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Un nuovo modo di sentirci umani: l’Ubuntu, di Valeria Vaccari

25 gennaio 2020

La pandemia e i suoi effetti economici e sociali stanno provocando una drammatica rottura rispetto alle abitudini, agli stili di vita e alle sicurezze precedenti. È vero, tuttavia, che le crisi comportano difficoltà e pericoli ma anche opportunità. Aggiungendosi a fattori quali l’alterazione del clima, il sovrasfruttamento delle risorse, le migrazioni, il diffondersi del virus ha costretto l’intera umanità a interrogarsi sul proprio futuro giusto nel momento in cui la globalizzazione degli scambi e la condivisione delle informazioni consentono, o potrebbero farlo, una collaborazione efficace a vari livelli. Si sta facendo strada l’idea di un destino comune, al di là di opposti interessi e conflitti, con l’ambizioso quanto vitale obiettivo di un nuovo, efficace, condiviso umanesimo.  Papa Francesco, con il consueto acume, ha incentrato su questo argomento la sua ultima enciclica “Fratelli tutti”, stigmatizzando per prima cosa l’individualismo che permea la nostra civiltà. Com’è noto, questo costituisce un serio problema che alimenta l’indifferenza, la corruzione, le tendenze antidemocratiche, l’accumulazione predatoria che si diffonde a livello globale.  

D’altra parte è la stessa globalizzazione che permette l’interscambio fra le culture favorendo una fertile cross-pollination di idee nell’ambito della scienza, dell’arte, della musica. E siccome l’individualismo è ormai diventato una Weltanschauung, una visione del mondo che partendo dall’occidente sta contagiando tutto il mondo, abbiamo pochi strumenti culturali per contrastarlo. Perché dunque non conoscere e sperimentare princìpi più funzionali di convivenza? A tale scopo è molto significativo quello africano di ubuntu. Il termine non è nuovo soprattutto perché collegato alla fine dell’apartheid in Sudafrica e alla elaborazione delle profonde ferite che essa aveva creato. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione, promossa dal vescovo anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace 1984, e da Nelson Mandela, riconoscendo l’interdipendenza reciproca fra gli esseri umani di ogni colore, ascoltò le testimonianze delle vittime così come dei perpetratori ponendo le basi della futura convivenza.  

L’ubuntu è anzitutto una qualità personale di gentilezza, disponibilità, generosità, empatia. Il termine appartiene alla lingua del popolo zulu, che fa parte del grande gruppo dei bantu dislocato prevalentemente nell’Africa sudorientale.  Ha dunque numerosi equivalenti nei vari paesi: gimuntu in Angola, muthu in Botswana, maaya in Costa d’Avorio e Sierra Leone, botho in Zimbabwe, bato in Cameroon e si apparenta anche alla ujamaa che negli anni ’60 del secolo scorso ispirò a Julius Nyerere, uno dei padri del movimento indipendentista dell’Africa orientale e primo presidente della Tanzania (all’epoca Tanganika) dopo la fine della colonizzazione britannica, l’idea di ‘socialismo africano’.  

Le qualità descritte dall’ubuntu non sono soltanto modalità relazionali con cui un essere umano si rapporta agli altri ma costituiscono uno stile di vita, una scelta etica, una filosofia. Immaginiamo il piccolo villaggio africano tradizionale: ogni membro è strettamente legato agli altri negli affetti, nella quotidianità, nelle difficoltà da superare, negli eventi felici o infausti. La frase solitamente usata per spiegare l’ ubuntu è: “umuntu ngumuntu ngabantu” che si può tradurre come “io esisto perché gli altri esistono” oppure “la persona è una persona attraverso altre persone”. Si tratta, fra l’altro, di un principio assolutamente democratico perché l’interdipendenza esclude ogni forma di autoritarismo.

Se dunque l’esistenza di ognuno viene percepita come connessa a quella di tutti da una rete di legami si crea una prospettiva profondamente differente da quella occidentale, non “penso dunque sono” ma “condivido dunque sono”. Non mancano di certo, anche nella nostra cultura, concetti simili dalla ‘intersoggettività’ di Edmund Husserl al ‘nessun uomo è un’isola’ di John Donne a valori di antiche radici quali ‘responsabilità’, ‘fraternità’ e ‘solidarietà’, ma non si configurano con un tale carattere di esperienza profonda e vissuta.

