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Oltre la propaganda di Trump: la nuova era delle guerre eterne

I conflitti armati raggiungono un numero record, mentre tregue precarie sostituiscono trattati di pace duraturi. Tra sviluppo tecnologico, aumento delle spese militari e corsa alle materie prime, il mondo è sempre più instabile.

martedì 27 gennaio 2026
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Dagli scontri tra Thailandia e Cambogia alla guerra tra Israele e Hamas, il presidente statunitense Donald Trump ha più volte rivendicato di aver “posto fine” a otto guerre, ritenendo così di meritarsi il Nobel per la pace. Questa retorica nasconde però una realtà molto diversa: il mondo è sempre meno pacifico. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un costante aumento dell’instabilità politica, del numero e dell’intensità dei conflitti e della frammentazione geopolitica, tanto che Papa Francesco definì la situazione globale come una “guerra mondiale a pezzi”.

Secondo i dati del Global peace index 2025, pubblicato dall’Institute for economics and peace, nel 2024 erano attivi 59 conflitti armati tra Stati, tre in più rispetto all’anno precedente. È il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Almeno 98 Paesi erano coinvolti, anche solo in modo parziale. Oltre a essere più numerosi, i conflitti stanno diventando più lunghi, difficili da risolvere e letali, con un numero record di attacchi e morti tra la popolazione civile.

Geografia dei conflitti

Dopo quasi quattro anni dall’invasione russa, la guerra tra Russia e Ucraina sembra entrata in una fase di stallo. Le forze russe hanno conquistato solo l’1,3% del territorio ucraino rispetto a dicembre 2022, a fronte di costi umani e materiali enormi. Il primo incontro trilaterale, che si è svolto negli Emirati Arabi Uniti tra il 23 e il 24 gennaio con la mediazione statunitense, non è stato risolutivo. Come sottolinea il settimanale inglese The Economist, “questo logoramento suggerisce che il 2026 porterà a un conflitto congelato per esaurimento o a una sorta di accordo”.

Nel Sud-Est asiatico, al confine tra Thailandia e Cambogia, vecchie dispute territoriali mai risolte e un crescente nazionalismo continuano a generare scontri, vittime e sfollati. Il 27 dicembre, sotto l’egida dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Asean), è stato firmato un nuovo accordo per il cessate il fuoco dopo che i due Paesi avevano violato quello stretto solo pochi mesi prima. Gli Stati Uniti hanno annunciato aiuti per 45 milioni di dollari per contribuire a mantenere la stabilità nella regione, ma la situazione resta delicata e al confine continuano a verificarsi piccoli scontri. Come sottolinea il Center for strategic and international studies “il destino del cessate il fuoco è complicato dalle politiche interne di entrambe le parti, dove i funzionari stanno allo stesso tempo sfruttando e subendo pressioni da sentimenti nazionalisti”.

Un “accordo di pace senza pace”, per usare l’espressione dell’Ispi, è anche quello firmato a inizio dicembre del 2025 dai presidenti della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda, con la mediazione di Stati Uniti e Qatar. Dopo decenni di combattimenti i due Paesi si sono impegnati a porre fine alle ostilità al confine e a collaborare nel settore dell’energia idroelettrica, dell’attività minerarie e delle infrastrutture. Nelle trattative però non sono stati coinvolti i rappresentanti del Movimento 23 Marzo (M23), un gruppo paramilitare che, secondo le Nazioni Unite, è sostenuto finanziariamente e militarmente dal Ruanda e che continua a combattere e controllare la regione al centro dell’accordo. A complicare ulteriormente il quadro c’è la competizione per l’accesso alle risorse naturali. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, possiede circa la metà delle riserve accertate di cobalto a livello mondiale e copre oltre il 70% della produzione, rendendo il Paese strategico per la transizione energetica e digitale.

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La mediazione Usa nell’accordo tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda riflette il crescente interesse per la regione, ricca di materie prime e potenziale umano. Ma povertà e conflitti ne minacciano lo sviluppo.

