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Clima, la nuova frontiera: tra responsabilità giuridiche e rischi irreversibili

Dalla svolta Onu sui diritti legati al clima ai pericoli di un Amoc indebolito, fino agli scenari aggiornati dell’Ipcc. Nonostante le bufale della Casa Bianca, un futuro migliore passa da scelte immediate.

mercoledì 3 giugno 2026
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La risoluzione approvata il 21 maggio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Unga) segna un passaggio significativo nel riconoscimento della crisi climatica come questione giuridica, oltre che politica. A sostegno si sono espressi 141 Paesi, mentre 28 si sono astenuti e otto hanno votato contro, tra cui Stati Uniti, Israele, Russia, Arabia Saudita e Iran.

Il voto arriva a seguito del pronunciamento del 23 luglio 2025, quando la Corte internazionale di giustizia – principale organo giudiziario delle Nazioni Unite – aveva stabilito che l’inazione climatica può configurarsi come una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Il parere, richiesto su impulso dell’isola del Pacifico Vanuatu, ha chiarito che strumenti come la Convenzione quadro sul clima, il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi impongono obblighi concreti agli Stati in materia di mitigazione, adattamento e cooperazione.

Con questa risoluzione, l’Assemblea consolida dunque un principio sempre più riconosciuto sul piano globale: il cambiamento climatico è una questione di giustizia e diritti umani su cui gravano precise responsabilità giuridiche. Il testo, che richiama le migliori evidenze scientifiche oggi a disposizione, fa riferimento agli impegni emersi nelle ultime conferenze sul clima: occorre triplicare la capacità delle energie rinnovabili, raddoppiare il tasso annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030 e avviare un’uscita dai combustibili fossili “giusta, ordinata ed equa”, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Nel mirino anche i sussidi alle fonti fossili, da eliminare rapidamente, insieme alla necessità di affrontare in modo strutturale il fenomeno della povertà energetica.

Pur senza attribuire responsabilità dirette a singoli Stati, secondo gli esperti consultati dal Guardian, il voto potrebbe incidere sia sul piano diplomatico sia su quello del contenzioso climatico – le climate litigations -, offrendo nuove basi per azioni legali e per l’elaborazione di normative nazionali più stringenti. "Questa risoluzione conferisce un grande peso politico al parere della Corte di giustizia. Un parere che i giudici possono prendere in considerazione, anche quando non lo dichiarano pubblicamente", ha sottolineato Harj Narulla, avvocato che ha rappresentato le Isole Salomone durante il procedimento della Corte internazionale di giustizia. Il voto potrebbe inoltre agevolare l’attività dei legislatori nazionali che cercano di introdurre nuove leggi legate agli obiettivi climatici.

Dal caso Shell alla Cedu: come le cause stanno cambiando la giustizia climatica

Sempre più governi e multinazionali vengono chiamati a rispondere dei danni ambientali generati dalla crisi climatica, anche in Italia. La protezione dei diritti umani è al centro della battaglia legale.

Non è invece confluita nel testo approvato una delle proposte più controverse, sostenuta dai Paesi più vulnerabili: l’istituzione di un “registro internazionale dei danni” causati dalla crisi climatica. Uno strumento che avrebbe potuto rafforzare, anche in sede giudiziaria, le richieste di risarcimento per perdite e danni. L’ipotesi ha incontrato la netta opposizione dei principali produttori di petrolio, gas e carbone, contrari a qualsiasi inquadramento giuridico vincolante della riduzione delle emissioni. Tra questi, gli Stati Uniti hanno criticato apertamente il testo prima del voto, giudicandolo politicamente orientato e accusandolo di amplificare gli effetti del riscaldamento globale.

