Intervista a Ilaria Capua: “Così il caos globale sta danneggiando la ricerca”
Secondo la virologa l’Europa deve dotarsi di nuovi strumenti e finanziamenti adeguati per non compromettere la ricerca e la cooperazione.
Come impatterà sulla ricerca scientifica l’attuale situazione geopolitica?
Una domanda che non abbiamo sentito porre nei numerosi talk show che in questi giorni trattano la crisi globale, spesso rilanciando le stesse informazioni ma senza utili approfondimenti sulle conseguenze del disordine a cui stiamo assistendo.
Ne ha parlato, in un articolo apparso domenica 4 gennaio su La Lettura del Corriere della Sera Alessandro De Angelis, articolo che ci ha colpito e ci ha spinto a interpellare in proposito la nota virologa Ilaria Capua.
De Angelis pone il problema di come si potrà conciliare la sempre più necessaria attenzione alla sicurezza con l’altrettanto necessaria apertura alla cooperazione per il progresso scientifico.
E nessuno meglio di Ilaria Capua può affrontare questo dilemma.
Docente esperta in Global Health presso la Johns Hopkins SAIS Europe, docente onoraria e direttrice emerita del One Health Center of Excellence presso l’Università della Florida, con al suo attivo ben nove tra i massimi premi del mondo internazionale della ricerca, la scienziata subì un processo per aver condiviso i dati relativi a un ceppo dell’aviaria da lei individuato. Accusata di traffico internazionale di virus, accusa da cui è stata in seguito prosciolta “perché il fatto non sussiste”, aveva in realtà rinunciato a brevettare quella scoperta per promuovere il libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche del virus, a tutto vantaggio della cooperazione scientifica e della salute pubblica. Quelle accuse la costrinsero a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti, dove è rimasta fino a poco tempo fa, prima di decidere di rientrare vista la deriva che la situazione politica stava prendendo sotto il secondo mandato di Donald Trump.
“La necessità di maggior sicurezza non limita solo il progresso scientifico, ma limita e limiterà sempre di più le nostre vite”, afferma la virologa. “La situazione è gravissima, abbiamo perso un alleato storico che è stato per noi un faro di luce e ora si è spento, o meglio guarda da un’altra parte. Riguardo alle conseguenze per la scienza e la salute globale basti pensare che gli Usa sono usciti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, mentre abbiamo visto che quando c’è un’emergenza bisogna unirsi, non dividersi.”.
Ilaria Capua rivendica, a ragion veduta, l’importanza di quanto fece nel 2006 condividendo i dati sul virus dell’aviaria.
“Da quel momento in poi divenne prassi comune, rendendo caso mai strano il contrario. Durante l’epidemia da Covid 19 la sequenza è stata depositata nel database ideato da me per condividere le sequenze dei virus emergenti.”.
Possiamo dire che quell’atto, che le costò molto in termini personali - eletta alla Camera nel 2013 con Scelta Civica era stata costretta a dimettersi, per non parlare dei rischi corsi dai suoi famigliari e in generale delle conseguenze sulla sua vita privata e professionale di una infamante campagna mediatica - fu davvero lungimirante.
Ma da oggi in avanti sarà ancora così?
“Siamo in un momento di caos e il danno che il governo degli Stati Uniti sta facendo alla sanità pubblica è enorme. Sono stati tagliati 500 milioni di dollari per i vaccini mRNA e ridotti i programmi di vaccinazione pediatrica. Sono stati ridotti anche i fondi per la ricerca su varie patologie tra cui l’Hiv. Il Center for Disease Control and Prevention di Atlanta monitorava otto patogeni trasmessi con gli alimenti e ora ne monitora solo due; per come è organizzata la grande distribuzione negli Usa ciò è particolarmente grave.”.
E come reagiscono a tutto questo gli addetti ai lavori?
“C’è stata una fuga di personale e ciò comporta la perdita di un capitale di conoscenza importante. Aggiungo che è stata instaurata anche una nuova prassi per cui è proibito partecipare a incontri tra scienziati appartenenti ad alcuni Paesi e con le Organizzazioni delle Nazioni Unite come Oms e Fao. Tutto questo, oltre al fatto di concentrare attenzione e risorse sul riarmo, farà sì che la ricerca scientifica soffrirà moltissimo.”.
Nell’articolo di De Angelis si attribuisce anche agli eccessi della cultura woke, termine usato per indicare movimenti progressisti incentrati sulla giustizia sociale e l’inclusività, la nascita di una nuova figura di scienziato, più dedita all’amministrazione e alla politica che alla ricerca pura.
Dice De Angelis che si tratta di obiettivi legittimi, ma in questo vede il rischio che “il merito scientifico venga progressivamente subordinato alla capacità di aderire a priorità amministrative e narrative esterne alla ricerca per ‘fare squadra’ con l’amministrazione e la politica”, mentre “l’eccellenza richiede tempo libero per pensare e mal si concilia con lo stakanovismo burocratico”.
Questa affermazione può essere letta come un attacco alle rivendicazioni portate avanti dai movimenti femminili e femministi per la parità di genere in ogni ambito?
“Sto scrivendo un libro che affronta proprio questi temi, ovvero su come le donne siano vittima di imboscate nell’attività professionale e su come ci si deve difendere da comportamenti inappropriati. Spesso non arrivano ai vertici perché di fronte alle difficoltà sono portate a mollare. Uscirà il 28 aprile con Rizzoli.”.
In questo caos l’Europa si trova a un bivio: scomparire o vedere finalmente e completamente la luce. Qual è la sua visione per quanto riguarda la scienza?
“Effettivamente l’Europa è in grande difficoltà, ma ha il dovere di compattarsi e di sottolineare i propri valori. Segnali positivi ci sono: sono stati stanziati 250 milioni per l’antibiotico-resistenza e la Commissione europea ha dimostrato attenzione ai temi ambientali. Si sta lavorando anche sulla costruzione di database che possano offrire garanzie dal punto di vista della research security, pur mantenendo l’accesso open, anche per offrire un’alternativa ai database esistenti. Uno di questi è Pathoplexus. Dobbiamo continuare a finanziare quegli ambiti che il nostro alleato non vuole più sovvenzionare riguardo alla sanità pubblica, come per esempio i vaccini. Mi auguro che l’Unione europea sappia mostrare quel coraggio e quella compattezza che finora sono mancati.”.