Decidiamo oggi per un domani sostenibile

La scienza sta diventando davvero meno innovativa?

Studi recenti segnalano un calo delle scoperte dirompenti, legato all’età, all’avversione al rischio e al fenomeno del “publish or perish”. Ma la ricerca potrebbe essere entrata in una fase diversa, meno di rottura e più concentrata sulla connessione tra settori diversi.

lunedì 22 giugno 2026
Tempo di lettura: min

La scienza sta perdendo la sua capacità di trasformare la società? La domanda è diventata sempre più presente negli ultimi anni, dopo una serie di studi che hanno suggerito un possibile rallentamento nella produzione di scoperte capaci di cambiare radicalmente il corso di un settore.

Il dibattito è iniziato tre anni fa con un articolo pubblicato sulla rivista Nature da tre sociologi della scienza americani. Ed è tornato d’attualità lo scorso maggio con uno studio dell’Università di Pittsburgh, che ha provato a spiegare una possibile causa. Ma andiamo con ordine.

Meno ricerca “dirompente”

Nel 2023 Russell Funk, Erin Leahey e Michael Park hanno analizzato oltre 45 milioni di articoli pubblicati tra il 1945 e il 2010 e quasi quattro milioni di brevetti depositati negli Stati Uniti tra il 1976 e il 2010. La conclusione è stata che nel tempo è diventato più difficile per gli scienziati produrre lavori davvero “dirompenti”, cioè capaci di creare un nuovo campo di conoscenza o riorientarne uno già esistente.

Il trio ha utilizzato un parametro chiamato indice CD, che valuta quanto un articolo sostituisca le conoscenze precedenti invece di limitarsi a costruirci sopra. Come si vede nei grafici qui sotto, il valore medio dell'indicatore è diminuito gradualmente nel tempo: il calo è stato superiore al 90% per gli articoli e al 78% per i brevetti. “Abbiamo evidenziato”, ha detto Funk, “una restrizione nel modo in cui gli scienziati utilizzano le conoscenze pregresse: leggono di meno e si basano su una porzione più piccola di ciò che è disponibile. Altri ricercatori hanno indicato (tra i problemi, ndr) il crescente carico di conoscenze, team sempre più grandi e i cambiamenti negli incentivi ai finanziamenti”.

Il dato va però interpretato con attenzione. In realtà il numero assoluto delle scoperte considerate trasformative è rimasto relativamente stabile. Il “problema” è che la produzione scientifica è aumentata progressivamente, e quindi le grandi svolte rappresentano una quota sempre più piccola del totale. 

Un secondo studio, pubblicato pochi mesi fa, ha aggiunto un altro elemento al dibattito. Analizzando le carriere di 12,5 milioni di scienziati tra il 1960 e il 2020, i ricercatori hanno osservato che, con l'avanzare dell'età, cresce la tendenza a lavorare su basi teoriche già consolidate. Nel campo della medicina, per esempio, a inizio carriera gli scienziati citavano lavori che avevano, in media, 7,9 anni. A fine carriera, tale media era salita a 10,1 anni. I ricercatori più anziani, dunque, tendono a perseguire linee di ricerca più prudenti, mentre quelli più giovani sono più aperti alle idee innovative. Un fenomeno che annovera esponenti illustri. Albert Einstein realizzò gran parte dei suoi lavori fondamentali nei primi anni di carriera, per poi concentrarsi sulla difesa delle sue teorie e su una visione della fisica sempre più distante dalla meccanica quantistica. 

Ma è davvero questa la spiegazione del possibile declino della scienza innovativa? O il problema è più complesso?

Forse non è un declino

La scienziata Shina Caroline Lynn Kamerlin, ad esempio, ha messo in guardia dal trasformare il calo degli indicatori di “dirompenza” in una prova di un calo della creatività scientifica. Il modo in cui misuriamo l’innovazione, infatti, influenza anche come interpretiamo il fenomeno. Una ricerca può essere rivoluzionaria senza apparire tale immediatamente e alcune scoperte hanno bisogno di anni prima di essere riconosciute e adottate. È il caso, per esempio, di molte tecnologie, dall’auto elettrica all’intelligenza artificiale, nate da una lunga serie di piccoli progressi.

Uno studio pubblicato nel 2025 ha proposto un’altra prospettiva, introducendo il concetto di articoli “persistentemente dirompenti”. Secondo questa analisi, se si considera non solo la capacità di rompere con il passato, ma anche quella di influenzare stabilmente la ricerca successiva, la percentuale di lavori con questo profilo è aumentata nel corso del tempo.

La conclusione degli autori è che i due fenomeni possono coesistere: la quota complessiva di lavori altamente innovativi può diminuire, mentre quelli che riescono davvero a cambiare un campo possono avere un impatto più duraturo.

Parte il primo test umano per invertire l'età delle cellule

Negli Usa Life Biosciences avvia una terapia genica contro alcune patologie oculari attraverso la riprogrammazione cellulare. Se efficace, il metodo potrebbe essere valutato su altri tessuti e aprire nuove frontiere della longevità.