Per portata, il pronunciamento si inserisce in una traiettoria giuridica più ampia. Un precedente significativo è per esempio rappresentato dalla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che, nell’aprile 2024, ha condannato la Svizzera per l’inadeguatezza delle politiche climatiche, riconoscendo per la prima volta il legame diretto tra crisi climatica e diritti fondamentali. In quel caso, i giudici avevano evidenziato come l’insufficienza delle misure adottate esponesse la popolazione a un rischio concreto per la popolazione durante eventi estremi come le ondate di calore.

Amoc: verso un punto di non ritorno?

Di eventi talmente estremi, tanto da diventare veri e propri punti di non ritorno, trattano le notizie sul Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, meglio noto come “Amoc” (Atlantic meridional overturning circulation), una corrente marina che trasporta calore dai tropici verso l’Atlantico settentrionale.

Da sempre, l’Amoc svolge un ruolo cruciale nella regolazione del clima terrestre. Il suo funzionamento si basa su un complesso sistema di correnti che collegano l’Africa all’America del Nord e poi all’Europa, alimentato da tre fattori chiave: vento, salinità e calore. Proprio quest’ultimo elemento è oggi sotto pressione. Il progressivo raffreddamento e indebolimento della circolazione sarebbero legati all’afflusso di acqua fredda derivante dalla fusione dei ghiacciai al Polo nord e sulla terraferma, causata dall’aumento delle temperature globali.

Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che l’Amoc muove una massa d’acqua pari a circa 30 volte quella di tutti i fiumi di acqua dolce del pianeta messi insieme. Senza questa enorme “pompa di calore”, il clima globale sarebbe radicalmente diverso da quello attuale.

È in questo contesto che si inseriscono le crescenti preoccupazioni della comunità scientifica. I cambiamenti climatici, alterando temperatura e salinità degli oceani, stanno aumentando la probabilità di un collasso – dove per collasso si intende “indebolimento” o “spegnimento” - anticipato della corrente. I primi studi sullo spegnimento dell’Amoc risalgono al 1961. Da allora, numerose ricerche hanno approfondito i fattori scatenanti e le conseguenze di un eventuale cambiamento di stato. Nei suoi rapporti, l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) ha progressivamente rivisto la valutazione del rischio relativa all’indebolimento della corrente: considerato con una bassa probabilità nel suo penultimo report, l’Ar5 del 2014, gli è stata attribuita una probabilità maggiore di verificarsi nell’ultimo Ar6 del 2023.

Amoc al “tipping point”? Confermato il collasso delle correnti atlantiche entro fine secolo

L’arresto dell’Amoc, fondamentale per la regolazione del clima, potrebbe essere più vicino del previsto, rivela un nuovo studio pubblicato su Nature. Crollo delle temperature in Europa e interruzione delle piogge tropicali tra gli effetti.

di Maddalena Binda

Secondo gli studi più recenti, i modelli climatici utilizzati dall’Ipcc tendono tuttavia a sovrastimare la stabilità dell’Amoc, incorporando nella valutazione meccanismi che ne attenuano le variazioni. Questo limite emerge anche dal confronto con i dati paleoclimatici: le simulazioni standard faticano infatti a riprodurre i bruschi cambiamenti climatici del passato dovuti a questo genere di cause e, di conseguenza, rischiano di sottostimare la rapidità delle trasformazioni future. Per questo motivo, la ricerca si sta orientando verso approcci alternativi, capaci di descrivere meglio i tipping points.

Una delle massime autorità sul tema, il climatologo e oceanografo Stefan Rahmstorf del Potsdam institute for climate impact research, ha definito l’ultima ricerca sull’Amoc pubblicata su Science Advancesimportante e molto preoccupante”, sottolineando come gli scenari più pessimisti, che prevedono un forte indebolimento della corrente entro il 2100, risultino oggi più coerenti con i dati osservativi. Secondo lo studio, l’Amoc potrebbe indebolirsi di circa il 51% entro la fine di questo secolo, con il punto di non ritorno fissato già entro il 2050. Dopo oltre trent’anni di studi, Rahmstorf ha ribadito che il collasso deve essere evitato “a tutti i costi”, ricordando come i più drastici cambiamenti climatici degli ultimi 100mila anni siano stati associati proprio a variazioni dell’Amoc.

