Tra consegne con i droni e navi a vela, come cambia la logistica
Spedizioni ultra-rapide, tracking avanzato, “reverse logistic” e trasporto a basso impatto: le trasformazioni per rispondere alla crescita dell’e-commerce e ridurre l’impatto ambientale del settore.
Dal 2026 PostNord, il servizio di poste statali danese, non consegnerà più lettere, ma solo pacchi. Negli ultimi vent’anni il numero di lettere spedite nel Paese è diminuito del 90% poiché la maggior parte delle comunicazioni, anche da enti pubblici, avviene digitalmente. Anche in Italia si sta verificando un calo della posta tradizionale e una crescita delle consegne dei pacchi: nel 2024 Poste Italiane ha consegnato oltre 308 milioni di pacchi, registrando un aumento del 20,8% rispetto al 2023. Per adeguarsi a questi cambiamenti Poste Italiane sta diversificando e innovando i propri servizi, ad esempio attraverso l’installazione di locker (in inglese armadietto) dover poter ritirare gli acquisti effettuati online o lasciare i resi.
Non sono solo i servizi postali a trasformarsi per riadattarsi all’aumento dei pacchi spediti, ma anche tutto il resto del settore della logistica. Molte delle innovazioni stanno avvenendo nel cosiddetto last mile (ultimo miglio), ovvero il passaggio finale nel tragitto del pacco verso l’utente, con spedizioni più veloci o effettuate con l’utilizzo dei droni, ma vengono sperimentate nuove soluzioni per ridurre l’impatto ambientale lungo tutte le fasi di trasporto.
Veloce, automatizzato e tracciato: così si trasforma “l’ultimo miglio”
Una dei cambiamenti più evidenti riguarda l’accorciamento dei tempi di consegna. A dettare i ritmi è stato soprattutto Amazon: nel 2005 ha introdotto Prime, un piano a pagamento che garantiva la consegna dei prodotti in soli due giorni; nel 2019 le consegne effettuate il giorno successivo all’ordine erano diventate lo standard. I tempi si sono ulteriormente accorciati con l’introduzione dell’opzione “consegna in giornata” che permette di ricevere gli acquisti in poche ore: in Italia è attivo dal 2018 a Milano e a Roma, ma negli ultimi anni si è diffuso sempre di più e ora comprende altre cinque città (Torino, Firenze, Genova, Padova e Bologna) e le aree circostanti. Nel 2024 in tutto il mondo Amazon ha consegnato oltre nove miliardi di prodotti in giornata o in un solo giorno: a Brandizzo, in provincia di Torino, un cliente ha ricevuto cibo per i gatti in 207 minuti (3 ore e 27 minuti), una delle consegne più veloci. Per accorciare in modo significativo i tempi di spedizione la società di Jeff Bezos ha aperto oltre 55 strutture per la consegna in giornata solo negli Stati Uniti: si tratta di magazzini, in cui sono presenti soprattutto i prodotti più richiesti, dove vengono svolte le attività di smistamento e spedizione.
La competizione ora non riguarda più la qualità dei prodotti o i prezzi, ma i tempi di consegna. Perché? “Poche persone hanno veramente bisogno di questo servizio” scrive il New York Times “ma le aziende hanno capito che l’abitudine ad avere una consegna rapida, una volta acquisita, rende i consumatori fedeli e disposti a spendere di più”. Si parla sempre di più di quick-commerce, ovvero della capacità delle aziende di consegnare i prodotti entro un’ora dall’ordine online: negli Stati Uniti Walmart, grazia alla diffusione su tutto il territorio nazionale dei propri punti vendita, assicura la consegna della spesa entro 30 minuti; in India aziende come Blinkit e Zepto promettono di portare ai clienti una grande varietà di prodotti (dai vestiti ai telefoni) in soli dieci minuti. Anche in Italia sta aumentando l’interesse per le consegne ultraveloci: a Firenze e a Bologna Glovo ha recentemente avviato una collaborazione con Carrefour per garantire la consegna della spesa in 30 minuti grazie alla realizzazione di alcuni dark store (letteralmente “negozi scuri”), ovvero negozi con le vetrine oscurate e non accessibili al pubblico.
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Uno dei modi con cui i negozi di e-commerce e le piattaforme di delivery stanno cercando di velocizzare le consegne sono i droni. Da quattro anni in Australia, in alcune aree autorizzate per i test, Wing Aviation, di proprietà di Alphabet (azienda controllata da Google), effettua consegne con i droni: l’ordine viene preparato dai commessi del negozio o del ristorante e viene portato sul tetto dove è presente l’operatore di Wing Aviation. È la parte più lunga del processo: i droni, che possono portare pacchi del peso massimo di 1,2 kg e sono altamente automatizzati, arrivano a destinazione nel giro di pochi minuti. A Shenzhen, in Cina, Meituan, l’applicazione di food delivery più diffusa nel Paese, trasporta bevande e cibo con i droni: gli ordini non vengono consegnati all’indirizzo del cliente, ma in alcuni punti di ritiro specifici. L’azienda statunitense Zipline, invece, si è specializzata nel trasporto di medicinali in alcuni Paesi africani, come il Ruanda e il Ghana, garantendo tempi di consegna brevi anche nelle zone difficilmente accessibili via terra.
