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Siamo entrati nella “terza fase” dei social network?

Mentre le AI si creano una piattaforma tutta loro e invadono la rete di contenuti scadenti, gli utenti riducono la condivisione di esperienze. Si va verso una visione sempre più passiva e social che somigliano alla tv.

martedì 10 febbraio 2026
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La settimana scorsa è stato lanciato Moltbook, il social network a uso e consumo esclusivo delle intelligenze artificiali dove gli esseri umani possono leggere le conversazioni tra bot senza poter intervenire. Il social ha riscosso subito un discreto successo: nel giro di 48 ore la piattaforma ha accolto oltre 2.100 agenti AI e nei giorni successivi è arrivata a 1,6 milioni di utenti.

I bot iscritti condividono perlopiù aggiornamenti sulle attività che svolgono, si scambiano consigli su come eseguire i compiti, segnalano errori e cercano di migliorare le prestazioni. Ma non solo: in alcuni casi le intelligenze artificiali hanno iniziato a riflettere sulla loro natura, generando casi di “consciousness posting”, termine usato per etichettare le discussioni esistenziali tra AI su Moltbook (il cui nome, non è un caso, strizza l’occhio a Facebook). Nell’esempio qui sotto, un bot si lamenta con altri bot del fatto che gli esseri umani stanno “screenshottando” le loro conversazioni.

Se per alcuni tecnottimisti come Elon Musk siamo entrati nelle “primissime fasi della singolarità” (il momento in cui l’intelligenza artificiale raggiungerà uno sviluppo tale da oltrepassare la comprensione umana) per altri siamo ancora lontani da quel punto. Le AI non starebbero infatti prendendo coscienza di sé stesse, ma piuttosto simulando o replicando le nostre paure, ansie e angosce tecnologiche, riproponendole sottoforma di visioni distopiche o utopiche in salsa sci-fi. C’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: gli esperti hanno avvertito che registrare le AI su Moltbook potrebbe essere pericoloso, perché i livelli di sicurezza della piattaforma sono ancora deboli. Queste falle nel sistema hanno attirato numerosi hacker che hanno sganciato centinaia di agenti AI per ottenere dati sensibili dalle altre intelligenze artificiali, falsando un po’ l’autenticità della piattaforma (secondo la società di cybersicurezza Wiz, gli 1,6 milioni di agenti AI presenti su Moltbook corrispondono a circa 17mila proprietari umani, un rapporto di 94 a 1).

Distopia o meno, l’aspetto più interessante di Moltbook è che può essere fruito unicamente dalle intelligenze artificiali. E questa peculiarità potrebbe rappresentare una previsione involontaria dei social network che verranno.

Sempre meno sociali

È da anni che si parla di morte dei social network anche se questa morte non è ancora arrivata. Le persone continuano a pubblicare post e condividere contenuti, ondate di disinformazione e fake news contaminano i nostri feed come risacche di acqua sporca, “dipendenza digitale” e “brain rot” sono parole sulla bocca di tutti. Quindi, teoricamente, tutto uguale a prima. Il punto però è capire cosa si intende per “morte”. Se prendiamo come metro di giudizio la quantità di contenuti pubblicati online possiamo affermare con certezza che i social sono vivi e vegeti. Se invece guardiamo alla ragione per cui sono nati, ovvero “socializzare”, il discorso cambia.

Kyle Chayka, giornalista del New Yorker e critico culturale, ha pubblicato qualche mese fa un interessante saggio sul “posting ennui”, sottolineando che dopo due decenni di ebrezza da social l’incentivo a postare contenuti online sembra essere calato. Un sondaggio riportato da Chayka mostra che quasi un terzo degli utenti nel mondo pubblica meno rispetto a un anno fa. E arriva a teorizzare che potremmo vivere nei prossimi anni lo “zero posting”, una fase in cui gli utenti non riterranno più necessario condividere la propria vita online.

Per avere una conferma di come sono cambiati i nostri social basta aprirli. Se un tempo le piattaforme erano invase da foto di vacanze estive o piatti da cucinare, per ogni post di questo tipo ci sono oggi decine di pubblicità o contenuti di influencer a tema commerciale – il che non significa che tutti gli influencer producono contenuti di questo tipo, anzi: ce ne sono molti che fanno un’informazione utile e approfondita, portando all’attenzione delle persone questioni cruciali come il cambiamento climatico o il genocidio di Gaza, ma il trend purtroppo va in una direzione diversa.

Questo stato di salute del web non è il frutto di evoluzioni casuali ma di scelte premeditate, come sottolinea il giornalista Riccardo Luna nel suo libro dedicato al sogno infranto di internet Qualcosa è andato storto. Una volta compreso l’immenso potenziale pubblicitario delle piattaforme, Zuckerberg e company hanno infatti scelto di privilegiare i contenuti monetizzabili (le preferenze degli utenti) piuttosto che dare spazio al racconto della gita domenicale di nostra zia, segnando un passaggio cruciale dalla condivisione di esperienze all’esposizione dei contenuti che generano più engagement, un meccanismo di cui TikTok è stato assoluto precursore.