Le conseguenze di un eventuale indebolimento sarebbero dunque profonde: si va da un forte calo delle temperature medie invernali nell’Europa settentrionale alle alterazioni dei cicli idrologici in Amazzonia, con possibili effetti a cascata sulla foresta pluviale, fino a un’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare lungo la costa orientale degli Stati Uniti e a un riscaldamento dell’Antartide anche di sei gradi superiore alla media, con il rilascio di grandi quantità di carbonio oggi immagazzinate. È forse inutile aggiungere che le conseguenze socioeconomiche, in un’Europa stretta nella morsa tra freddo e siccità, sarebbero devastanti.

Trump, l’Ipcc e lo scenario Rcp 8.5

Nell’ultimo periodo si è poi accesa la polemica intorno agli scenari climatici dell’Ipcc, utilizzati per descrivere il futuro del riscaldamento globale.

Tutto parte da un recente studio – The scenario model intercomparison project for CMIP7 – che ha annunciato l’abbandono dello scenario più estremo, noto come Rcp 8.5. La notizia è stata rapidamente strumentalizzata sul piano politico: Donald Trump ha per esempio parlato di un’ammissione di errore da parte dell’Onu: “Il Comitato principale delle Nazioni Unite sul Clima ha ammesso che le sue stesse proiezioni (Rcp 8.5) erano SBAGLIATE! SBAGLIATE! SBAGLIATE!”. Un tweet per portare acqua a un mulino antiscientifico e negazionista. Ma la realtà, come al solito, è ben diversa.

La comunità scientifica ha infatti chiarito che lo scenario è stato accantonato alla luce di una serie di fatti che si stanno realizzando, e cioè la rapida diffusione delle energie rinnovabili, l’evoluzione delle politiche climatiche e le recenti traiettorie delle emissioni. Non perché il cambiamento climatico sia stato sopravvalutato.

Sul blog scientifico Climalteranti viene spiegato che gli Rcp (Representative concentration pathways) sono sviluppati nell’ambito del Coupled model intercomparison project (Cmip), il programma internazionale che coordina i modelli climatici. Presentato nel 2011, Rcp 8.5 descriveva uno scenario estremo, basato su un forte aumento delle emissioni e su un uso massiccio dei combustibili fossili, con un riscaldamento fino a circa 4,5 gradi entro fine secolo oltre la media delle temperature del periodo preindustriale. In sostanza, questo scenario utilizzato per esplorare i rischi peggiori è oggi poco realistico nel descrivere la traiettoria del “business as usual”.

Il ritiro dello scenario Rcp 8.5 non è dunque la prova che “la scienza climatica era falsa”. È invece il chiaro esempio del modo in cui la scienza funziona davvero: costruisce strumenti, li usa, ne scopre i limiti, li aggiorna e corregge progressivamente il tiro.

Con la nuova generazione di scenari sviluppata nel contesto del Cmip7, oggi la comunità scientifica si sta spostando verso ipotesi più aderenti alla realtà dove, però, non c’è nulla che fa pensare che i rischi siano diminuiti. Anche perché cresce l’evidenza scientifica che descrive, a parità di temperature, impatti maggiori rispetto a quanto previsto in passato. Questo dipende anche dal fatto che i nuovi modelli integrano gli effetti a cascata generati dai punti di non ritorno, come il rilascio di emissioni gas serra a seguito della fusione del permafrost.

In questo contesto, gli scenari più estremi, dipendono dunque da due fattori: l’aumento della temperatura e la risposta del sistema Terra a un clima sempre più caldo. Ed è qui che il tema dei tipping points, come nel caso dell’Amoc, torna centrale: sono dinamiche difficili da prevedere ma che non possono essere escluse. Vanno prese in seria considerazione. A differenza delle bufale che partono dalla Casa Bianca.