Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Il Brasile sperimenta i “quartieri agricoli” nelle città: ecco gli “Agrihood”

A San Paolo, Brasilia e Curitiba sono in corso progetti pilota che integrano l’edilizia abitativa con la riqualificazione ambientale, trasformando lo sviluppo urbano in leva climatica.

lunedì 9 febbraio 2026
Tempo di lettura: min

Il futuro delle città si gioca nei prossimi decenni. Oltre metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, responsabili di circa il 70% delle emissioni che alimentano la crisi climatica. Se i modelli di crescita restano invariati, l’espansione urbana continuerà a tradursi in consumo di suolo, isole di calore, alluvioni e stress idrico. È proprio partendo da queste criticità che, in Brasile, urbanisti e progettisti stanno sperimentando soluzioni che guardano oltre l’idea tradizionale di quartiere, immaginando insediamenti capaci di produrre cibo, rafforzare la resilienza climatica e ricucire il rapporto tra città e natura.

Agrihood: un nuovo paradigma urbano

Il modello dell’agrihood, promosso dall’urbanista Marcia Mikai e dal team dell’azienda Pentagrama Projetos em Sustentabilidade e Regeneração, propone una visione in cui la crescita urbana non consuma ecosistemi, ma li rigenera. A San Paolo, una delle più grandi aree metropolitane del mondo, Brasilia e Curitiba questo approccio prende forma nel recupero di terreni degradati, spesso abbandonati dopo pratiche agricole insostenibili. Questi vengono poi trasformati in sistemi agroforestali integrati con edifici residenziali, spazi pubblici per l’educazione ambientale e l’ospitalità, corridoi agroforestali e di biodiversità. I progetti di Pentagrama impiegano l'agroforestazione sintropica, una tecnica che imita la successione naturale delle foreste stratificando colture e alberi, in modo che ogni specie sostenga le altre. Niente monocolture, ma combinazioni di alberi da frutto, ortaggi, specie legnose e piante autoctone per rigenerare il suolo.  L’agrihood diventa così un’infrastruttura ecologica, capace di produrre benefici ambientali, sociali ed economici nello stesso spazio.

Clima, cibo e coesione sociale

Guardando al futuro, gli agrihood possono offrire una risposta concreta a tre grandi sfide urbane: sicurezza alimentare, adattamento climatico e frammentazione sociale. La reintroduzione di specie native ed edibili contribuisce a raffreddare le città, rallentare il deflusso delle acque piovane e ricaricare le falde, riducendo il rischio di alluvioni. Allo stesso tempo, la produzione alimentare locale accorcia le filiere, riduce le emissioni e rafforza la consapevolezza ecologica dei residenti. In questa visione, il quartiere diventa uno spazio condiviso in cui convivono generazioni e redditi diversi, superando la separazione tra aree residenziali, produttive e naturali.

Il futuro è ancora sottofinanziato

La diffusione di modelli come gli agrihood si scontra però con un dato strutturale. L’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nel suo ultimo State of finance for Nnature segnala che i flussi finanziari destinati ad attività che danneggiano il pianeta, come edilizia convenzionale, energia da combustibili fossili e servizi di pubblica utilità ad alta intensità ambientale, sono 30 volte superiori a quelli indirizzati verso soluzioni positive per la natura. Eppure, come sottolinea l’Unep, investire in approcci nature-positive genera ritorni ambientali ed economici duraturi.

Verso città rigenerative

Se lo sguardo si sposta ai prossimi venti o trent’anni, secondo l’Onu gli agrihood non appaiono come un esperimento di nicchia, ma più come un possibile tassello delle città del futuro. Con una popolazione urbana globale destinata ad avvicinarsi al 70% entro il 2050, la sfida non sarà solo ridurre l’impatto delle città, ma trasformarle in sistemi capaci di rigenerare risorse, biodiversità e relazioni sociali. In questo scenario, integrare produzione alimentare, infrastrutture verdi e abitare potrebbe diventare una scelta strategica, non un’eccezione. Il vero bivio sarà finanziario e politico: continuare a investire in modelli urbani che amplificano i rischi climatici, oppure riallocare capitali verso soluzioni nature-positive che rendano le città più vivibili, resilienti e inclusive.