Sul nostro pianeta si parleranno sempre meno lingue
Degli oltre 7mila idiomi parlati quotidianamente nel mondo, più della metà rischia di scomparire entro la fine del secolo. Esistono però alcune soluzioni che possono salvaguardarli.
In Italia non si parla solo l’italiano. Sono 12 le lingue ufficialmente riconosciute e usate quotidianamente nella penisola: dal francoprovenzale al gallico marchigiano, passando per il sardo, il friulano e il greco italiota. Una ricchezza per la nostra cultura. Ora immaginiamo che questo patrimonio, tra 100 anni, si dimezzasse. Tante tradizioni, usanze e cerimonie scomparirebbero, in assenza del collante linguistico che le tiene insieme. È quello che rischia di succedere non solo in Italia, che comunque è tra i 50 Paesi con le lingue più a rischio, bensì a livello mondiale.
Come spiega un articolo pubblicato sul Guardian a inizio gennaio, oggi l’umanità parla 7mila lingue diverse e molte di queste si stanno già estinguendo, mentre altre sono in grave pericolo e rischiano di scomparire. Il problema non è nuovo, e già nel 1991 i ricercatori della Linguistic Society of America si riunirono per interrogarsi sulla pericolosa crisi che incombeva sulle lingue di tutto il mondo. Nel 2010, David Harmon e Jonathan Loh hanno pubblicato un paper che evidenziava un declino linguistico globale, tra il 1970 e il 2005, del 20%.
Un’eredità coloniale
In una delle pubblicazioni citate dal quotidiano britannico viene evidenziato che il linguista americano Michael Krauss, nel 1992, prevedeva che alla fine del 21esimo secolo il 90% delle lingue sarebbe scomparso. Circa dieci anni fa il tasso di perdita delle lingue nel mondo era di una ogni tre mesi, nel 2019 si è abbassato a una lingua ogni 40 giorni. Anche se il ritmo con cui lingue si estinguono è aumentato, si prevede che non sarà così rapido da veder realizzate le previsioni di Krauss.
Una spiegazione a questa previsione probabilmente sovrastimata è fornita dal linguista Salikoko Mufwene, che evidenzia il nesso tra perdita del patrimonio linguistico e colonialismo. Secondo Mufwene, infatti, Krauss ha realizzato le sue stime a partire dal declino linguistico osservato in Australia e nelle Americhe, dove nei secoli è stato messo in pratica un cosiddetto “colonialismo di insediamento”. A differenza del colonialismo commerciale e di sfruttamento, praticati per esempio in Africa sub-sahariana, quello di insediamento produce gradualmente “il monolinguismo locale e regionale, favorendo la lingua della nazione colonizzatrice”.
Salvatori di idiomi
Il testo del Guardian racconta degli sforzi di alcuni attivisti per mantenere viva la propria lingua e creare degli strumenti utilizzabili in tutto il mondo per salvare altri idiomi. L’utilizzo, per esempio, di enciclopedie virtuali come Wikitongues è fondamentale per salvaguardare lingue che hanno una prevalenza orale. I video musicali che registrano le canzoni tradizionali sono fondamentali perché le nuove generazioni sono portate a consumare prodotti culturali, sempre più omogeni, provenienti dall’industria mondiale dell’intrattenimento, e perdono quindi l’abitudine di far vivere una lingua tradizionale attraverso canti e danze. Il problema non è infatti la quantità di persone che parla un idioma, ma piuttosto l’effettivo passaggio dell’utilizzo di una lingua da una generazione all’altra. Viene riportato l’esempio dell’Angika, parlato nello stato indiano del Bihar da oltre sette milioni di persone. Questa lingua non viene insegnata a scuola e quasi mai scritta, cosa che contribuisce alla sua vulnerabilità. Amrit Sufi, un attivista che si batte per preservare l’uso futuro dell’Angika, sottolinea che molte persone evitano di parlare questa lingua per paura dello stigma, perché viene considerata una lingua inferiore rispetto all’Hindi.
L’inglese si espande
Se le piccole lingue locali sono in pericolo, al contrario, c’è una lingua in particolare che continua a espandersi in diverse regioni del mondo. È l’inglese, oppure quello che Jean-Paul Nerrière ha chiamato sul finire degli anni 1990 il “globish”. La lingua di Shakespeare è parlata quotidianamente da circa 1,5 miliardi di persone ogni giorno, un quinto della popolazione del globo, ed è considerata la lingua “neutra” a livello mondiale. Un articolo del New Yorker evidenzia che la diffusione dell’inglese sta producendo una cosiddetta “omogeneità cognitiva”, perché tutte le figure verbali, gli immaginari, le battute costruite grazie alla grammatica inglese stanno prendendo il posto di quelle legate ad altre lingue. Riuscirà l’umanità a mantenere intatta la sua Babele, oppure comunicheremo in inglese con tutti in tutto il globo, a discapito delle lingue regionali che ci caratterizzano?