Nel futuro non c’è solo l’AI: il nuovo rapporto Megatrends dell’Italian institute for the future
Smantellamento del Green deal, attivismo della Gen Z, militarizzazione della politica, lavoro e intelligenza artificiale, disoccupazione di massa, il potere dei podcast: questi solo alcuni dei temi trattati dal nuovo Rapporto dell’Iif sui dieci scenari dei prossimi anni.
Ultimamente, parlare di futuro e di intelligenza artificiale sembra essere diventato la stessa cosa. E questo, alla lunga, potrebbe diventare un problema. Lo fa notare Roberto Paura, presidente dell’Italian institute for the future (Iif), nella sua bella introduzione a “Emerging long-term megatrends 2026. Dieci scenari destinati a influenzare il nostro futuro”, il rapporto annuale giunto alla dodicesima edizione e prodotto dall’Iif, tra le istituzioni fondatrici dell’iniziativa Ecosistema Futuro.
L’AI è una rivoluzione epocale che sta cambiando (e cambierà) profondamente la nostra società. Il Rapporto dedica infatti svariati capitoli al tema: “L’inizio della disoccupazione di massa generata dall’IA?”, “Il paradosso dell’AI Workslop: se lavorare con l’IA fa perdere tempo”, “La sparizione silenziosa del web”, giusto per citarne alcuni. Ma è anche vero che il discorso sul futuro si sta appiattendo sull’utilizzo (o meno) dell’intelligenza artificiale, aspetto che non sorprende dato che “da decenni l’immaginario del futuro è completamente sussunto in quello tecnologico”. Per questo motivo il Rapporto dell’Iif cerca di fare un passo in più: intercettare i megatrend vuol dire allargare lo sguardo agli ambiti sociali, economici, politici, ambientali, culturali, oltre che tecnologici, cogliendo le relazioni tra i vari campi. E se il futuro che si prospetta da queste analisi non ci piace, dice Paura nell’evento di presentazione del Rapporto, “forse siamo ancora in tempo per modificarne la dinamica”.
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A causa dell’appiattimento del dibattito sull’AI, stanno gradualmente “sparendo dall’orizzonte” le altre priorità dei prossimi decenni. Quali? Il clima, ad esempio. Il primo capitolo del Rapporto si concentra sullo smantellamento del Green deal, tirato per la giacca da vari fattori che l’Iif prova a mettere a sistema. Il più recente è la concentrazione di fondi nel riarmo europeo. Ma a questo se ne aggiungono altri: la crisi del settore automotive, di cui il Green Deal è responsabile “fino a un certo punto”, dato che le aziende europee non sono state capaci di innovarsi alla velocità di quelle estere, in particolare cinesi; la maggioranza del Parlamento europeo che, dopo le elezioni del 2024, è diventata fortemente critica verso le misure ambientali, facilitando l’allentamento di una serie di norme; la pressione dei dazi statunitensi, che ha obbligato l’Europa a triplicare il valore delle importazioni di gas naturale liquido, petrolio e combustibile nucleare dagli Usa entro il 2028; il facile tecno-ottimismo con cui si affida all’AI la creazione di nuove tecnologie che dovrebbero risolvere la crisi climatica. Tutto questo indica due tendenze per il futuro. La prima è “una radicale inversione di rotta nella definizione degli obiettivi di lungo termine dell’Unione, in cui il cambiamento climatico non è più in cima alle priorità”; la seconda è l’influenza sempre maggiore che le scelte politiche d’oltreoceano esercitano su quelle del Vecchio Continente.
Altro tema di grande rilevanza è l’attivismo politico della Gen Z. Tra il 2024 e il 2025 si è consolidata una nuova ondata globale di mobilitazione: Madagascar, Kenya, Nepal, Marocco, Bangladesh, Perù, tra le altre. Queste proteste, fa notare l’Unicef, hanno un tratto comune molto chiaro: sono nate a seguito della rottura del contratto sociale. “Laddove lo Stato non riesce a garantire beni pubblici essenziali come elettricità, acqua, sanità, istruzione e sicurezza economica, la legittimità istituzionale viene progressivamente erosa”. Per questo motivo, il tratto distintivo delle proteste è “il loro radicamento non in ideologie astratte, ma in esperienze ordinarie e ripetute di fallimento istituzionale, che spingono molti giovani a scoprire la politica come risposta necessaria a un presente percepito come ingiusto e a un futuro sempre più incerto”.