Alcuni studiosi parlano dell’ubuntu come di una attuale ‘narrativa del ritorno’ alla più autentica tradizione dell’Africa, brutalmente impattata dal colonialismo. Sarebbe però molto vantaggioso se l’idea si diffondesse anche al di fuori del continente. Se consideriamo il ‘villaggio globale’, in cui eventi lontani e imprevedibili come quello di Wuhan finiscono per condizionare pesantemente gran parte dell’umanità, allora possiamo percepire in pieno il valore dell’ubuntu. Di recente, inoltre, si sta sviluppando il concetto di ecoubuntu o planetary ubuntu.

Secondo padre Orobator, teologo e rappresentante per l’Africa della Compagnia di Gesù, la rete di legami di cui l’africano si sente parte non comprende soltanto gli esseri umani ma anche, secondo la tradizione animistica, la natura. Da qui il rispetto, anzi la devozione per la sua sacralità e l’equilibrio nell’impiego delle risorse.  Come non pensare alla visione complessa di Gaia, il pianeta terra come sistema vivente globale, elaborata da Lynn Margulis, o alle ricerche di Elinor Ostrom sulle comunità in grado di gestire le risorse naturali senza depredarle? Non soltanto, dunque, “condivido dunque sono”, ma anche “noi tutti siamo perché Madre Terra ci nutre”.

di Valeria Vaccari, azione culturale "Vivere insieme in pari dignità"

Dall'agricoltura bio agli umani bio, di Franco Paolinelli

28 dicembre 2020

L’agricoltura, si avvia ad essere sempre più tecnologica, gestita dalle multinazionali della chimica ed dagli Organismi geneticamente modificati, con i pericoli di crisi che complessità ed utilizzo di poche linee genetiche comportano.

Questa condizione di rischio e il desiderio di rapporto diretto con la natura, implicito nell’alimentazione bio, hanno stimolato la nascita e permettono la persistenza del mondo parallelo dell’agricoltura biologica.

Dove la prima ricorre a gameti modificati, la seconda persiste nel produrre i propri semi. Dove la prima utilizza fertilizzanti di sintesi, la seconda continua a produrre i propri compost, dove la prima entra nelle catene di distribuzione globali, la seconda crea comunità locali di acquisto, e così via, distinguendo.

È verosimile pensare che i due mondi vadano, nel tempo, a coesistere. Infatti, la collettività potrebbe arrivare a capire che il primo ha bisogno del secondo, come riserva di naturalità, di diversità biologica, di risorse per garantire i processi adattativi, come ambito dove conservare la cultura del rapporto diretto uomo / ambiente.

Molte aree protette svolgono, tra le altre funzioni, anche quella di ospitare agricoltura bio. Si configurano, quindi, come riserve di bio-diversità. Molte ospitano anche attività didattiche e di animazione in fattoria. Quindi, luoghi di conservazione della cultura materiale.

Collateralmente, a quanto detto, si va sviluppando la rivoluzione digitale del lavoro. Inoltre, si va, sviluppando tecnicamente e “sdoganando” politicamente, il ricorso alla Procreazione medicalmente assistita (Pma). Quindi, si avranno, a breve, sia robot che umani manipolati per essere adatti al sistema complesso meccanizzato. Analogamente a quanto fatto e in corso, per piante ed animali.

Quindi, come esiste un’agricoltura tecnologicamente gestita, sempre più simile ad una fabbrica del cibo, così potrà esistere un’umanità prodotta dalle multinazionali farmaceutiche ed inquadrata in sistemi tecnologicamente complessi, eventualmente con umani selezionati per le varie funzioni.

Quindi, se esistono e cresceranno le aree dove l’agricoltura biologica conserva la biodiversità necessaria all’industria del cibo, analogamente potranno svilupparsi ambiti di conservazione dell’umanità bio.

Saranno, infatti, necessari per le stesse funzioni per la quali è necessaria l’agricoltura bio: riserva di diversità, garanzia per i processi adattativi, e forse anche conservazione della cultura materiale.

Avremo, quindi, parchi per gli umani bio?

di Franco Paolinelli, direttore associazione Sap (Silvicultura, agrocultura, paesaggio) Arbor studio

Sei valori per le imprese nel "new normal" post Covid, di Francesco Bavagnoli

10 dicembre 2020

Come sarà la nuova normalità per le aziende e quali valori dovranno guidarle per affrontare la sfida della sostenibilità? Prendendo ispirazione da Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane” potrebbero essere: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Coerenza.

Il commento di Francesco Bavagnoli, professore e ricercatore presso il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa dell’Università del Piemonte Orientale.

