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La Cina sta spingendo sui robot umanoidi, ma in futuro bisognerà trovare chi li compra

Pechino è leader indiscussa nel settore, ma se la domanda non sale si rischia una bolla. Gli Usa restano indietro, così come l’Europa. Robot diffusi negli spettacoli e nello sport, l’utilizzo domestico è ancora lontano.

martedì 3 marzo 2026
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Qualche settimana fa la Cina ha salutato il nuovo anno (che sarà del Cavallo di Fuoco) con uno show che ha fatto il giro del mondo: una flotta di robot umanoidi impegnati in complessi numeri di arti marziali – con gun, nunchaku e spade – e combinati con giovani atleti umani. Il risultato è stato abbastanza sorprendente, e prima di continuare (se non l’avete già visto) vale la pena dare un’occhiata.

Oltre a esaltare il pubblico, questa esibizione è servita a mandare un messaggio chiaro alla concorrenza: la rivoluzione robotica, che lo vogliate o meno, passa da qui. Lo scorso anno sono stati acquistati nel mondo circa 14.500 automi (in aumento rispetto ai 3mila del 2024) e di questi il 90% erano di produzione cinese. Per Morgan Stanley, le vendite raddoppieranno a 28mila unità entro il 2026, e Agibot e Unitree, i due principali produttori del Paese che tengono in mano tre quarti del commercio globale, sono già in pole position.

Questi robot danno spettacolo da qualche tempo anche nello sport e nella musica. Ad aprile 2025 c’è stata la prima mezza maratona per umanoidi, seguita dalle prime Olimpiadi e da tornei di calcetto. Hanno debuttato in questi mesi anche una band robotica composta da chitarrista solista, chitarrista ritmico, bassista, tastierista e batterista, e un dj artificiale che ha suonato a San Francisco a un “GigaParty”.

Ma in molti non sono convinti che i robot siano in grado di andare oltre lo show. E se così fosse, potrebbero nascere dei grossi problemi.

Oltre lo spettacolo

Al momento, in Cina il principale acquirente di robot è lo Stato, e lo resterà probabilmente anche nei prossimi anni. Senza il supporto pubblico, sarebbe infatti dura mantenere in vita le oltre cento aziende che si occupano di robotica umanoide e che non hanno a oggi grande mercato.

Non è la prima volta che il Dragone investe nelle nuove tecnologie prima che si crei una domanda reale, e tutto sta nel capire se si rivelerà un azzardo o una scommessa vincente. Sicuramente le intenzioni sono serie.

La produzione robotica del Paese si estende per un’area che va da Shanghai fino alla provincia di Jiangsu (che include Changzhou, dove gli imprenditori dicono si possa reperire il 90% dei componenti per un automa) e a quella di Zheijang (con la capitale Hangzhou, epicentro high-tech della Cina).

Questa regione, conosciuta come “Delta del fiume Yangtze”, ospita Agibot, Unitree e altri importanti produttori di robot umanoidi. Ad Hangzhou si trovano anche i laboratori di intelligenza artificiale di DeepSeek e la sede principale di Alibaba, il gigante dell’e-commerce che questo mese ha lanciato RynnBrain, un modello di AI avanzato per potenziare la memoria spaziale e temporale dei robot, rendendone i movimenti più fluidi.

Umanoidi cercansi: perché la competizione sui robot con sembianze umane è entrata nel vivo

La startup X1 lancia il robot Neo per le faccende domestiche, ma anche Figure e altri non stanno a guardare. Per superare i problemi di addestramento si punta sui progressi dell’intelligenza artificiale.

Ma il punto, e la vera sfida, è trovare un impiego degli automi che ne giustifichi le spese. Nei ristoranti automatizzati di Beijing E-Town si incrociano già camerieri robotici che consegnano piatti ai tavoli e baristi che preparano i caffè ai clienti. In altri negozi sperimentali, robot-commessi forniscono informazioni sui prodotti e guidano gli acquisti. Nelle case di riposo, modelli come Kangkang interagiscono con gli anziani, ascoltandoli, avvertendoli di prendere i farmaci e segnalando situazioni di pericolo (in questo caso l’utilizzo risponde a un bisogno reale, la carenza di personale nel settore di cura, ma potrebbe rispondere in futuro a un altro bisogno meno nobile, sostituire i lavoratori).

