Vivere “un’altra realtà” mentre si è in carcere: un programma che facilita il reinserimento
Quattro penitenziari in California stanno sperimentando sessioni di realtà virtuale che simulano scenari oltre le sbarre. Se per alcuni è solo una “soluzione tampone”, per molti è un modo di prepararsi a un futuro diverso.
Una baia, una barca che si muove sul filo dell’acqua e ti raggiunge, tu che sali e ti allontani tra le onde. Si tratta della scena di quattro minuti che Samantha Tovar, detenuta del Central California Women’s Facility conosciuta come “Royal”, ha vissuto attraverso il visore di realtà virtuale, nell’ambito di un programma sperimentale che permette ai carcerati in isolamento di fare esperienze di viaggio, rielaborare vecchi traumi e prepararsi alle insidie del reinserimento in società.
A portarlo avanti Creative Acts, ong californiana che si affida alle arti come risorsa per il cambiamento comportamentale e la preparazione per il ritorno a casa dopo la prigione. Questo progetto è attualmente in fase di sviluppo in quattro istituti penitenziari – Valley State Prison, Kern Valley State Prison, Corcoran State Prison e Central California Women's Facility – e c’è l’idea di espanderlo oltre il Golden State, anche se mancano i finanziamenti (basti pensare che ci è voluto un anno per convincere Meta a donare 20 visori e due macchine per la sanificazione degli strumenti).
Nel programma VR i partecipanti sperimentano vari scenari – vita quotidiana, un viaggio a Parigi o un volo in parapendio – per quattro ore al giorno nel corso di una settimana. I facilitatori chiedono poi ai detenuti di elaborare le emozioni che scaturiscono da queste esperienze, attraverso vari esercizi artistici che coinvolgono tecniche teatrali, poesia, pittura.

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“La realtà virtuale risveglia i trigger, il trauma e le emozioni, e poi l'arte li trasforma”, ha detto al Guardian Sabra Williams, fondatrice di Creative Acts. Williams ha deciso di portare la realtà virtuale nelle prigioni cinque anni fa, perché “ero davvero stanca di sentire le persone tornare a casa dopo aver trascorso decenni dentro e finire letteralmente su un altro pianeta”. Esistono infatti molti timori legati al ritorno in società – il giorno del rilascio, un colloquio di lavoro, andare a un appuntamento – che possono essere affrontati solo preparandosi adeguatamente.
Per Major Bunton, direttore della programmazione di Creative Acts ed ex detenuto, la paura più grande era pagare la spesa. “Se sono in coda, provo a passare la carta di credito ma non ci riesco subito, la prima cosa che mi viene in mente è 'Oh mio Dio, qualcuno saprà che sono stato incarcerato'”.
Creative Acts ha messo in scena situazioni di questo tipo, come una cena nel giorno del Ringraziamento, avvalendosi di attori che hanno simulato i conflitti che potrebbero scatenarsi dopo un lungo periodo di detenzione. “Quando sono tornato a casa, mi sono reso conto che la mia famiglia era cambiata. Ho dovuto imparare ad adattarmi alle loro vite”, ha detto Bunton. “Mentre loro mi vedevano come la persona che ero quando sono entrato 20 anni fa”.
Sabra Williams ha spiegato che il programma non riguarda terapie o diagnosi, ma l’acquisizione di strumenti per gestire le proprie emozioni in un ambiente repressivo come il carcere, che esacerba i sentimenti ostili. Daniel Garcia, detenuto della Valley State Prison, è andato su tutte le furie dopo esser stato urtato in una strada affollata durante una simulazione virtuale. Dopo un esercizio di respirazione (messo in pratica mentre indossava il visore), l’uomo ha detto di aver potuto considerato meglio la situazione. “Molti di noi, arrivati in prigione, non sono consapevoli dei fattori scatenanti delle esperienze traumatiche vissute, quindi si reagisce e basta. La realtà virtuale ci ha aiutato a riconoscere quei fattori scatenanti”.
L'introduzione delle nuove tecnologie negli istituti di detenzione ha suscitato anche varie polemiche. Secondo alcuni l’adozione di visori, tablet, email, ha aperto le porte delle carceri alle aziende tech, e ai loro profitti predatori, oltre ad aumentare la capacità di sorveglianza. Altri osservano che la tecnologia è solo una soluzione tampone per mantenere un sistema carcerario disumano. Ma Williams non è d’accordo. “Tutto può essere usato per causare danni, e le persone guadagneranno sempre soldi da qualsiasi cosa finisca nelle prigioni, quindi i benefici per le persone dentro, per me, superano i problemi”. E per quanto riguarda le critiche sulla collaborazione con il dipartimento di correzione e riabilitazione della California (anziché combattere a monte la misura restrittiva dell’isolamento) Williams risponde: “Vuoi avere ragione o vuoi apportare un cambiamento? Non puoi apportare un profondo cambiamento culturale senza includere le persone che ci lavorano”.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le strutture che hanno adottato il programma di Creative Acts segnalano, secondo l’ong, una riduzione del 96% delle infrazioni da parte dei partecipanti. La prigione statale di Corcoran ha visto il numero delle trasgressioni delle persone in isolamento passare da 735 a una, dopo una sessione di una settimana. Uno dei direttori di Corcoran ha commutato così tante condanne all'isolamento che la struttura ha chiuso uno dei suoi quattro edifici dedicati alla pratica.
In questo modo, il VR può aiutare le persone a cambiare la prospettiva sulla propria condizione attuale e sul proprio futuro. Carlos Ortega, detenuto in isolamento a Corcoran, ha raccontato cosa ha provato sedendosi vicino alla Torre Eiffel: “Vedi turisti, persone normali che vanno e vengono dal lavoro. Ed è stato allora che mi sono reso conto: voglio vivere la vita in quel modo. Me lo merito. Lo devo a me stesso”.
Copertina: Larry Farr/unsplash