 

Come non sprecare i 209 miliardi del Next Generation Eu, di Marco D'Egidio

29 luglio 2020

A una settimana dallo storico accordo sul “Next Generation Eu Fund”, meglio noto come “Recovery Fund”, è il momento di archiviare la legittima euforia per i 209 miliardi di euro che dovrebbero pervenire all’Italia sotto forma di prestiti (128 miliardi) e sovvenzioni a fondo perduto (81 miliardi), e passare alla fase di selezione degli investimenti e delle riforme. Il 2021 - anno in cui è previsto l’inizio delle erogazioni - sembra lontano, a causa della situazione economica e sanitaria che ci schiaccia in un angoscioso presente; ma è dopodomani. Entro il prossimo autunno, dovremo avere presentato a Bruxelles il nostro piano di ripresa.  

Sebbene il meccanismo preveda una valutazione e approvazione in sede europea, non vi sarà alcun diritto di veto dei singoli Stati membri. Il governo italiano ha una gamma di azione piuttosto ampia, che contempla tanto una maggiore spesa pubblica quanto una riduzione delle imposte. Sui tavoli di Palazzo Chigi c’è un foglio bianco, ma non per questo l’Italia può permettersi di sprecare un euro, laddove lo spreco rappresenterebbe la migliore delle ipotesi negative. Ancora peggio, sarebbe adottare misure che, pur facendo propri obiettivi virtuosi, assecondano tendenze o presentano effetti collaterali contrari a uno sviluppo sostenibile sotto i profili ambientale o sociale.

Come cittadini, ci è permesso di formulare qualche suggerimento all’esecutivo su come mettere a frutto quei 209 miliardi di euro, in modo che non costituiscano il premio di una lotteria una tantum, ma siano in grado di sostenere l’economia nel lungo termine, migliorando le condizioni di vita e di lavoro delle persone. Tre sono le priorità che dovrebbero essere scritte su quel foglio bianco: occupazione (soprattutto giovanile); decarbonizzazione (che significa anche infrastrutture e digitale); ricerca scientifica (e in senso lato università e istruzione). Al contrario, non appare affatto un must, in questo momento, la riduzione delle imposte, neppure se giustificata come contrasto alle disuguaglianze o spinta per i consumi.

Infatti, tra gli effetti del lockdown vi è stato un incremento dei risparmi delle famiglie già percettrici di reddito (il 39% degli italiani ha risparmiato di più, secondo il Censis), e l’habitus della parsimonia – di chi può permettersela - sembra confermarsi anche con la riapertura, come scudo contro le troppe incognite del futuro. Per far ripartire la domanda serve quella fiducia che solo il lavoro può dare; se invece si pensa alla riduzione del cuneo fiscale a favore di chi ha già la fortuna di un reddito, o interventi per aumentare il potere di acquisto come il taglio dell’Iva, le maggiori disponibilità delle famiglie rischiano di trasformarsi soltanto in liquidità parcheggiata negli istituti di credito. In altre parole: uno spreco.

L’occupazione

Al primo posto nel piano di riforme deve essere l’occupazione. I dati Istat dello scorso maggio evidenziano un drastico calo degli occupati (più di seicentomila posti persi rispetto allo stesso mese del 2019) e un aumento ripido degli inattivi (un milione e centomila persone in più). Con la riapertura, è probabile che una parte degli inattivi stia tornando a cercare lavoro, ma l’occupazione calerà ulteriormente come conseguenza della fine del blocco dei licenziamenti. Le previsioni sono ancora più preoccupanti per i giovani, che dopo essere stati investiti dalla Grande Crisi 2008/2011, si trovano oggi colpiti da un secondo “cigno nero”. Stiamo perdendo una intera generazione, con quel che ne consegue anche in termini di demografia: l’ultimo dato sulla natalità registra un record negativo, soltanto 420 mila culle nel 2019, in calo del 4,5% sul 2018 (e l’emergenza Covid ancora non compare nelle statistiche).

Serve lavoro, soprattutto per la “Next Generation”. Una (buona) fetta del Recovery Fund dovrà essere finalizzata a interventi per creare nuova occupazione, come una forte e prolungata decontribuzione - di cui già si parla, ma troppo timidamente -, incentivi per le assunzioni di giovani e di chi è stato licenziato, e piani formativi per favorire il re-skilling. Ma per creare lavoro servono anche i “lavori”, al plurale. Se la domanda privata ristagna per i motivi già citati, la strada da percorrere sono investimenti che riaccendano il motore della crescita e rendano l’Italia un Paese in cui si vive meglio e in modo decisamente più sostenibile rispetto al mondo di prima.

