"Italia e Germania lavorino per favorire un rinascimento industriale europeo"
Intervista a Jörg Buck della Camera di Commercio Italo-Tedesca (AHK Italia): trasformazione, competitività e stabilità normativa per il settore energetico.
La nostra serie di interviste ai partner e ai sostenitori del Dialogo italo-tedesco per lo sviluppo sostenibile e della nostra piattaforma platea2030, in occasione del quinto anniversario dell’iniziativa, prosegue oggi con un’intervista a Jörg Buck, dal 2015 membro esecutivo del consiglio direttivo della Camera di Commercio Italo-Tedesca (AHK Italia). La Camera di Commercio Italo-Tedesca (AHK Italia) accompagna il nostro lavoro da molti anni e ha sostenuto diversi nostri eventi, arricchendoli con i propri contributi, da ultimo, nell’ambito del Festival dello sviluppo sostenibile 2025, il webinar Next Stop: Omnibus.
L’AHK Italien, una delle prime Camere di Commercio Estere bilaterali di origine tedesca (AHK), fondata a Milano il 15 dicembre 1921, riunisce da oltre 100 anni grandi, piccole e medie imprese, filiali di gruppi multinazionali, nonché singoli imprenditori e liberi professionisti. In qualità di organizzazione associativa, promuove, su incarico del Ministero federale dell’Economia, le relazioni economiche tra imprese tedesche e italiane e funge da rappresentanza ufficiale dell’economia tedesca in Italia. In quanto motore di comprovata esperienza, si propone come fonte di stimoli per nuove idee e soluzioni innovative, come laboratorio per tematiche di grande attualità che rendono tangibile il futuro, con l’obiettivo di favorire una maggiore crescita delle imprese e dell’economia di entrambi i Paesi.
Uno degli elementi fondamentali è il Forum economico italo-tedesco, fondato nel 2006. A metà settembre è stato celebrato a Milano il 20° anniversario con l’evento “La rinascita dell’industria europea tra Italia e Germania”. Quale bilancio ne trae? Come sono cambiate le relazioni tra Italia e Germania negli ultimi due decenni e quali sono stati i punti chiave della cooperazione? Quali sono le sue priorità per la cooperazione futura, anche in una prospettiva europea?
Il Forum è ormai molto più dell’evento di punta della Camera di Commercio Italo-Germanica, ma un appuntamento annuale in cui la comunità italo-tedesca si ritrova per confrontarsi sulle sfide del presente e sulle opportunità del futuro. La ventesima edizione è un traguardo di cui siamo orgogliosi; in vent’anni le relazioni bilaterali sono maturate anche grazie a occasioni di dialogo come questa, come ha ricordato l’Ambasciatore Bagger.
Da anni il dibattito pubblico è dominato da notizie pessimistiche che rischiano di oscurare i molti punti di forza esistenti. Quest’anno abbiamo scelto di mettere al centro proprio il Rinascimento industriale europeo: senza negare le sfide del presente, abbiamo voluto riportare l’attenzione sulla forza dell’Europa, in particolare del binomio italo-tedesco. Lo studio ISPI condotto per l’occasione (Under pressure: Europe, Italy and Germany in a weaponised global economy) lo conferma: Italia e Germania dispongono di leve strategiche che il mondo fatica a replicare, dai macchinari industriali avanzati e dalla robotica alla mobilità elettrica e i trasporti. Il momento attuale, caratterizzato da coercizione economica e pratiche commerciali distorsive, impone di ricordare questi fatti, non per velleità autoconsolatorie, bensì per tutelare e rafforzare il nostro vantaggio competitivo.
Quanto alle relazioni, dal 2006 ad oggi l’interscambio italo-tedesco è passato da poco più di 100 a circa 158 miliardi. Anche nei momenti di maggiore distanza politica, come durante la crisi del debito sovrano, le relazioni economiche hanno mantenuto una forte continuità, grazie all’integrazione strutturale dei nostri sistemi produttivi. Negli ultimi anni abbiamo poi scoperto di essere esposti alle stesse vulnerabilità, e questo ha accelerato la convergenza: dal Piano d’azione del 2023 al suo aggiornamento di gennaio 2026, dopo il quale il cancelliere Merz ha detto che i due Paesi non sono mai stati così vicini. Ed è vero. Germania e Italia, rispettivamente prima e terza economia dell’Unione, hanno catene del valore molto integrate e governi vicini su diversi dossier, con la Germania primo partner commerciale dell’Italia e Roma sesto partner di Berlino. Ma c’è ancora molto da fare, in vari comparti le nostre economie sono complementari e devono solo incontrarsi. In questo AHK Italien è in prima linea: colleghiamo imprese che non sanno di cercarsi.