Amazon, invece, sta avendo difficoltà ad avviare negli Stati Uniti Prime Air, il suo servizio di consegna con i droni: attualmente attivo in prova solo in poche città, per pacchi dal peso non superiore ai 2,2 kg, Prime Air è ancora in attesa di ricevere l’approvazione della Federal Aviation Administration, l’agenzia federale per l’aviazione civile, per poter operare. E come riporta il New York Times, le consegne con i droni sono spesso motivo di fastidio (soprattutto a causa del rumore) per gli abitanti. Intanto Amazon sta investendo in altri Paesi, tra cui l’Italia dove a dicembre del 2024 ha effettuato il primo volo di prova con un drone per le consegne. Prima che le consegne con i droni diventino una pratica realmente diffusa bisognerà risolvere alcuni problemi, come le difficoltà legate a condizioni meteo avverse o alla presenza di numerosi edifici nelle zone urbane, e definire una regolamentazione sul nuovo “traffico” aereo a bassa quota. Intanto Zipline ci prova, come si vede nel video qui sotto.
Un altro grande cambiamento nel settore della logistica riguarda il tracciamento online delle spedizioni, offerto da un numero sempre crescente di aziende. Nati per esigenze organizzative interne, i sistemi di tracciamento sono disponibili anche per i clienti da ormai 30 anni, anche se le informazioni che forniscono stanno diventando sempre più precise. Sono un modo per le aziende di risparmiare sui costi di gestione delle email e delle telefonate, mentre per molte persone sono un segno dell’affidabilità e della trasparenza di una impresa. Come racconta Il Post, i sistemi di tracciamento permettono di soddisfare la necessità psicologica di controllo o di calmare l’ansia, tanto che alcune persone raccontano di aver sviluppato una sorta di dipendenza da questo servizio, controllando di continuo la posizione del proprio ordine.
La reverse logistic: i resi e tutto quello che ci sta intorno
La maggior parte dei siti di e-commerce ha introdotto la possibilità di restituire gratuitamente i prodotti acquistati: il numero dei resi effettuati è cresciuto così tanto negli ultimi anni da aver fatto nascere un settore dedicato, la reverse logistic (letteralmente la “logistica inversa”), che include corrieri, magazzinieri, sarti, addetti al controllo qualità, alla pulizia e all’eventuale smaltimento. Negli Stati Uniti solo i resi effettuati nel periodo delle vacanze invernali valgono oltre tre miliardi di dollari. Le politiche di reso gratuite e flessibili sono una garanzia per il cliente che sa di poter restituire un prodotto se danneggiato o se non si ritiene pienamente soddisfatto. Con gli anni tuttavia si è sviluppata una vera e propria cultura dei resi: c’è chi acquista molti prodotti, spesso scarpe e vestiti, con l’intento di provarli a casa e restituirne alcuni; c’è chi compra un oggetto, ad esempio un albero di Natale artificiale o un generatore portatile, sapendo già di utilizzarlo per un periodo limitato di tempo; c’è chi acquista un abito per un’occasione particolare, lo indossa (con il cartellino) e poi lo restituisce (una pratica nota con il termine inglese di wardrobing con riferimento al continuo rinnovo del guardaroba).
I resi comportano costi e difficoltà organizzative per le aziende che devono ritirare, controllare, sanificare, riparare eventuali danni, rimmagazzinare e rispedire i prodotti. In alcuni casi i costi sono così alti che le aziende decidono di rimborsare i clienti senza chiedere che la merce venga restituita. In altri i prodotti non vengono rivenduti, ma finiscono direttamente in discarica, alimentando i problemi ambientali: come riporta il Guardian, si stima che solo il 50% dei vestiti restituiti venga rimesso in vendita. Alcune aziende stanno cambiando le proprie politiche: alcune hanno introdotto il reso a pagamento, altre hanno iniziato a vietare la vendita o i resi ai clienti con alti tassi di restituzione. C’è chi sta sperimentando soluzioni innovative: Warby Parker, un marchio statunitense di occhiali che basa il suo business sulla possibilità di ricevere a casa cinque modelli diversi di occhiali per scegliere quello adatto, ad esempio, ha attivato un sofisticato sistema per provarli direttamente online. A inizio del 2025 Amazon ha annunciato che terminerà il suo servizio “Try before you buy” che permetteva ai clienti Prime di provare vestiti e accessori per sette giorni prima di decidere se acquistarli. La decisione è dovuta anche all’utilizzo sempre maggiore dell’intelligenza artificiale che permette di provare virtualmente gli abiti e ricevere suggerimenti personalizzati sulla taglia da comprare.