La decarbonizzazione

Questa seconda branca di interventi è la decarbonizzazione dell’economia, nello spirito di quel Green New Deal che già prima della pandemia era stato meritoriamente posto al centro delle politiche europee. Ecco alcuni esempi di che cosa si potrebbe e dovrebbe fare con i soldi che ci arriveranno.

Mobilità sostenibile attraverso un coraggioso rinnovamento delle infrastrutture e dei trasporti (non bastano piste ciclabili e monopattini, per intenderci). Vi rientra anche l’elettrificazione del settore automotive, in linea con gli altri grandi Paesi del mondo, dalla Cina alla Germania, mentre in Italia purtroppo si punta ancora sul sostegno ai veicoli a benzina e diesel Euro 6, purché sostituiscano l’attuale parco macchine (si vedano le agevolazioni varate con il decreto Rilancio). Se si voleva un esempio di cosa non fosse uno spreco, ma una misura proprio sbagliata, eccolo.

Digitalizzazione del Paese, sia in termini di copertura al 100% del territorio - anche in prospettiva smartworking - della banda ultralarga (oggi appena due italiani su tre ne possono beneficiare, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico), sia in termini di Industria 4.0 e smaterializzazione della Pubblica Amministrazione. Ultimi ma non ultimi, investimenti di efficientamento energetico che integrino e vadano oltre l’ecobonus al 110%, come ad esempio quelli sul patrimonio edilizio pubblico (vedi le scuole), sulle aziende e le industrie. Presupposto generale di questa svolta deve essere l’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi, misura che l’ASviS e altre associazioni da tempo sostengono e che oltretutto costituirebbe un risparmio strutturale di 19 miliardi per le finanze pubbliche.

Queste azioni, se messe in moto con un adeguato impiego dei fondi europei, avrebbero l’effetto non solo di far ripartire il lavoro e l’economia nel breve periodo (e di qui la fiducia dei cittadini, condicio sine qua non per una ripresa dei consumi), ma anche di accrescere la competitività sostenibile del Paese nel lungo periodo.

La ricerca scientifica

Se si parla di competitività e di attrattività, non si può non venire alla terza priorità che dovrebbe figurare sul foglio bianco del nostro piano: ricerca scientifica e istruzione. Che l’Italia abbia sempre investito troppo poco in questi capitoli è noto a tutti, ma giova ricordarlo: secondo i dati Eurostat e Istat 2017, soltanto l’1,38% del Pil è la nostra spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo, sotto la media UE al 2%, e molto sotto l’obiettivo europeo al 2020 del 3%. Un incremento di appena l’1% di questa spesa, magari allargata all’Università e all’istruzione secondaria, costerebbe all’Italia “appena” tra i quindici e i venti miliardi all’anno. Sui 209 complessivi in arrivo, considerati anche gli altri ambiti di spesa, per almeno un triennio potremmo cominciare a rendere l’Italia un Paese più desiderabile e innovativo per i ricercatori (spesso giovani) e gli investitori.

Queste sono le priorità che dovremmo inviare a Bruxelles. Il governo e il Parlamento, e in generale tutti coloro che parteciperanno alla stesura del piano di accesso al “Next Generation EU Fund”, devono essere all’altezza di una nuova Europa, più solidale e sostenibile, resistendo alle sirene delle clientele e alla tentazione di mance elettorali, dimostrando il coraggio di una visione di lungo orizzonte. Solo così i 209 miliardi moltiplicheranno i propri benefici sulla nostra economia e sulla vita delle persone anche nei decenni a venire. Qualunque visione miope sarebbe imperdonabile.