Per il futuro la cooperazione passa da rinnovabili, aerospazio, agroalimentare, farmaceutico, chimico, siderurgia, e tecnologia. Ma tutto parte dall’assunto che ci si muova in un contesto in cui i problemi di sicurezza economica, energetica e degli approvvigionamenti siano trattati con la dovuta urgenza, altrimenti sarà dura competere, per le imprese italo-tedesche come per quelle europee. Per questo, oltre che per la storica vocazione europea, Italia e Germania hanno oggi qualche responsabilità in più per favorire un rinascimento industriale europeo, un passo potrebbe essere ad esempio spingere per un completamento del mercato unico dei capitali e dell’energia.
Il tema dell’energia è senza dubbio un tema chiave. L’Italia è tra i Paesi europei che importano gran parte del proprio fabbisogno energetico. La quota delle importazioni nette rispetto all’energia totale disponibile supera i due terzi. Sebbene il mix energetico italiano sia ancora fortemente caratterizzato dai combustibili fossili e vi sia un’elevata dipendenza proprio dalle importazioni di gas naturale, le energie rinnovabili svolgono un ruolo sempre più importante in tutti i settori: produzione di energia elettrica, produzione di calore e trasporti. Come si sta configurando la transizione energetica in Italia?
La transizione energetica italiana si trova in una fase decisiva, il Paese ha risorse rinnovabili significative, competenze industriali e una posizione geografica che può farne un nodo cruciale del sistema energetico europeo. Ma la dipendenza dalle fonti fossili importate e l’esposizione alla volatilità dei prezzi mostrano che non è solo una questione ambientale, è anche industriale e strategica.
Il Pniec aggiornato nel 2024 definisce obiettivi ambiziosi per il 2030, ormai alle porte, tra cui una quota di rinnovabili pari al 39,4% sui consumi finali lordi di energia e al 63% sui consumi elettrici. I progressi non mancano. A fine 2025 la capacità rinnovabile complessiva installata in Italia aveva raggiunto circa 83,5 GW, con oltre 7 GW di nuove installazioni nell’anno. Se consideriamo invece il solo fotovoltaico e l’eolico, la capacità installata era pari a circa 57 GW, a fronte di un obiettivo PNIEC di 107 GW al 2030.
Il divario c’è, e senza un’accelerazione i progetti avviati oggi vedranno la luce oltre il 2030. Le imprese incontrano difficoltà note: autorizzazioni lunghe, procedure frammentate, un coordinamento non sempre efficace tra Stato e Regioni, la connessione alla rete e un sistema di incentivi che muta. Le riforme recenti, dal Testo Unico FER alla revisione delle aree idonee, hanno talvolta introdotto discontinuità proprio a ridosso delle scadenze. Per chi investe, la prevedibilità del quadro regolatorio è essenziale, perché gli orizzonti sono lunghi. Nel frattempo, finché il mix resta sbilanciato sul gas, ogni shock geopolitico si trasferisce subito sui costi delle imprese.
Entro il 2030 servono dunque regole stabili, più risorse per le amministrazioni che autorizzano, una disciplina uniforme delle aree idonee su tutto il territorio, con meccanismi di premialità per i territori che accolgono gli impianti, e un PNIEC aggiornato sulle traiettorie di crescita per tecnologia. Oltre il 2030, un piano energetico nazionale di lungo periodo, coerente con il percorso europeo verso una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2030.
Noi ribadiamo il nostro sostegno a una transizione affrontata con approccio urgente e pragmatico, capace di coniugare decarbonizzazione e competitività. Le aziende hanno già investito in tecnologie, processi produttivi più efficienti e soluzioni per ridurre le emissioni. Il compito delle politiche pubbliche è creare le condizioni affinché questi investimenti possano proseguire e generare benefici ambientali ed economici nel lungo periodo.
Quali opportunità si presentano in questo ambito per le aziende tedesche?
La transizione energetica, lo ripetiamo sempre, offre importanti opportunità alle imprese tedesche già presenti in Italia e a quelle che intendono investirvi, lungo tutta la filiera: dalla produzione di energia rinnovabile alle infrastrutture, dall’efficienza energetica industriale alla digitalizzazione dei consumi.