Altri tratti caratteristici sono: la generale non appartenenza a programmi di partito, sindacati leadership verticali; l’utilizzo di piattaforme digitali come “infrastrutture politiche” per condividere il malcontento e organizzare la protesta, nell’ottica di una politica “istantanea” in cui la capacità di mobilitazione dipende da viralità e visibilità; l’uso crescente di simboli culturali condivisi, come la bandiera dei Straw Hat Pirates dell’anime One Piece, che unisce tutti i manifestanti sotto riferimenti antisistemici transfrontalieri. Tuttavia, fa notare l’Iif, “l’impatto di lungo periodo di queste proteste resta incerto”. Come osserva il Council on foreign relations, in molti casi le leadership emerse dopo le mobilitazioni faticano a tradurre le rivendicazioni giovanili in riforme strutturali durature, specialmente in contesti politici instabili. Un problema aperto per il futuro.
Da segnalare anche il capitolo dedicato ai podcast, e alla loro evoluzione dal formato audio a quello audio e video, i cosiddetti vodcast. Per quale ragione questo “sesto potere”, si chiede il Rapporto Iif, ha preso piede negli ultimi anni? Principalmente, per la tecnica comunicativa. I podcast danno più spazio alla vita privata degli intervistati, alle loro abitudini ed esperienze, anche quando si tratta di candidati politici (non è un caso che Kamala Harris, in piena campagna elettorale, sia stata ospite del celebre podcast Call her daddy, mentre Donald Trump dell’ancora più diffuso Joe Rogan Experience). “È proprio questo stile così diverso dai media tradizionali ad aver permesso ai podcast di trasformarsi in media di massa: il modo in cui i contenuti vengono presentati, utilizzando tecniche narrative innovative e coinvolgenti, spinge i fruitori a percepirli come più utili a comprendere il senso delle notizie rispetto ai toni asettici di schemi classici come quelli dei telegiornali”. In ragione di questi fattori, nei prossimi anni i podcast potrebbero “scavalcare televisione e radio come media principali”: nella fascia 18-34 anni, infatti, la percentuale di ascoltatori statunitensi settimanali di podcast arriva negli Stati Uniti alla soglia del 50%, poco dietro alla televisione con il 54% e non lontana dal 59% della radio.
Di grande rilevanza, tornando all’intelligenza artificiale, il capitolo dedicato al rapporto tra AI generativa e crollo di internet. Un’analisi del Pew Research Center mostra che il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 non è stato più accessibile alla fine del 2023, fenomeno noto come link rot, la progressiva marcescenza dei link dovuta alla chiusura dei siti. Questo trend, già iniziato con i social media, che puntano a far restare gli utenti il più a lungo possibile sulle piattaforme, si è amplificato con la diffusione dell’intelligenza artificiale: “La proliferazione di contenuti prodotti automaticamente sta alterando significativamente l’ecosistema informativo”, si legge nel Rapporto. “Materiali non pensati per essere letti o compresi da persone, ma per intercettare e sfruttare le logiche degli algoritmi di indicizzazione e raccomandazione, stanno riempiendo il web di spazzatura generata dall’IA”.
Le immagini generate dall’intelligenza artificiale generano grandi sacche di engagement, che le piattaforme digitali, invece di arginare, incentivano. Meta ha introdotto strumenti come Advantage+, che consente agli inserzionisti di produrre migliaia di varianti pubblicitarie iper-mirate, oppure il Creator bonus program, che remunera direttamente chi riesce a diventare virale, incentivando a postare contenuti artificiali spazzatura in cambio di engagement. “Mark Zuckerberg ha più volte descritto un futuro dei social media come un flusso continuo di contenuti generati dall’AI, su cui gli utenti umani scorrono e reagiscono”. Un futuro che sembra già presente e che conferma in un certo senso la “Dead Internet Theory”, teoria cospirativa nata nel 2001 che preconizzava un web popolato bot e intelligenze artificiali, piuttosto che da contenuti prodotti da persone reali. Erodendo la fiducia in quello che vediamo e leggiamo online. Come scriveva il New Yorker già nel 2018: “Tutto ciò che una volta sembrava definitivamente reale oggi appare leggermente falso; tutto ciò che sembrava leggermente falso ha ora la presenza del reale”.
In chiusura del Rapporto Megatrends, il capitolo “A che punto è il futuro?”, in cui l’Istituto aggiorna alcuni dei trend individuati nei precedenti studi. Tra questi, l’incremento dei consumi energetici per l’AI (che nel 2030 potrebbe raggiungere un consumo annuale simile a quello del Giappone); i progressi della Cina nella corsa allo spazio, che potrebbero portare Pechino a bruciare sul tempo gli Stati Uniti sia per quanto riguarda la raccolta di materiali provenienti da Marte e riportati sulla Terra (obiettivo che gli Usa non sono ancora riusciti a raggiungere), sia per quanto riguarda le prossime missioni di allunaggio; la nuova finanza globale per il clima, sempre più a trazione del Sud del mondo; i nuovi rischi di zoonosi e la strada (ancora lunga) per arrivare a un’effettiva diffusione dei computer quantistici.
Questi dieci megatrend ci aiutano insomma a comprendere meglio dove sta andando il nostro futuro. E, una volta capito, a decidere se è veramente quello che desideriamo.
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