di Marco D'Egidio, ingegnere civile

Perchè non è andato tutto bene, di Carlo Porcaro

9 giugno 2020

I sentimenti, certo. Il nostro circuito emotivo è stato sconvolto dalla pandemia. Sono, però, le parole – in attesa di tradurle in azioni concrete – a poter esprimere tali sentimenti, sorretti da intenzioni e volontà che nascono dal singolo e si rivolgono alla comunità. È con questa convinzione che io ed il collega Francesco Cirillo abbiamo scritto ‘Non è andato tutto bene. Manuale per rialzarsi’. Un post-book più che un instant-book. Durante la quarantena ci siamo scambiati informazioni e riflessioni, abbiamo svolto approfondimenti e soprattutto abbiamo uniti i “puntini” ideali di un disegno che andava componendosi. L’editore Castelvecchi ha sostenuto sin dall’inizio il nostro progetto cultural-letterario (dando vita alla Collana ‘Esc’ con lungimiranza) e così abbiamo messo nero su bianco una sorta di vademecum per affrontare la crisi post Covid-19. Superando l’oggi, non abbiamo guardato al domani ma al dopodomani. E qui torna il peso delle parole. Tempesta perfetta, cigno nero, battito d’ali: incredibilmente queste espressioni, tutte insieme, si sono tramutate in realtà sotto i nostri occhi in forma di epidemia globale. Incredibile, ma vero. Mai prima d’ora determinati fenomeni (naturali, sanitari, sociali) si erano verificati allo stesso tempo, come se si fossero messi d’accordo per sferrarci un sonoro schiaffone. Da cui, intendiamoci, tocca a noi stessi riprenderci. Il virus non ha in sé un mandato etico. Possiamo però approfittarne per attribuirglielo noi. Riempendo di contenuti questa volta gli slogan, ovvero quelle parole buone per un titolo di giornale o un programma politico che nessuno leggerà. Green new deal? Facciamolo davvero! Ecosostenibilità? Crediamoci sul serio! Solidarietà? Sarà persino conveniente metterla in pratica, perché “nessuno si salva da solo” non è una mera enunciazione quanto piuttosto un dato di fatto comune. “L’omissione del termine ambiente, o per meglio dire di quel concetto, dalla narrazione dell’emergenza è invece rappresentazione manifesta dei limiti dell’attuale classe dirigente italiana. Incapace, nella sua interezza, di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Di avere la forza, il coraggio, l’onestà e la scaltrezza necessarie per proporre un piano strutturale d’interventi, che attraverso un’attenta opera di pianificazione prepari il domani attraverso la lettura del presente. D’altronde non è un caso se in Italia, ottava economia mondiale, una compagine politica che ponga al centro della propria azione l’ambiente sia solo un vago ricordo. Ancora una volta nessuno dice di essere contro. Il problema è che quelli a favore sono così residuali da non avere alcun peso nei luoghi in cui le decisioni vengono prese. Eppure, a differenza di quanto si pensa comunemente, la conversione green non è una cosa da fricchettoni debosciati, amanti della canapa o dei jeans a zampa d’elefante, bensì è il naturale sviluppo dell’economia di mercato in cui l’incontro tra offerta e domanda determina le sorti del mercato stesso”, abbiamo scritto nel libro.

Seguendo quattro direttrici principali (politica e comunicazione, economia e ambiente) il volume indaga il rapporto tra potere istituzionale e cittadini, strategie di comunicazione degli Stati e conseguenze psicologiche del lockdown, propagazione del virus e inquinamento, necessità di rimettere in moto l’economia e adozione di strumenti funzionali e sostenibili per la fondazione di una nuova Italia e di una nuova Europa. Dopo esempi, commenti e dati emergono soluzioni per una nuova visione del futuro, per trasformare insieme paure e ostacoli in una occasione di svolta. Lungi da noi, giornalisti con l’attitudine a considerare il mondo con ottica il più possibile aperta, muoverci a profeti, moralisti o maestri di vita. Il rischio in questa fase è fortissimo, ne siamo consapevoli. Ma, allo stesso tempo, riteniamo che ‘Non è andato tutto bene. Manuale per rialzarsi’ contenga sia la diagnosi che la possibile cura ai mali che stiamo vivendo. Raddrizzare le storture dell’economia e la tutela dei diritti civili, queste le nostre parole d’ordine. Ci attende dunque uno scenario catastrofico? “I dati rilasciati senza consapevolezza da parte degli utenti secondo il sociologo bielorusso Evgeny Morozov: «hanno consentito sia di vendere prodotti in modo sempre più personalizzato sia di migliorare i sistemi dell’intelligenza artificiale: se lasciamo tutto nelle mani delle piattaforme digitali – che rappresentano il più decisivo elemento di sviluppo economico di questo tempo – tra pochi anni le multinazionali di Internet potranno prevalere sulla politica, gestendo direttamente servizi pubblici, come la sanità, i trasporti e l’educazione. Già oggi intere zone di Smart City, come Toronto, sono realizzate con l’apporto determinante di Google, con l’incremento esponenziale dell’uso di Internet e, contestualmente, la diminuzione della privacy”, abbiamo citato. Ma è l’uomo a dover decidere il proprio destino. Se non è andato tutto bene, è anche colpa nostra. Ora tocca a noi rialzarci. Questo agile volume prova ad indicare la strada da percorrere.

di Carlo Porcaro, giornalista professionista, scrittore e consulente