Il primo ambito è l’efficienza energetica e la decarbonizzazione dei processi produttivi. Elettrificazione dei processi, recupero del calore, automazione e ottimizzazione dei consumi. Sono soluzioni decisive, specie per i comparti più energivori, dove ridurre costi ed emissioni significa essere più competitivi. Un secondo ambito è quello delle rinnovabili e delle infrastrutture che ne consentono lo sviluppo. Fotovoltaico, eolico, sistemi di accumulo e gestione intelligente delle reti richiedono tecnologie, investimenti e know how che possono essere valorizzati con partenariati tra operatori tedeschi e italiani. Il terzo è la digitalizzazione del sistema energetico: sensori, sistemi di controllo, AI e digital twin rendono gli impianti più efficienti e i consumi più flessibili.
C’è poi l’idrogeno rinnovabile, insieme all’economia circolare e le tecnologie per la decarbonizzazione dei settori industriali più difficili da trasformare. Anch’essi spazi di collaborazione, purché accompagnati da modelli economici sostenibili e da un quadro normativo adeguato. Sull’idrogeno la cooperazione italo-tedesca ha già un banco di prova concreto, il corridoio SoutH2, una dorsale di circa 3.300 chilometri che dovrebbe collegare il Nord Africa a Italia, Austria e Germania meridionale, con operatori dei tre Paesi e il riconoscimento europeo di Progetto di Interesse Comune. Nato nel solco del Piano d’azione del 2023, può offrire all’industria tedesca una fonte diversificata per i processi più difficili da decarbonizzare e all’Italia un ruolo di hub energetico, se i tempi e le condizioni economiche saranno rispettati.
La presenza del sistema industriale tedesco in Italia è già oggi una risorsa. Le imprese tedesche non sono semplici osservatrici della transizione, ma protagoniste e co-investitrici, portano al Paese investimenti, occupazione qualificata e capacità tecnologica. Per valorizzare questo contributo occorre creare le condizioni perché gli investimenti possano crescere e tradursi in nuove opportunità per entrambi i sistemi produttivi.
In qualità di associazione di categoria, volete o potete affrontare anche la dimensione politica europea della questione? Qual è la posizione delle imprese tedesche e italiane riguardo alle attuali dipendenze e quali soluzioni vengono privilegiate?
La pandemia, i due shock energetici in quattro anni, le continue interruzioni nelle catene di approvvigionamento hanno mostrato quanto le dipendenze eccessive da singoli fornitori o aree geografiche possano esporre le nostre economie. Diversificare fonti e fornitori resta indispensabile, ma non basta: bisogna ridurre strutturalmente l’esposizione ai combustibili fossili importati. Per questo vediamo nelle rinnovabili sia una scelta ambientale sia una leva di autonomia e competitività. Uno sviluppo ordinato ma deciso fa risparmiare chi produce in autoconsumo e può contribuire ad abbassare il prezzo dell’energia per tutti, a patto di crescere insieme a reti, interconnessioni, accumuli, dentro una strategia industriale e non come un semplice adempimento.
Dal punto di vista industriale, la priorità è assicurare energia affidabile a costi competitivi, riducendo le vulnerabilità senza creare nuove dipendenze strategiche. Questo richiede una politica europea per le tecnologie energetiche, le materi prime critiche e le capacità produttive, e un coordinamento più efficace tra Stati membri. Italia e Germania hanno già una cornice per farlo, il Piano d’azione prevede consultazioni annuali sulla politica energetica e climatica europea. Sul piano nazionale, si può valutare un impiego più mirato dei proventi delle aste ETS per finanziare nuovi progetti di rinnovabili ed efficienza energetica a beneficio proprio delle imprese che sostengono il costo del carbonio.
Sul mix energetico serve un approccio pragmatico, fondato su sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità economica e ambientale e specificità dei singoli sistemi nazionali. In questo quadro rientra anche la recente legge delega sul nucleare: le scelte tecnologiche spettano alle istituzioni, mentre per le imprese contano regole chiare e stabili, che permettano di pianificare gli investimenti nel lungo periodo.
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Il 30 ottobre 2026, l’AHK dedicherà a questo tema un convegno dal titolo “Trasformazione, competitività e stabilità normativa: sfide e prospettive per il settore energetico in Italia”. Esperti istituzionali, rappresentanti dell’industria e operatori del settore energetico si confronteranno su tre temi centrali per il futuro delle imprese: efficienza energetica e decarbonizzazione, espansione delle energie rinnovabili e quadro normativo, nonché digitalizzazione delle reti e delle infrastrutture come fattore di resilienza e competitività industriale.
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