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La musica che verrà: c’è vita oltre lo streaming?

Ricavi record ma compensi bassi, brani sempre più usa e getta, AI in crescita e concerti in evoluzione: l’industria musicale cerca un equilibrio tra tecnologia e sostenibilità.

martedì 24 febbraio 2026
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“Personalmente, come anima del Novecento, credo che si stia entrando in una nuova era, come un nuovo Big Bang tecnologico in espansione, di cui non conosciamo limiti e conseguenze. Né le ‘emozioni’ algoritmiche, se ne ha”.  Il crocevia strategico che sta attraversando la musica è nelle parole di Carla Vistarini, paroliera e unica donna ad aver ricoperto l’incarico di direttrice artistica nella storia del Festival di Sanremo (nell’edizione del 1997). Ma qual è la portata di questo “Big Bang”?

L’ultimo decennio è stato caratterizzato da abbondanza e comodità nella fruizione musicale. La musica è arrivata sugli smartphone, nelle playlist automatiche, nei video brevi sui social. Sempre più spesso gli artisti vengono scoperti attraverso suggerimenti degli algoritmi, classifiche personalizzate e clip di pochi secondi. Se per i consumatori questo ha significato un accesso immediato e ampio alle canzoni, per gli artisti è stato un danno: oggi è più facile pubblicare, molto più difficile riuscire a emergere.

Per l’industria musicale globale, invece, è stato un decennio d’oro: crescita economica costante e ricavi ai massimi storici. Eppure, sotto la superficie, il sistema appare sempre più scricchiolante. “Da anni il modello di business della piattaforma di streaming Spotify è estesamente criticato tra musicisti e addetti ai lavori per i bassi compensi che garantisce agli artisti, nell’ordine dei millesimi di euro per ogni ascolto”, raccontava qualche mese fa il Post.

Il paradosso Spotify

A fine gennaio Spotify ha fatto sapere di aver pagato oltre 11 miliardi di dollari di royalty nel 2025, record storico. Secondo il gigante dello streaming, questa cifra rappresenta circa il 30% dell'intero fatturato dell'industria discografica. Ma ciò non significa che quegli 11 miliardi siano finiti nelle tasche dei musicisti. Anzi. Come spiega The Verge, il sistema è fatto di una torta fissa: più musica viene caricata sulle piattaforme, meno vale ogni singolo ascolto (perché si perde nell’offerta più che abbondante). Per questo motivo gli artisti sotto i mille stream all’anno non ricevono alcun pagamento, e il risultato è che pochissimi generano la maggioranza dei ricavi, mentre gli altri (emergenti, band indipendenti, Dj e producer poco noti) restano ai margini. Secondo diverse inchieste, riportate sempre dal Post, anche l’accesso alle playlist di Spotify resta poco trasparente: alcuni strumenti promozionali della piattaforma favorirebbero chi accetta condizioni economiche meno vantaggiose in cambio di maggiore esposizione.

Questo si traduce in un danno economico, ma prima ancora di visibilità. Il web è inondato di lamentele contro l’industria musicale. “Spero che qualcosa cambi, perché per noi musicisti indipendenti il modo in cui funziona l'industria adesso è così triste”, si sfoga un’artista su Reddit. “Una volta, quando vendevi i tuoi CD o cassette, forse era meglio, perché interagivi più direttamente col tuo pubblico. Adesso tutto sembra così distante e irreale”. E un altro osserva: “Negli anni '90, quando vendevo cassette tramite una mailing list, negozi e fanzine, la nostra band riusciva a ottenere concerti, creare contatti e guadagnare molti più soldi. L'era dello streaming permette alle persone di ascoltare più facilmente, ma la connessione con il pubblico non è la stessa, a meno che non si prendano la briga di seguire i miei social”.

In questo scenario molti operatori del settore iniziano a ipotizzare che lo streaming, così come lo conosciamo, possa perdere centralità. Un’ipotesi è che venga affiancato da modelli più diretti e diversificati di engagement tra artisti e pubblico. Piattaforme come Bandcamp e Patreon, per esempio, consentono di vendere la propria musica, contenuti esclusivi e merchandising direttamente ai fan, in cambio di singoli acquisti o abbonamenti (in media qualche decina di euro). Non è detto, però, che questi strumenti rappresentino una soluzione ideale per tutti. I modelli direct-to-fan tendono a funzionare soprattutto per musicisti con una community già consolidata. Senza una base di pubblico fedele, il rischio è che la sostenibilità economica resti limitata. L’altra possibilità è che si affermi uno streaming 2.0, con un approccio centrato sull’artista: monetizzazione più equa e relazioni autentiche con i fan.

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Musica breve e frammentata

Alcuni esperti sottolineano anche un cambiamento nell’esperienza di ascolto: la possibilità di avere qualsiasi brano a portata di click ha reso la musica più superficiale ed effimera. Ogni settimana escono centinaia di nuovi brani, spesso con lo stesso suono dell’autotune e la medesima struttura. Il rischio è che il mercato non riuscirà più ad assorbire questo flusso continuo.