Più complicato a volte insegnare ai robot i lavori più semplici, fenomeno conosciuto come “paradosso di Moravec”. Piegare una maglietta, per esempio, è estremamente complicato, perché richiede capacità percettive, tattili (si tratta di oggetti morbidi e deformabili) e spaziali non banali. Ed è per questo motivo che le dimostrazioni di automi che raccolgono oggetti, puliscono, mettono in ordine la lavastoviglie sono ancora abbastanza goffe e un po’ tristi.

Gli esperti si dividono tra ottimisti e pessimisti. “Gli umanoidi concentrano molti dei punti di forza della Cina in un’unica narrazione: capacità di intelligenza artificiale, catena di fornitura hardware e ambizione produttiva”, ha detto a Reuters l'analista tecnologico Poe Zhao, puntando su un futuro abbastanza radioso. Wang Zhongyuan, dell'Accademia di intelligenza artificiale di Pechino, avverte invece che se la produzione di massa non sarà supportata dalla domanda reale, la bolla degli umanoidi, presto o tardi, scoppierà. 

Il resto del mondo

Basterebbe il grafico qui sotto, preso dall’Economist, per capire l’enorme divario che c’è tra Cina e Stati Uniti. Le prime sei aziende di settore sono tutte cinesi. Poi vengono quelle statunitensi e delle altre parti del mondo, ma senza dimostrarsi altrettanto competitive. Non per niente Elon Musk, in fatto di robot umanoidi, non vede “una concorrenza significativa al di fuori della Cina”.

Per questo motivo il Ceo di Tesla ha deciso di giocare pesante. A inizio gennaio ha annunciato la chiusura delle catene di produzione per le automobili elettriche Model S e X (dopo aver concluso il 2025 in ribasso rispetto al 2024), riconvertendo le fabbriche per produrre robot umanoidi Optimus, che per Musk potrebbero essere messi in vendita già dal 2027 (ma come tutte le sue previsioni da prendere con le molle). Sempre secondo Musk, di robot ne avremo almeno dieci miliardi entro il 2040 (teoricamente più degli esseri umani) e costeranno tra i 20 e i 25mila dollari l’uno.

Oltre a Tesla, gli Stati Uniti possono contare su aziende come Figure AI (che si sta specializzando nell’assistenza casalinga), Agility Robotics (orientata sulla logistica) e Foundation, startup di San Francisco che ha da poco annunciato un piano per produrre 50mila robot umanoidi entro la fine del prossimo anno per la ricognizione, disinnesco di ordigni e missioni di terra nei conflitti (a controllo umano, o almeno così sembra). Promesse a parte, comunque, la produzione statunitense resta limitata.

In questa corsa anche l’Europa sta restando indietro, con qualche isolato caso virtuoso. 1X, azienda europea di settore, ha annunciato un accordo strategico con il fondo di investimento svedese Eqt per distribuire su larga scala il robot umanoide Neo all’interno di contesti industriali. L’intesa prevede di fornire fino a 10mila unità tra il 2026 e il 2030 a oltre 300 aziende.

Anche dall’Italia viene qualche debole luce. La startup Generative bionics, nata dall'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), ha raccolto 70 milioni di investimenti per la produzione di robot umanoidi intelligenti, con l’obiettivo di creare uno stabilimento industriale nostrano, e i robot di Oversonics robotics (Carate Brianza) sono arrivati lo scorso gennaio, con quelli di Generative bionics, al Consumer eletronics show di Las Vegas, dove hanno mostrato le proprie abilità in ambito industriale, manifatturiero e medico-sanitario. Anche se di piegare i panni ancora non se ne parla.

Copertina: Ansa