 

L’accesso alle risorse naturali come acqua, petrolio, gas, minerali o terra fertile è sempre più spesso una causa scatenante dei conflitti. Le violenze legate alle riserve e infrastrutture idriche, ad esempio, sono quasi raddoppiate dal 2022, secondo le stime del think tank Pacific institute. “Tra gli esempi più recenti ci sono le tensioni relative a un trattato di condivisione delle acqua del fiume Indo tra India e Pakistan dopo un attacco terroristico, gli attacchi della Russia alle dighe idroelettriche in Ucraina, la distruzione da parte di Israele dei sistemi idrici di Gaza e le proteste per le forniture idriche in Sudafrica” riporta il Guardian. Secondo le stime delle Nazioni Unite, entro il 2030 la domanda di acqua fresca supererà la disponibilità del 40%, aumentando il rischio di conflitti.

Non solo guerre tra Stati

Negli ultimi anni non sono aumentati solo i conflitti tra Stati, ma anche le guerre civili o gli scontri che coinvolgono gruppi armati non statali. Secondo le stime del Comitato internazionale della Croce rossa circa 204 milioni di persone oggi vivono in aree controllate o contestate da gruppi armati, 30 milioni in più rispetto al 2021. In queste regioni l’accesso ai servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria o l’educazione, non è più garantito e alle violenze si aggiungono le conseguenze delle carestie e della diffusione delle malattie.

Dal 2023 il Sudan è dilaniato da una guerra civile combattuta tra le Forze armate del Sudan, l’esercito regolare guidato da Abdel Fattah al-Burham, e il gruppo paramilitare delle cosiddette Forze di supporto rapido (noto con la sigla Rsf). Gli scontri hanno causato una delle crisi umanitarie più gravi (e più trascurate) del mondo. Si stima che dall’inizio del conflitto siano state uccise oltre 150mila persone, che altre centinaia di migliaia siano morte a causa della carestia e 13 milioni siano state costrette a lasciare le proprie case.

I Paesi del Sahel, come Mali e Burkina Faso, affrontano una violenza crescente da parte dei gruppi jihadisti. Per contenere la loro avanzata le giunte militari al potere si sono rivolte a gruppi paramilitare privati, come l’Africa corps (il nuovo nome del gruppo russo Wagner dopo la morte del suo fondatore). Questi contingenti offrono protezione e sicurezza ai governi in cambio di accesso alle materie prime: la giunta militare del Mali, ad esempio, ha autorizzato la costruzione di una raffineria d’oro in cui il gruppo russo Yadran avrà una quota di minoranza.

Situazioni di estrema instabilità si registrano anche ad Haiti, dove le bande criminali terrorizzano la popolazione con saccheggi, stupri ed esecuzioni (solo nel 2025 sono state uccise 4500 persone). La rappresentante speciale dell’Onu per Haiti ha definito il Paese “vicino a un punto di non ritorno e al caos totale”. In Myanmar, infine, sono attivi oltre 1200 gruppi armati che contendono il controllo del Paese alla giunta militare salita al potere nel 2021 dopo un golpe. Una guerra civile costata decine di migliaia di morti e tre milioni e mezzo di sfollati interni.

Guerre eterne

Come dimostrano i casi della Thailandia e della Cambogia o della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda, la conclusione dei conflitti è caratterizzata sempre più da tregue fragili. Come evidenziano i dati del Global peace index 2025, il tasso di risoluzione dei conflitti è il più basso degli ultimi 50 anni: la percentuale di guerre concluse con un accordo di pace o con documenti ufficiali è passata dal 22% del 1970 al 4% del 2010.

La nuova normalità non è più la fine totale delle ostilità, ma il loro “congelamento”. E questi accordi sono estremamente precari: secondo Ceasefire project, che ha analizzato i risultati di oltre 2mila cessate il fuoco stipulati tra il 1989 e il 2020, le tregue violate sono durate in media tra i 65 e i 193 giorni. E spesso sono seguite da scontri ancora più violenti. Durante la guerra in Bosnia, ad esempio, nell’arco di tre anni vennero dichiarati oltre 70 cessate il fuoco, il più lungo dei quali tra il 1994 e il 1995 fu seguito da una escalation nei combattimenti che portò al genocidio di Srebrenica.