Come nota El Pais, TikTok e Instagram hanno reso centrale questa tendenza: sempre più canzoni vengono spinte attraverso clip di pochi secondi, condivise, remixate e spesso abbandonate rapidamente. I brani sono sempre più brevi, i ritornelli anticipati e cala l’attenzione per gli album lunghi. Resta da capire se si tratti di una trasformazione strutturale o solo di una fase di transizione. Del resto, la storia della musica è fatta di cicli: ai contenuti brevi potrebbe affiancarsi, come reazione, un ritorno a esperienze di ascolto più profonde.

Quale ruolo per l’AI

La musica creata dall’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento? Oppure la creatività e l’esecuzione umana diventeranno ancora più ricercate? Il dibattito è aperto. In un recente podcast il dj e produttore Gabry Ponte ha dichiarato di non temere l’AI, ma di considerarla un semplice strumento: “L’intelligenza artificiale è bravissima a emulare un’emozione, ma non la può vivere. Manca l’innovazione, il gesto artistico radicale che riscrive le regole andando contro gli algoritmi”.

Allo stesso tempo l’industria osserva con attenzione ai rischi. Enzo Mazza, amministratore delegato di Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana), ha avvertito su Repubblica che l’addestramento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) su cataloghi musicali senza autorizzazione è un problema serio: “La generazione di contenuti composti al 100% da intelligenza artificiale sta inondando le piattaforme streaming, confondendo i fan. Mentre i deepfake con immagini e voci degli artisti sono sempre più diffusi e vengono usati perfino in truffe informatiche, si registrano anche frodi musicali create con IA per sottrarre diritti d’autore o scalare illegalmente le classifiche di vendita”.

Il settore, insomma, si muove tra opportunità e timori. Le major vedono nell’AI un possibile motore economico e creativo, ma chiedono regole e licenze. Alcuni artisti temono che l’uso dei loro cataloghi per addestrare i modelli possa ridurre il valore del lavoro umano. Le piattaforme sono divise: alcune ritengono l’AI una nuova frontiera, altre cercano di limitarne l’impatto. Deezer, per esempio, ha iniziato a segnalare e in alcuni casi escludere dalle raccomandazioni una parte dei brani generati interamente con l’AI.

Intanto alcuni segnali sono già evidenti. Cresce il consumo di musica generata con l’AI: la ascolta tra il 50% e il 60% delle persone tra i 18 e i 44 anni, per un tempo medio di 2,5-3 ore a settimana. Alcune band create con l’intelligenza artificiale (The Velvet Sundown e Bleeding Verse) hanno già scalato le classifiche. Xania Monet, una cantante R&B frutto dell’intelligenza artificiale, è stata addirittura al centro di una guerra di offerte tra le etichette: la sua creatrice, Talita Jones, ha strappato un contratto da tre milioni di dollari. Come tutte le innovazioni disruptive, l’AI avrà dunque un impatto profondo sulla musica, anche se difficile da prevedere con precisione.

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Il live è in salute

Il mercato globale della musica dal vivo continua a crescere, e in Italia ha superato il miliardo di euro di incassi annui, con un impatto economico complessivo di oltre 4,5 miliardi. La domanda è ai massimi storici: grandi tour e festival registrano sold-out assai frequenti.

Questa crescita, però, non riguarda tutti allo stesso modo. Il sistema dei concerti si sta polarizzando. Da un lato mega-eventi negli stadi e nei grandi festival, sostenuti da circuiti di ticket sempre più centralizzati come TicketOne e Ticketmaster, che gestiscono l’intera filiera: dalla promozione alla vendita dei biglietti fino al marketing e alla raccolta dati sugli spettatori. Dall’altro una rete più fragile di club, locali e piccoli spazi indipendenti, esposta all’aumento di costi, alla concorrenza dei grandi eventi e alla trasformazione delle abitudini dei consumi.

In Europa centinaia di piccoli locali hanno chiuso negli ultimi anni: solo nel Regno Unito, riferisce il Guardian, un locale su quattro ha cessato l’attività dal 2020, mentre quasi uno su due di quelli rimasti opera in perdita. Non esistono numeri precisi sui live club puri in Italia (ovvero gli spazi dove gli artisti si esibiscono dal vivo), ma negli ultimi 15 anni hanno chiuso oltre duemila locali notturni e discoteche, per l’aumento dei costi di gestione, normative più rigide e cambiamento delle abitudini dei giovani. Ma senza questi spazi, avvertono diverse organizzazioni di settore, rischia di scomparire il vero “vivaio” dell’industria musicale, luoghi in cui si formano gli artisti e si costruiscono le comunità di ascolto.

Secondo Midia Research, “il futuro del live sarà sempre più ibrido, con esperienze pensate per esistere contemporaneamente online e offline”. Il tour mondiale di Taylor Swift è stato accompagnato da una distribuzione cinematografica delle performance, mentre i BTS, Billie Eilish e Dua Lipa hanno fatto concerti in streaming. E i concerti in realtà virtuale, per ora, sono ancora un segmento di nicchia, ma in crescita. Il progetto Abba Voyage a Londra, con gli avatar dei quattro componenti del gruppo svedese e tecnologie immersive, è considerato il primo modello di concerto virtuale su larga scala. Mentre su VrChat vengono ospitati Dj set e live digitali seguiti da utenti da tutto il mondo.

Non è ancora chiaro quale forma prenderà la musica nei prossimi anni. Ma il bisogno di condividerla è destinato a restare.

Copertina: Nainoa Shizuru/unsplash