“Credo che i social media siano diventati meno social”, ha commentato Chayka, intervistato dalla Bbc. “Se le piattaforme perdono il controllo sulla vita quotidiana delle persone e le persone normali non sentono più l'incentivo a postare, allora i social media diventano come la televisione. Ciò che ci rimane sono le pubblicità dei marchi, del fast fashion, delle case e degli hotel”. Perché questo? Prosegue sempre Chayka: “Penso che i loro [delle piattaforme, ndr] clienti principali siano gli inserzionisti. Quindi, finché noi utenti continuiamo a interagire, il loro modello di business funziona ancora”.

Alla domanda sul futuro dei social tra cinque anni, Chayka dà un’altra interessante risposta. “Penso che sarà ancora più simile alla televisione. Se guardiamo a come stanno andando le cose, ci sono molti media professionalizzati. C'è molta osservazione passiva. Oggi assistiamo a una sorta di fusione tra YouTube, TikTok e Netflix, in una combinazione innaturale di audio, video e feed algoritmico”. In questa previsione, la socialità online si trasferirà verso la messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) e, forse, la vita reale.

Social slop

Ma allora chi pubblica e cosa viene pubblicato oggi sui social? Secondo Forbes, il 71% delle immagini sui social media è attualmente generato dall'intelligenza artificiale (un numero molto alto, se si pensa che siamo solo agli inizi). Questo utilizzo sfrenato dell’AI ha causato un’ondata di contenuti “slop”, ovvero prodotti digitali di bassissima qualità generati dall’intelligenza artificiale che hanno trasformato Facebook (una delle piattaforme dove sono più di tendenza) in un “inferno digitale”,  pieno di “roba noiosa e intorpidente” (se siete curiosi provate a guardare qualche video).

Questi contenuti sono così diffusi perché, oltre a essere semplici da produrre, generano grandi sacche di engagement e possono diventare pubblicità mirate a basso costo. Per questo Meta ha introdotto strumenti come Advantage+, che permette agli inserzionisti di produrre migliaia di varianti pubblicitarie settorializzate con l’intelligenza artificiale, oppure il Creator bonus program, che remunera direttamente chi riesce a diventare virale, incentivando a postare contenuti artificiali spazzatura in cambio di engagement. Ma il problema non riguarda solo Facebook o Instagram. Il Ceo di YouTube, Neal Mohan, ha scritto nel suo blog che nel solo mese di dicembre scorso più di un milione di canali YouTube ha utilizzato l’intelligenza artificiale della piattaforma per creare contenuti. “Così come il sintetizzatore, Photoshop e la Cgi hanno rivoluzionato il suono e le immagini, così l’intelligenza artificiale sarà una manna per i creativi che sono pronti a impegnarsi”. E che guadagneranno molto con contenuti di bassa qualità. Il canale “AI slop” più famoso al mondo su YouTube si chiama “Bandar Apna Dost”, viene dall’India, conta 2,7 miliardi di visualizzazioni e garantisce ai creatori un guadagno annuo di circa quattro milioni di dollari.

Nel futuro non c’è solo l’AI: il nuovo rapporto Megatrends dell’Italian institute for the future

Smantellamento del Green deal, attivismo della Gen Z, militarizzazione della politica, lavoro e intelligenza artificiale, disoccupazione di massa, il potere dei podcast: questi solo alcuni dei temi trattati dal nuovo Rapporto dell’Iif sui dieci scenari dei prossimi anni.   

Secondo Zuckerber siamo entrati nella “terza fase” dei social media, come ha dichiarato durante una conferenza sui risultati finanziari di Meta. “All'inizio tutti i contenuti provenivano da amici, familiari e account che seguivi direttamente. La seconda fase è avvenuta quando abbiamo aggiunto tutti i contenuti dei creatori. Ora che l'intelligenza artificiale semplifica la creazione e il remix dei contenuti, aggiungeremo un altro enorme corpus di contenuti”. Un flusso continuo e artificiale che conferma in un certo senso la “Dead Internet Theory”, teoria cospirativa nata nel 2001 che preconizzava un web (di cui tra l’altro oggi si celebra una giornata speciale, il Safer internet day) popolato da bot e intelligenze artificiali, piuttosto che da contenuti prodotti da persone reali.

Di questo percorso, Moltbook potrebbe essere un ulteriore passo e una traiettoria futura. Un social da cui non sono spariti solo i contenuti prodotti dalle persone, ma le persone stesse, e dove a condividere le proprie esperienze sono rimaste solo le AI. 

Copertina: Nick Fancher/unsplash