Come osserva il New York Times Magazine, “la proliferazione di cessate il fuoco al posto di accordi duraturi è un sintomo della politica pessimistica del nostro tempo. Ci siamo talmente abituati all'era delle guerre eterne che sembriamo aver dimenticato di sperare in una vera pace, una pace positiva, una pace basata sulla giustizia”.

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La fine del diritto internazionale umanitario?

Nonostante tutte le maggiori potenze siano firmatarie della Convenzione di Ginevra, nel 2025 si sono registrati oltre 56mila episodi di violenza diretti ai civili, il numero più alto degli ultimi cinque anni. In particolare, le analisi dell’organizzazione Armed conflcit location and event data project (Acled) hanno rivelato che ad aumentare sono gli episodi di violenza verso i civili perpetrati dagli Stati, passati dal 20% del totale nel 2020 al 35% nel 2025. “L’erosione delle norme democratiche e internazionali consente ai governi di ricorrere alla violenza con minori scrupoli, colpendo un numero record di civili sia all’interno dei propri confini sia all’estero” spiega Acled. Israele e Russia sono responsabili dell’88% di tutti gli episodi di violenza che hanno colpiti civili al di fuori dei propri Paesi nel 2025.

Parallelamente, gli attacchi contro gli operatori umanitari hanno continuato a crescere vertiginosamente, insieme al numero di vittime e decessi. L'Aid worker security database 2025 (Awsd) elaborato dall’Ong Humanitarian Outcomes, ha registrato un record storico di quasi 600 gravi episodi di violenza contro gli operatori (omicidi, rapimenti e feriti) nel 2024, con un aumento del 36% rispetto al 2023. Nello stesso periodo c’è stato anche un record di vittime, con 383 operatori umanitari uccisi. Anche il personale sanitario è sempre più esposto: secondo i dati del Safeguarding health in conflict coalition, nel 2024 si sono registrati oltre 3600 attacchi a cliniche e ospedali, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Quasi mille operatori sanitari sono stati uccisi. E la maggior parte degli incidenti (81%) è stata attribuita ad attori statali.

Nuove tecnologie e più spese militari

In questi anni l’Ucraina è diventata un laboratorio accelerato di tecnologia militare, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo di droni sempre più precisi e avanzati. Anche le tattiche militari cambiano: la linea del fronte è ora composta da pattuglie di pochi uomini guidate da un drone “angelo custode” che le vede dall’alto, le fa avanzare o fermare, gli porta persino acqua, cibo e sigarette con micro-rilasci. Queste squadre indossano tute che riducono l’emissione infrarossa per risultare meno visibili ai sensori dei droni avversari. Quando intercettano un movimento, passano coordinate e scatenano lo strumento più adatto: fuoco d’artiglieria, missili plananti o balistici, lo stesso sciame di droni.

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I costi dei droni si sono ridotti significativamente negli ultimi anni e il loro utilizzo è diventato accessibile anche a ribelli, milizie e cartelli di narcotrafficanti: secondo i dati Acled, i gruppi armati non statali che hanno utilizzato i droni per un attacco sono passati da dieci nel 2010 a 469 nel 2025. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin), un’organizzazione militare terrorista attiva nel Mali, ad esempio, sfrutta i droni per la sorveglianza e per attacchi mirati anche tramite droni kamikaze.

L’aumento dei conflitti e delle tensioni internazionali si riflette anche nell’incremento della spesa militare. Come sottolinea il Rapporto ASviS 2025, nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto il livello record di oltre 2.700 miliardi di dollari, con un aumento del 37% nell’ultimo decennio. È un trend in crescita che, se confermato, porterebbe a raggiungere livelli compresi tra 4.700 e 6.600 miliardi di dollari entro il 2035. Gli Stati Uniti sono al primo posto con 997 miliardi di dollari spesi, seguiti dalla Cina (314 miliardi) e dalla Russia (149 miliardi). Le aziende produttrici di armi hanno registrato un aumento del 5,9% dei ricavi tra il 2023 e il 2024, per un totale di 679 miliardi di dollari, riporta Foreign Policy. Otto dei dieci maggiori esportatori di armi su base pro-capite sono democrazie occidentali. E tra questi c’è anche l’Italia.

Copertina: Alex Shuper/unsplash