Un altro fattore riguarda la quantità enorme di conoscenza prodotta dalla ricerca moderna. Per un ricercatore contemporaneo è impossibile seguire tutto ciò che viene pubblicato anche solo nel proprio settore. La specializzazione è diventata necessaria: permette di raggiungere risultati sempre più precisi, ma allo stesso tempo rende più difficile creare collegamenti tra discipline diverse.

Eppure molte rivoluzioni scientifiche sono nate proprio dall’incontro tra campi lontani. La biologia moderna, per esempio, è stata trasformata dall’unione tra genetica, informatica e chimica. Ma, osserva qualcuno, quando la conoscenza cresce più rapidamente della capacità di attraversarla, trovare connessioni nuove diventa più complicato. Il paradosso è che oggi avere più informazioni non significa automaticamente avere più idee.

C’è poi il tema degli incentivi. La ricerca contemporanea richiede agli scienziati di pubblicare articoli, ottenere finanziamenti e dimostrare risultati continui. Un sistema che ha permesso una crescita enorme della produzione scientifica, ma che può avere effetti collaterali. Come ha osservato il ricercatore Ruslan Rust, la pressione del “publish or perish”, che spinge a pubblicare molto per ottenere numerose citazioni, può favorire una ricerca più prudente: un progetto che mette in discussione un’intera teoria è rischioso e può fallire, mentre un miglioramento di qualcosa già noto ha più probabilità di produrre risultati pubblicabili.

Di recente il biologo computazionale C. Brandon Ogbunu ha preso apertamente posizione contro la cosiddetta “avversione al rischio” nella scienza, denunciando le difficoltà del sistema a mettere in discussione i propri stessi meccanismi anche quando non funzionano più. La storia della scienza, osserva Ogbunu, è piena di figure che hanno sfidato idee consolidate: Galileo, Darwin, Barbara McClintock. Ma nel sistema complesso attuale carriere, finanziamenti e reputazioni dipendono da procedure e criteri di valutazione che possono favorire chi lavora all’interno dei percorsi già riconosciuti.

I “ribelli” del Nobel

Poi ci sono le voci forti dei premi Nobel, i quali ammettono apertamente che le loro scoperte non avrebbero visto la luce se avessero dovuto sottostare alle regole di oggi. Il caso più noto è quello del fisico britannico Peter Higgs, Nobel nel 2013 per aver teorizzato il bosone che porta il suo nome (scoperta fatta nel 1964). In una celebre intervista rilasciata al Guardian, Higgs dichiarò che nessuna università oggi lo assumerebbe, perché non “abbastanza produttivo”. Dopo la sua scoperta, infatti, Higgs ha pubblicato meno di dieci articoli in tutta la sua carriera accademica. “È difficile immaginare”, ha detto, “come potrei mai avere abbastanza pace e tranquillità, nel clima attuale, per fare quello che ho fatto nel 1964”.

Sempre nel 2013, il biologo Randy Schekman, Nobel per la Medicina, fece un gesto eclatante, annunciando un boicottaggio delle tre riviste scientifiche più prestigiose al mondo (Nature, Cell e Science), paragonandole a marchi di moda che puntano su un'esclusività artificiale. Schekman accusò il sistema editoriale di incoraggiare i ricercatori a cercare scorciatoie pur di ottenere il prestigio necessario per una cattedra, penalizzando invece la scienza rigorosa e le idee che richiedono anni per essere dimostrate.

Un esempio più recente è, infine, quello di Katalin Karikó, Nobel per la Medicina 2023 per le scoperte sull'mRNA (alla base dei vaccini anti-Covid). Negli anni '90 la sua ostinazione a lavorare sull'RNA messaggero era considerata “troppo rischiosa” e non in grado di produrre risultati a breve termine. L'Università della Pennsylvania le negò i fondi e la declassò, e per anni Karikó si vide rifiutare le richieste di finanziamento. Se avesse ceduto al "publish or perish", probabilmente la rivoluzione dell'mRNA non sarebbe mai avvenuta nei tempi che conosciamo e che si sono rivelati necessari.

Se queste critiche evidenziano le storture di un sistema accademico diventato ossessionato dalla produttività e avverso al rischio, d’altra parte c’è una spiegazione ancora più ampia e strutturale: forse le grandi scoperte diventano più rare perché le domande rimaste aperte sono semplicemente più difficili. Nel suo celebre saggio The Great Stagnation (La grande stagnazione), l'economista Tyler Cowen ha usato la metafora dei “low-hanging fruit” (i frutti più bassi) per spiegare come nei secoli scorsi scoperte gigantesche potessero essere fatte da singole menti brillanti con pochi mezzi, mentre oggi quei frutti “facili” sono finiti.

Studiare il cervello umano, controllare la fusione nucleare, prevedere il clima o sviluppare nuove terapie sono problemi che difficilmente possono essere risolti da un singolo laboratorio. La scienza potrebbe quindi non essere diventata meno innovativa, ma trovarsi in una fase diversa, in cui il progresso è più lento, più partecipato e, forse, meno visibile.

Copertina: Karolina Grabowska/unsplash