Alla ricerca della sostenibilità: navi portacontainer più lente, barche a vela e camion elettrici
Prima di percorrere “l’ultimo miglio” e arrivare nelle nostre case o nei negozi le merci spesso compiono lunghi viaggi in nave attraverso l’oceano: secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo oltre l’80% del commercio globale avviene via nave. Il settore marittimo è responsabile del 3% delle emissioni di gas serra a livello globale, una percentuale che potrebbe arrivare al 10% entro il 2050 con gli attuali tassi di crescita. Nel 2018 l'Organizzazione marittima internazionale (Imo) si è posta l’obiettivo di dimezzare, entro il 2050, le emissioni rispetto ai livelli del 2008.
Per diminuirne l’impatto ambientale si stanno studiando soluzioni diverse: il consorzio Blue Visby Solution ha dimostrato che rallentando la velocità di navigazione viene prodotto tra l’8% e il 28% delle emissioni in meno rispetto alla norma (la differenza dipende dalle condizioni meteo che una nave può trovare). Per questo Blue Visby Solution propone un sistema di tracciamento delle navi e di algoritmi di previsione dell’affollamento dei porti: se conoscessero con precisione il giorno in cui verrà loro assegnato un posto, le navi potrebbero regolare la velocità, evitando di andare il più velocemente possibile e di rimanere ancorate al largo per molto tempo (come invece accade ora). Non è però una soluzione facilmente applicabile su larga scala proprio perché la logistica è continuamente alla ricerca di modi per ridurre i tempi di consegna.
Per la decarbonizzazione del settore un ruolo importante sarà giocato dallo sviluppo di nuovi combustibili “alternativi”, come l’idrogeno verde e i biocombustibili. I combustibili alternativi, tuttavia, richiedono una trasformazione delle navi e delle infrastrutture di rifornimento. La soluzione più immediata per diversificare l’utilizzo di carburante convenzionale è data dal Gas naturale liquefatto (Gnl) che può aiutare a ridurre alcune emissioni inquinanti, ma rimane un combustibile fossile nocivo per l’equilibrio climatico.

Elettrificazione, biocarburanti, idrogeno e mobilità condivisa: la ricetta per i trasporti del futuro
Secondo un’analisi del Cmcc, le emissioni nel settore potrebbero aumentare fino al 50% entro metà secolo. Investendo nella mitigazione si può invertire il trend. Città e materiali critici giocano un ruolo cruciale.
Come racconta il Mit technology review, alcune aziende stanno rilanciando l’utilizzo di un’energia che per anni ha permesso alle navi di spostarsi: il vento. È il caso della Juren Ae, progettata dalla Marshall Island Shipping Corporation, delle vele rigide costruite dall’azienda svedese Oceanbird o delle vele aspiranti dell’azienda spagnola Bound4Blue. Alcuni ingegneri, invece, stanno lavorando per creare degli enormi aquiloni che riescano a trainare le barche.
La flotta di navi a vela rigida di Oceanbird – Fonte immagine: Oceanbird
Una volta arrivata nei porti la maggior parte della merce viene distribuita dai camion: in Europa, ad esempio, l’80% delle merci viene trasportata su strada, ma solo un camion su settanta è ecologico. Come sottolinea l’Economist, è probabile che l’elettrificazione del trasporto avvenga principalmente per i veicoli più piccoli che operano su percorsi brevi, e in parte sta già accadendo: molte aziende di spedizione, come Dhl e FedEx stanno sostituendo la propria flotta di furgoni con modelli elettrici. Le batterie per alimentare i camion grandi sono ingombranti e potrebbero farne aumentare il prezzo; per percorrere lunghe distanze, inoltre, resterebbe il problema dell’autonomia limitata e delle stazioni di ricarica. Il Giappone, invece, sta pianificando di costruire una “strada a nastro trasportatore” dove viaggeranno veicoli elettrici a guida autonoma: il progetto è volto a soddisfare la crescente domanda di servizi di consegne e porre rimedio alla carenza di camionisti (si stima che entro il 2030 nel Paese il numero di camionisti potrebbe ridursi del 34%). Per riuscire a decarbonizzare il settore della logistica, l’Unione europea vuole puntare su un percorso alternativo: i fiumi. L’Ue sta infatti progettando di trasformare la rete di oltre 37mila chilometri di corsi d’acqua in vere e proprie autostrade per il trasporto merci. Il Green Deal europeo prevede infatti di trasformare i fiumi in vitali corridoi di trasporto, con l’obiettivo di raddoppiare il traffico di chiatte entro il 2050.
Copertina: Adrian Sulyok/unsplash