecnologia, software, semiconduttori, spazio e, appunto, intelligenza artificiale. Sempre più spesso la ricchezza nasce da asset immateriali: algoritmi, brevetti, dati, software e piattaforme digitali. L’esempio più eclatante è quello di Elon Musk. Dopo la nuova valutazione record di Space X sul mercato privato, l’imprenditore è entrato nell’Olimpo dei trilionari, con un patrimonio che supera il Pil del Sudafrica e di oltre 150 nazioni.

Una nuova élite che non vive solo di rendite, ma concentra contemporaneamente capitale, reddito da lavoro (spesso altamente qualificato) e naturalmente la proprietà di grandi imprese. È il concetto di homoploutia, approfondito in una recente intervista a Le Monde dall’economista Branko Milanović: le stesse persone (homo) sono ricche (ploutia) sia in termini di reddito da capitale che da lavoro. L’Italia, fa notare Milanović, ha probabilmente il più alto tasso di homoploutia al mondo: circa il 40% di coloro che appartengono al decile di reddito più alto cumulano entrambe le forme di ricchezza, rispetto al 25-30% circa in altre economie.

Questo non significa che il mondo stia diventando complessivamente più povero. Al contrario. Secondo le classificazioni della Banca Mondiale, che ogni anno suddivide 218 economie in quattro fasce di reddito, nel 1987 quasi un Paese su tre apparteneva alla categoria a basso reddito, mentre oggi è poco più di uno su dieci. E l'aggiornamento del 2026 conferma questa tendenza: sei Paesi, tra cui Vietnam, Filippine e Sri Lanka, sono saliti nella fascia di reddito superiore.

Aumenta anche la ricchezza personale, come conferma il recente Global Wealth Report di Ubs basato su un campione di 56 Paesi: nel 2025 è è aumentata di oltre il 10%, il ritmo più sostenuto degli ultimi anni, e quasi un milione di persone è entrato nella categoria dei milionari.

Il punto però è un altro: come segnala Ubs, la ricchezza cresce, ma più velocemente nella parte alta della distribuzione. E le conseguenze vanno oltre la semplice disuguaglianza economica. Una maggiore concentrazione dei patrimoni significa anche maggiore capacità di influenzare i mercati, orientare gli investimenti, finanziare innovazione e, in alcuni casi, incidere direttamente sul processo politico.

Il rapporto Ubs, osserva Leonardo Becchetti, economista dell’Università di Roma Tor Vergata, “è una buona notizia a metà perché la crescita della ricchezza significa più risorse potenziali per investimenti, innovazione, transizione energetica, salute, istruzione, imprese e lavoro. Ma il punto decisivo è capire se questa ricchezza diventa generativa o resta concentrata in rendite e posizioni dominanti”.

Equità: sì, ma come?

È uno dei motivi per cui il dibattito sulla tassazione dei grandi patrimoni, sull'antitrust e sulla regolazione delle piattaforme digitali è tornato al centro dell'agenda internazionale. Sul fronte fiscale, il G20 ha rilanciato la discussione su una maggiore cooperazione contro l'elusione dei grandi patrimoni. Su impulso della presidenza brasiliana, l'economista Gabriel Zucman ha proposto una tassa minima globale del 2% sui patrimoni dei miliardari, una misura che secondo le stime potrebbe generare 200-250 miliardi di dollari l'anno da destinare a investimenti e servizi pubblici. L'idea ha raccolto il sostegno di Paesi come Spagna e Sudafrica. Intanto l’Unione europea ha rafforzato gli strumenti per limitare il potere delle grandi piattaforme con il Digital markets act, imponendo nuovi obblighi ai cosiddetti “gatekeeper” digitali, mentre negli Stati Uniti il dibattito antitrust contro i colossi della tecnologia si è sostanziato nelle azioni del Dipartimento di Giustizia contro Google e con le cause avviate nei confronti di Meta e Amazon. Sullo sfondo resta la sfida forse più complessa: definire regole comuni per l'intelligenza artificiale. L'AI Act europeo rappresenta il primo tentativo organico di regolamentazione, ma la partita è ormai globale.

A giugno Piketty e i colleghi del World inequality lab hanno pubblicato il Global justice report, nel quale immaginano uno scenario al 2100 con una drastica riduzione della concentrazione dei grandi patrimoni attraverso politiche fiscali globali. Scrivono, tra l’altro, che “non basta misurare la ricchezza, bisogna immaginare un futuro in cui sia distribuita diversamente”. Perché nessuna concentrazione è irreversibile. Ma di certo non si corregge da sola.

Copertina: Kit Suman/unsplash